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La Storia: Charlotte, l’ultima Robespierre, di Beatrice da Vela (Florelle)

Le memorie di Charlotte Robespierre, a mia conoscenza le uniche tradotte in italiano, sono forse fra le quattro esaminate le più note. E lo sono innanzitutto perché si concentrano in gran parte sul fratello più famoso, Maximilien Robespierre, e sono una delle pochissime fonti non termidoriane (cioè non dichiaratamente avverse o denigratorie) sulla vita privata dei fratelli Robespierre e che ci fornisce informazioni sulla loro vita prima della Rivoluzione e negli anni dal 1789 al 1791.
Siamo anche in parte in grado di riscontrare parzialmente le informazioni che leggiamo grazie alle memorie di Élisabeth Duplay, delle quali vi parlerò in seguito.

Albert Laponneraye

Chi si aspetta però una sorta di “diario segreto” della Rivoluzione, condito di dettagli piccanti, sarà deluso: il testo di Charlotte, è in realtà, una sorta di agiografia laica e gli strali sono semmai riservati al fratello minore, Augustin “Bon bon” Robespierre. Questa impostazione è dovuta in parte alla psicologia dell’autrice, ma soprattutto alla genesi di queste memorie, che in un certo senso subiscono un processo simile a quelle di Rosalie Lamorliére. Sì, perché anche le memorie di Charlotte Robespierre non sono memorie spontanee, ma sono scritte in risposta all’accorata (e pressante) richiesta di un giovane militante socialista, Albert Laponneraye.
Negli anni trenta dell’Ottocento Laponneraye stava lavorando alla prima edizione delle opere di Maximilien Robespierre, per questo cominciò a frequentare l’ormai anziana Charlotte e le chiese di scrivere i suoi ricordi. La donna, che dopo la morte dei fratelli aveva continuato a condurre una vita modesta e ritirata a Parigi, al momento della morte, non aveva ancora finito di scrivere e lasciò in eredità a Laponneraye un fascicolo di fogli non ben organizzati.

La prima edizione delle “Memorie sui miei fratelli” esce nel 1834, all’interno del secondo volume delle opere di Robespierre, arrangiata in ordine cronologico. Non è da escludere che Laponneraye sia intervenuto anche in altri punti, migliorandone forma e coerenza.
Ma se interventi ci sono stati, non hanno tolto del tutto la semplicità delle memorie, dalle quali il mondo quotidiano e ristretto dell’autrice traspare con chiarezza.

Augustin Robespierre

La prima parte del racconto è tutta dedicata all’infanzia e agli anni di Arras. Quella dei Robespierre non è una famiglia particolarmente fortunata: un matrimonio d’amore tra i genitori, lui promettente avvocato appartenente alla piccola nobiltà di toga (qualche antenato aveva comprato titolo e carica), lei figlia di un mastro birraio.
Siamo ad Arras, limite nord del regno francese, regione fiamminga solo da qualche centinaio di anni sotto il controllo della monarchia francese e che conserva le proprie tradizioni locali e la propria lingua. La famiglia di lui non accetta il matrimonio, disconosce il figlio, ma i due sono felici insieme. Nascono quattro figli, ma durante il parto del quinto la madre muore. Fin qui una storia triste, ma molto comune nel Settecento, periodo nel quale la mortalità per parto è ancora molto alta.  Il padre non resiste alla perdita della moglie, comincia a fare assenze sempre più lunghe, finché lascia la città e i bambini. Per fortuna, se così si può dire, le famiglie dell’Ancien Régime sono famiglia allargate: i bambini vengono accolti dagli altri parenti, i ragazzi dai nonni, le ragazze dalle zie.
Per tutti, poi, verrà presto il tempo del collegio, come da tradizione delle famiglie borghesi. Sono preti, frati e suore che si occupano di insegnare a leggere e a scrivere a bambine e bambini; poi alle ragazze vengono insegnati i lavori domestici, i ragazzi vengono avviati agli studi superiori. Charlotte ricorda come i fratelli trovano nell’essere uniti, nel riuscire a ritrovarsi la domenica tutti insieme, un modo per ricostituire la loro famiglia. Ma ben presto Maximilien va a studiare a Parigi grazie a una prestigiosissima borsa di studio. L’unità familiare si ricostituisce temporaneamente solo durante le vacanze estive.
In questo periodo si situa uno degli episodi che più verrà usato e abusato da biografi e romanzieri. Maximilien lascia in custodia a sua sorella i suoi amati piccioni, ma Charlotte si dimentica di loro e durante una tempesta questi muoiono tutti.
Le memorie poi saltano direttamente al ritorno del maggiore dei Robespierre ad Arras, dopo la laurea. Qui inizia una promettente carriera di notabile di provincia. Charlotte sembra aver ritrovato il centro della sua esistenza, dedicandosi ad accudire il fratello maggiore e diventando una perfetta padrona di casa. Amori all’orizzonte? Se anche ce ne sono stati, Charlotte non ce ne racconta niente, tutta presa nel ricordare quegli anni di idillio.

Maximilien Robespierre

Il 1789 si avvicina e così i cambiamenti nel ménage familiare: il maggiore dei Robespierre viene eletto deputato agli Stati Generali e lascia nuovamente il nido familiare. Della vita di Maximilien tra il 1789 e 1791 Charlotte racconta solo quello che serve a fugare ogni sospetta di una vita lontana dalla santità (in particolare ha cura di fugare tutti i sospetti circa possibili relazioni amorose). Charlotte, invece, si concentra sul ritorno del fratello ad Arras e sull’accoglienza trionfale che i suoi concittadini, con tanto di fiori e pubbliche ovazioni. La vita familiare ricomincia, ma, dato che Maximilien non ha intenzione di rimanere ad Arras a lungo, stavolta Charlotte decide di partire con lui, per poter mantenere una casa degna di una delle celebrità della Rivoluzione.

Da questo momento in poi le memorie di Charlotte perdono il tono celebrativo e diventano più sincere. Vivere con il fratello sembra essere la sua realizzazione, ma l’appartamento è piccolo e poco sicuro. Così, quando Robespierre rischia la vita durante le fucilate del Campo di Marte nel luglio 1791, Maximilien e Charlotte si trasferiscono dai Duplay, una famiglia di patrioti in grado di offrire protezione e ospitalità. Charlotte ci racconta della sua inimicizia per Françoise Duplay, con la quale si contende le attenzioni di Maximilien. Le due donne innescano una vera e propria guerra, a colpi di marmellate e attenzioni, tanto che Charlotte decide che lei e suo fratello affitteranno un appartamento per conto loro. Alla fine Maximilien sceglie di tornare dai Duplay, mentre Charlotte rimarrà a vivere col fratello minore, Augustin.

La parte finale delle memorie è proprio dedicata al rapporto tra l’autrice e il fratello minore. Charlotte, infatti, accompagnò il fratello in una missione militare presso l’Armata d’Italia di stanza a Nizza (quella stessa armata in cui militava il giovane Bonaparte, molto amico dei fratelli Robespierre). La donna stringe amicizia con la cittadina Ricord, moglie del collega in missione con Augustin. Le donne, lasciate da sole al quartier generale, disobbediscono continuamente agli ordini di Robespierre le jeune e Ricord, esponendosi a pericoli di vario genere e minando la reputazione dei due commissari. I rapporti tra Charlotte e la cittadina Ricord si guastano quando Charlotte scopre che l’amica e il fratello sono amanti. Charlotte non accetta questa relazione, per senso della convenienza e per gelosia, e si immischia continuamente negli affari di cuore del fratello minore, finché Augustin non rompe con lei ogni rapporto. Sentendosi tradita, Charlotte scrive al fratello una lettera infuocata e cerca di coinvolgere nella lite anche il fratello maggiore, che però taglia corto (possiamo pensare che avesse motivi di preoccupazione ben più urgenti).

Colpo di Stato del 9 Termidoro

Più nebuloso e tragico è invece il racconto del colpo di stato del 9 Termidoro, come ambigua e poco chiara fu la posizione di Charlotte, indirettamente una delle cause dell’infamia postuma che colpì i fratelli: la lettera indignata che Charlotte scrisse a suo fratello Augustin quando questi, stanco delle sue scenate, la costrinse a tornare ad Arras, cadde (o fu lasciata) nelle mani di coloro che avevano orchestrato il colpo di stato, e che la usarono come prova che i due fratelli tramassero la morte persino della loro sorella.

Quello che emerge, soprattutto, è il ritratto di una donna fragile, sbalzata tra eventi dei quali non capisce la portata e che la travolgono. Una donna che sarebbe stata felice nella sua città di provincia, in tempi tranquilli.
Ma il destino (o chi per esso) aveva deciso altrimenti.

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Beatrice da Vela

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