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Recensione, Il gatto venuto dal cielo, di Takashi Hiraide

Nell’ampio giardino di un’antica dimora, protetta dall’ombra di un grande olmo, un giorno appare una nuvola, un minuscolo lembo di cielo bianco caduto sulla terra: è un piccolo gatto, anzi una gatta. Anzi è Chibi: si, perché Chibi ha un carattere tutto suo, indipendente, curioso, vivace. A volte sa essere anche brusca, soprattutto quando vuole afferrare quel pesce che le state cucinando, e può mordere se provate a prenderla in braccio, ma sa anche essere affettuosa e riempire di dolcezza i suoi silenzi (nessuno l’ha mai sentita miagolare!) Ecco, Chibi è cosi, prendere o lasciare. Chibi, come tutti i gatti, sa come farsi amare: giorno dopo giorno la sua testolina spunta alla finestra della coppia che da poco si è trasferita nella dépendance dell’antica dimora. Chibi deve passare per la loro casa prima di lanciarsi nei suoi rocamboleschi inseguimenti e misteriose esplorazioni nel magnifico giardino della villa. Marito e moglie sono giovani, ma sembra che già non abbiano più nulla da dirsi: forse è l’abitudine, forse è qualcosa di oscuro che serpeggia tra loro, ma sono più i silenzi quelli che si scambiano che non i gesti d’affetto. Ma le visite di Chibi costruiscono nuove abitudini, piccoli riti capaci di riavvicinare marito e moglie. Pur non facendosi mai adottare dalla coppia – fiera della sua autonomia, rimarrà sempre “il gatto ospite” – Chibi, come un piccolo spirito celeste, saprà cambiare per sempre la vita di chi l’ha conosciuta.

Titolo: Il gatto venuto dal cielo.
Autore: Takashi Hiraide.
Genere: Narrativa contemporanea.
Editore: Einaudi, Supercoralli.
Prezzo: euro 9,99 (eBook); euro 15,30 (copertina rigida); euro 8,92 (copertina flessibile).

Oggi ho iniziato e finito questo breve romanzo – Il gatto venuto dal cielo – che avevo preso perché, a meno di autori che ormai ho appurato non piacermi o di opere troppo adolescenziali, qualsiasi romanzo arrivi dal Giappone attira il mio interesse e lo infilo nella mia lista di letture.
Diversi commenti negativi dei lettori mi avevano però un po’ fatto passare la voglia: scrivere di animali penso che sia estremamente difficile, il rischio di diventare stucchevoli, o autoreferenziali, è altissimo. Mi piacciono gli animali ma non ho più undici anni. Quindi le brutte recensioni sui vari social libreschi mi stavano davvero facendo desistere. Ma poi, era breve, ormai l’avevo, e alla peggio, come penso sempre, avrei imparato qualcosa di più sul Giappone. Così quando ho iniziato a leggerlo non ho più smesso.

Sicuramente non è un libro per tutti, posso immaginare che a un certo tipo di lettori, poco avvezzi non solo al Giappone, ma in generale alla poesia possa risultare… noioso? Che non succeda niente? Che non ci sia trama? Di sicuro la quarta di copertina non aiuta, perché sembra che si vada a parlare d’altro, ma io ho trovato questo romanzo breve delicato, vero e – a dispetto delle critiche che lo vedevano freddo – intenso.

L’autore è effettivamente un poeta che racconta del rapporto che lui e la moglie hanno instaurato con la gatta Chibi, la gatta dei vicini che s’intrufolava nel loro giardino e poi in casa. Una gatta che dormiva anche da loro, che non si faceva prendere in braccio, una gatta misteriosa, indipendente ma che i due coniugi consideravano anche la loro gatta. Il romanzo tratta di questo rapporto insieme a quello del protagonista con la casa in cui si sono trasferiti, una casa di Tokyo dei primi Novecento, in stile tradizionale con un giardino molto grande, che ha il destino segnato nella Tokyo degli anni ’80 dove il mercato immobiliare è in piena fase speculativa e tutto viene lottizzato, venduto, rivenduto.

C’è l’eco di un mondo che sta scomparendo, ma soprattutto c’è questo stupore da poeta per la natura, per la gatta Chibi, la catturafulmini, per una libellula bianca e azzurra che viene a bere nell’arco d’acqua quando lui bagna le piante, una comunione con quanto di bello ed effimero esiste al mondo e che solo un giapponese sa cogliere così bene.

Ho parlato di poesia ma il libro è poetico nell’intento, nell’anima, la scritture è semplice, descrittiva, non sempre scorrevolissima, ma quando si parla di una lingua così lontana dalla nostra, molto è da imputare alla traduzione. Però non c’è una scrittura lirica, tutt’altro. È più una scrittura piana che coglie l’essenziale attraverso immagini silenziose, piccole, ma emozionanti.

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