Martedì 20 gennaio sono stata ospitata in una biblioteca di Genova per parlare, in teoria, del mio noir più recente, “Ostinato silenzio”, ma come sempre il discorso si è allargato alla mia intera produzione del genere crime.
Un lettore, molto attento, ha notato che mentre nei due cicli Mariani e Maritano il punto di vista è quello degli investigatori protagonisti e il tempo è al presente, in “Tunnel” e in “Irene l’assassina” uso il tempo passato e nel secondo anche il punto di vista non è univoco. Mi ha chiesto i motivi delle mie scelte relative a punto di vista e tempi verbali.
Vorrei condividere con voi le mie risposte.

Ho sempre letto gialli, penso di aver imparato a leggere sui titoli dei Gialli Mondadori che in casa non mancavano mai.
Cosa mi infastidiva? Non solo la soluzione “a sorpresa”, ma l’investigatore che sa qualcosa di ignoto al lettore. La lotta fra investigatore e lettore deve essere alla pari, soprattutto nel giallo classico in cui le risposte alle domande chi, come e perché sono l’intelaiatura su cui l’autore costruisce la trama.
Mi sono chiesta quando la lotta non è alla pari, ma sbilanciata in favore dell’investigatore. Quando l’investigatore sa qualcosa che non viene comunicato, volontariamente, al lettore. Come evitarlo? Usando un io narrante che coincide con l’investigatore e raccontando quello che scopre nel momento e nel modo stesso in cui lo scopre. Attenzione, il presente è essenziale per avere lotta alla pari perché raccontando al passato si ha una selezione automatica dei ricordi, mettendo in luce quelli che diventeranno importanti e lasciando in ombra gli altri. Faccio sempre l’esempio banale: ognuno ricorda bene quando ha incontrato per la prima volta una persona che sarebbe diventata importante nella sua vita… Ecco, quanti altri ha incrociato nel medesimo giorno? Tanti. Tutti cancellati dal tempo. Quindi, il presente, in modo che ogni fatto narrato abbia il medesimo grado di importanza.
Il tempo passato può sbilanciare a favore del lettore? A volte lo scrittore si lascia sfuggire anticipazione del tipo “non sapeva che…”: insopportabile.

Perché ho cambiato in “Tunnel”?
Premetto che quando l’ho cominciato doveva essere un romanzo non di genere, ma la storia di una donna stuprata. Poi è diventato un noir. Scritto in prima e al presente. Totalmente assolutamente invasivo. Su richiesta dell’editore che lo riteneva troppo l’ho riscritto al passato e in terza, però il punto di vista è sempre della protagonista. Secondo me era migliore prima.
E “Irene l’assassina”?
Volevo scrivere un romanzo sul Male, su come nasce, si propaga e infetta. Un virus. Sulle false apparenze. Sui fallimenti. Anche sul narratore inaffidabile. Un unico punto di vista non poteva funzionare. Un narratore onnisciente ancora meno. Avevo bisogno di più punti di vista, non tanto alternati, quanto a passarsi il testimone uno con l’altro.
Mi rendo conto che è una sensazione molto difficile da spiegare, ma quando si scrive spesso noi siamo soltanto strumenti, è la storia che impone scelte stilistiche.
Perché il passato in Irene? Perché è una storia che comincia quando tutto è avvenuto anche se sembra che molto accada dopo.
Tutte le scelte stilistiche hanno vantaggi e svantaggi, sono comode e scomode. Come è la bacchetta a scegliere il mago, così è la storia a scegliere come vuole essere raccontata, forse anche da chi.

Vi ricordo OSTINATO SILENZIO .

Copertina di OSTINATO SILENZIO: il commissario Mariani, visto di spalle, sta attraversando una passerella fra la strada e un edificio. Siamo a Genova, è sera.

È giugno, le figlie del commissario Mariani e sua madre Emma sono in vacanza, mentre lui è a Genova al lavoro come la moglie Francesca. Forse l’essere soltanto in due migliorerà l’umore della sua Fran che da febbraio sente nervosa e spesso assente. Ma un caso di omicidio in un B&B vicino al Ponte Monumentale, lo costringe ad affrontare momenti difficili e inaspettati, non solo dal punto di vista professionale, perché la vittima aveva avuto ripetuti scambi di messaggi e telefonate con Francesca. E Francesca è stata vista poco lontano dal luogo del delitto dove sono anche state repertate le sue impronte. Francesca, chiusa in ostinato silenzio, rifiuta di dare spiegazioni. L’unico dato certo è che l’uomo ucciso era un suo amico di quando lei frequentava la Normale di Pisa. Mariani non può indagare su di lei. Non vuole. È preoccupato e, soprattutto, ferito dal silenzio di Fran; la sua unica alternativa è chiedere un periodo di ferie mentre saranno altri a occuparsi del caso in cui è coinvolta sua moglie. Sono giorni difficili anche perché qualcuno coglie l’occasione per infangarlo. Ma sarà solo il primo di una catena di omicidi e il commissario dovrà ritornare al lavoro per fare luce su ambigui fatti del passato che continuano a pesare sul presente.

Qui potete acquistare il romanzo.

Qui potete leggere la recensione di Babette Brown.