Ha fatto rumore una notizia riguardante la vendita di un gatto su Vinted. 30 sterline (circa 34 euro) per una bestiola di famiglia.
Ne abbiamo parlato Marcus e io, una sera, durante la passeggiata con Baguette. Sì, chiacchieriamo, quando il parco è deserto. Marcus mi fa compagnia, mentre Baguette è intenta ad annusare e a pisciolare in giro.
Ne è venuto fuori un racconto a quattro mani: la storia è la stessa, ma è vista con gli occhi del felino.

Mi chiamo Albert.
Ho tre anni, e fino a ieri credevo che i nomi fossero per chi resta.
Io sono un gatto tranquillo. Non uno di quelli che fanno i salti acrobatici per strappare risate, né uno che si appiccica alle gambe come un’ombra. Io sono… presente.
Mi piace osservare. Mi piace capire prima di fidarmi.
E infatti, quando lei ha preso il telefono e ha iniziato a parlare con quella voce un po’ finta — quella che si usa quando si vuole sembrare gentili, ma in realtà si vuole concludere in fretta — io ho capito che qualcosa non andava.
Non è che capisco le parole, certo.
Ma capisco le pause.
Capisco le mani che non accarezzano più.
Capisco quando il mio nome viene detto come un oggetto.
Albert.
Come si dice “ombrello”.
Come si dice “sedia”.
Come si dice “lo porto via”.

Poi è arrivato il giorno in cui mi hanno messo nella gabbietta.
Io odio la gabbietta.
Non perché sia piccola, ma perché è una frase chiusa. Una frase senza via d’uscita.
Mi hanno appoggiato vicino alla porta. C’era odore di fretta, odore di decisione.
Io ho miagolato piano, non per chiedere, ma per ricordare:
Ehi. Io sono vivo. Io sono qui. Io sono tuo.
Ma lei non mi ha guardato.
Ha guardato il telefono.
Il telefono, che per gli umani è come una specie di divinità: decide, risponde, compra, vende, cancella.
E così ho capito.
Io ero diventato un annuncio.
Non so cosa sia un annuncio, ma ho capito cosa significa essere messo in vendita.
Perché l’aria cambia.
Perché gli occhi cambiano.
Gli occhi non ti vedono più.
Ti valutano.

Quando è suonato il campanello, ho sentito il cuore battere in un modo diverso.
Io, i cuori, li sento sempre.
Sono un gatto.
Io ascolto quello che non viene detto.
Lei ha aperto.
È entrata una donna.
E subito… subito ho sentito qualcosa.
Non era profumo. Non era rumore. Non era il tono della voce.
Era il modo in cui mi ha guardato.
Gli umani, quando guardano un gatto, di solito fanno due cose:
cercano di capire se è bello
cercano di capire se dà fastidio
Lei no.
Lei mi ha guardato come si guarda qualcuno che è rimasto troppo tempo al freddo.
Come si guarda una creatura che non dovrebbe trovarsi lì.
E io, senza volerlo, ho fatto un passo avanti.
Piano.
Con cautela.
Lei ha parlato con la mia umana — la mia ex umana, forse — e io ho sentito quella parola.
Sterline.
Poi un’altra.
Trenta.
Trenta.
Io non so contare, ma so riconoscere la cifra della vergogna.
Perché trenta è un numero piccolo, e io, dentro, mi sentivo grande.
Grande abbastanza da meritare almeno una spiegazione.
Grande abbastanza da non essere lasciato su uno scaffale.

Quando mi hanno preso, mi sono irrigidito.
Non mi piace essere preso in braccio da chi non mi appartiene.
Ma quella donna non mi ha afferrato.
Mi ha sostenuto.
Come si sostiene una cosa preziosa.
Come si sostiene un vaso antico.
Come si sostiene un cuore che potrebbe rompersi.
Mi ha messo nella gabbietta, sì.
Ma questa volta la gabbietta non era una frase chiusa.
Era una barca.
E io stavo attraversando qualcosa.

In macchina ho tremato.
Non di paura, o forse sì.
Ma soprattutto di quel sentimento che i gatti non dovrebbero provare e invece provano: la confusione.
Perché io ero stato amato, almeno un po’.
Io ricordavo mani che grattavano dietro le orecchie.
Ricordavo la ciotola piena.
Ricordavo la voce che diceva “Albert” con un sorriso.
E allora perché?
Perché vendermi?
Gli umani hanno un modo terribile di cambiare idea.
È come se il loro amore fosse un cappotto: lo mettono quando serve, lo tolgono quando ingombra.
Io, invece, l’amore lo porto addosso.
Come il pelo.

Quando siamo arrivati, la donna mi ha portato dentro un posto che sapeva di altri gatti.
Ma non c’era puzza di paura.
C’era odore di cibo, di pulito, di pazienza.
Mi ha aperto la gabbietta e io non sono uscito subito.
Perché io non sono uno che si fida in fretta.
Lei non ha insistito.
Si è seduta per terra, a distanza, e ha aspettato.
Ha aspettato come se avesse tutto il tempo del mondo.
E io ho capito un’altra cosa.
Che certe persone non salvano per sentirsi brave.
Salvano perché non riescono a fare altrimenti.
Perché per loro un gatto non è un annuncio.
È una vita.
Sono uscito.
Ho fatto due passi.
Ho annusato l’aria.
Lei mi ha parlato piano.
Non come si parla a un bambino.
Come si parla a qualcuno che ha capito troppo.
E poi ha detto una frase che io non capivo, ma che il mio corpo ha riconosciuto:
“Adesso sei al sicuro.”
Sicuro.
È una parola che si sente nella pancia.
Io mi sono seduto.
Ho avvolto la coda intorno alle zampe.
E per la prima volta, dopo giorni, ho chiuso gli occhi senza controllare la porta.

Più tardi, ho sentito parlare di una casa.
Di una persona che mi adotterà presto.
Io non so cosa sia “presto”, ma so cosa significa “adottare”.
Significa che non sei più un oggetto smarrito.
Sei una scelta.
E io, Albert, che per trenta sterline ero diventato una cosa, adesso torno a essere un qualcuno.
Un gatto con un nome.
Un gatto con un futuro.
Un gatto che, forse, un giorno sentirà di nuovo una voce dire:
“Albert, vieni qui.”
E non sarà una voce che vuole liberarsi di me.
Sarà una voce che mi vuole.

Io non ho rancore.
I gatti non sono fatti per il rancore.
Siamo fatti per sopravvivere, per ricordare, per ricominciare.
Ma una cosa la so.
Non c’è prezzo per una vita.
E se qualcuno prova a mettertelo addosso,
prima o poi arriva sempre una mano diversa.
Una mano che non compra.
Una mano che salva.
E quella mano, io, l’ho già riconosciuta.