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Recensione: I figli dell’ombra, di Cassandra Green

Quando durante una corsa mattutina un giocatore di Football, si imbatte nel cadavere della piccola Flo Gomez scomparsa il giorno prima, Victor Bell teme che quello sarà l’inizio di una serie di macabri delitti. Il suo intuito di poliziotto non sbaglia e il ritrovamento di altri corpi sarà per lui un’ulteriore conferma che quanto raccontatogli da suo padre era vero. Intanto la vita degli abitanti di Whitesouls scorre come da copione. Ognuno impegnato a svolgere i proprio doveri, così come il reverendo Morales ha imposto loro di fare per essere un bravo cristiano, per entrare nelle grazie di Dio. Quello che nessuno immagina è che un’oscura e antica presenza da sempre attratta dalla loro ipocrisia e falsità è tornata per spingere sette anime scelte per l’occasione alla dannazione eterna.Bell dovrà dare prova di grande fede per riuscire a scacciare i demoni che abilmente stanno contaminando i cuori dei suoi compaesani e quando tutto sembrerà ormai perduto tre portatori di luce accorreranno in soccorso dei “Giusti”. Ma tutto ciò basterà ad estirpare il male dall’apparente tranquilla cittadina di Whitesouls?

Titolo: I figli dell’ombra.
Autore: Cassandra Green (Maria Donata Tranquilli).
Genere: Thriller, Fantasy.
Editore: Self-Publishing.
Prezzo: euro 0,99 (eBook).

Sinossi riempitiva per un lavoro mediocre – Una stellina

Scaricato l’estratto, è bastato il prologo per far sì che restassi a dir poco perplessa davanti alla vasta conoscenza in materia linguistica millantata dall’autrice.

  1. Infodump a profusione (Es.: “Ribatté l’uomo dal grande letto, che occupava parte della stanza le cui pareti erano ricoperte da una carta da parati rosa pallido.”).
  2. Utilizzo improprio di tempi verbali (Es.: “Tu sai dov’è ora?”; “La prima, ovviamente, era che non c’era scuola”).
  3. Punteggiatura creativa, accenti-che-cosa-sono, eccetera (punti disomogenei dentro o fuori le caporali, virgole tra soggetto e verbo, “è” maiuscole non accentate, punti esclamativi utilizzati in maniera incoerente, maiuscole e minuscole buttate a caso indipendentemente dal contesto).
  4. Personaggi a dir poco comici e incoerenti: una ragazzina che si esprime come una filosofa degli anni ’30, un poliziotto (uno dei tanti) che si comporta come un pedante bimbo di quattro, per dirne due su tutti.
  5. Dinamiche che ammiccano a telefilm e pellicole in voga negli anni ’90, poi, o donne in carriera che “sacrificano” il loro essere casalinghe, rendono il testo non un omaggio, ma un concentrato di scopiazzature mal gestite.
  6. I punti di vista non esistono, la trama saltella di fiore in fiore, generando uno stordimento tale per cui seguire il filo della narrazione diventa, a tratti, praticamente impossibile.

Si parla di editing, tra i ringraziamenti, ma è inesistente. E non ci sono giustificazioni di sorta: un lettore che paga per acquistare un romanzo ha il diritto di leggere qualcosa di curato. Qui non c’è alcuna attenzione né alla forma né alla grammatica. Né in campo medico, a dirla tutta, dato che l’autrice dimostra di saperne davvero poco del Morbo di Alzheimer.

Non ci sono margini di miglioramento, oltretutto, perché il romanzo cade come un castello di carte alla prima folata di vento, sia per intreccio, sia per stile narrativo. Semplicemente, l’autrice non ne ha.

Scrivere non è un mestiere per tutti, e qui se ne ha una prova lampante.

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