Mercoledì scorso, nel Gruppo Facebook (ci trovate facendo clic qui), abbiamo discusso un argomento che ha suscitato un certo interesse: Lo pseudonimo. Se si usa, perché e come si è scelto. Uno, più d’uno?
La discussione sullo pseudonimo mostra una grande varietà di esperienze e motivazioni, tra chi lo considera uno strumento utile e chi invece preferisce firmare sempre con il proprio nome.
Molti interventi concordano su alcuni motivi ricorrenti: la protezione della privacy e del lavoro, il cambio di genere letterario, le strategie editoriali o commerciali e, in alcuni casi, la semplice affezione a un nome d’arte diventato parte della propria identità.
C’è chi lo usa come vera e propria difesa, come Thea Vinci, per proteggere la parte emotiva che finisce nei romanzi; chi lo ha scelto per evitare problemi professionali o sociali, come Taylor Kinney, Nykyo o Sonia Morganti, che racconta un’esperienza concreta in cui la scrittura ha pesato negativamente in ambito lavorativo.
Altri lo vedono come scelta pratica o editoriale: Antonia Iolanda Cudil lo ha adottato su consiglio dell’editrice per distinguere i generi, mentre Ella S. Bennet lo usa per separare le storie rosa dalle altre pubblicazioni. Laura Randazzo racconta di usare uno pseudonimo in alcuni contesti online, mentre Katy Blacksmith e Rebecca Quasi spiegano come il nome d’arte possa nascere per motivi di suono, semplicità o riservatezza.
C’è poi chi lo vive come una seconda pelle: Yali Ou Ametistha lo usa da così tanto tempo che è diventato il suo vero nome quotidiano, mentre Eward C. Bröwa sottolinea che il suo pseudonimo non nasconde ma rafforza l’identità familiare e territoriale.
Sul fronte opposto, diversi partecipanti preferiscono il proprio nome: Roberta Ciuffi racconta di aver usato pseudonimi solo per necessità contrattuali ma di non amarli, perché nulla supera l’emozione di vedere il proprio nome in copertina; Fernanda Romani, Laura Costantini e Anita Sessa non ne hanno mai sentito il bisogno, pur riconoscendone l’utilità in certi casi.
Dal punto di vista della lettura, Babette Brown osserva che per chi legge conta soprattutto il libro, non il nome in copertina, mentre Piera Nascimbene conferma che, da lettrice, non si pone il problema, pur capendo chi sceglie uno pseudonimo per evitare pressioni o giudizi.
Nel complesso emerge una conclusione condivisa: lo pseudonimo non è una questione di moda o gusto, ma di necessità personali, professionali o narrative, e ogni scelta ha senso solo nel contesto di chi scrive.
Hanno partecipato (in ordine alfabetico):
Amalia Frontali
Anita Sessa
Antonia Iolanda Cudil
Babette Brown
Ella S. Bennet
Eward C. Bröwa
Fernanda Romani
Giovanna Barbieri
Katy Blacksmith
Laura Costantini
Laura Randazzo
Mari Thorn & Anne Went
Nykyo
Piera Nascimbene
Rebecca Quasi
Roberta Ciuffi
Roberta Martinetti
Sonia Morganti
Taylor Kinney
Thea Vinci
Yali Ou Ametistha
Copertina creata con ChatGPT

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