Quali erano i motivi che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del secolo scorso spingevano un ragazzo qualsiasi – di una famiglia come tante – a diventare un componente di una delle bande criminali che dominavano Roma? Forse era la mancanza di qualsiasi motivazione contraria, la disillusione inconsapevole e la mancanza di stimoli ed esempi positivi. La scelta era tra trascinarsi in quella che appariva come mediocrità, accontentarsi di una quotidianità banale, o seguire la strada di chi appariva vincente, essere dalla parte dei deboli o scegliere di stare da quella di chi è forte, di chi sembra invincibile. Dopo molti romanzi che hanno raccontato quegli anni dal punto di vista di chi ha vinto, trasportando verità giudiziarie accertate e documentate in fiction romanzesche, questa storia racconta il punto di vista di uno degli sconfitti. Senza nessun romanticismo e senza nessuna ricerca di alibi e giustificazioni. Sullo sfondo di una Roma cupa, sciatta e violenta, nello svolgersi di episodi che raccontano la storia collettiva, si snoda la vita di un ragazzo che perde gradatamente ogni remora e scrupolo, senza rendersi conto di diventare uno strumento nelle mani di qualcuno che lo utilizza come fosse un’arma, un automa senza nessuna personalità e coscienza. Fino a quando questa violenza gli si ritorce contro.

Titolo: Nero romano. Una storia di sangue e sanpietrini.
Autore: Marco Proietti Mancini.
Genere: Noir politico.
Editore: Fratelli Frilli Editori. “I Tascabili”.
Prezzo: euro 1,99 (eBook); euro 13,21 (copertina flessibile).
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Cinque stelle su cinque.
Di Marco Proietti Mancini ho letto molto. E tra i molti titoli, compresi racconti apparsi in varie antologie e raccolte, considero questa sua ultima opera la migliore, senza se e senza ma. Narrata in prima persona da Mirco, un bravo ragazzo qualsiasi nella Roma degli anni di piombo, la storia procede ineluttabile, senza sconti, senza giustificazioni, senza mai un “sì, però…”, un “considera che…”. Eppure sarebbe troppo facile considerare e giustificare Mirco, che incontriamo bambino preso di mira (all’epoca non ci chiamavamo “bullizzati”, eravamo però presi di mira da altri o altre e i risultati e le dinamiche, vi assicuro, erano gli stessi) da quelli “cattivi”, da quelli più “forti”. Una famiglia normale, un padre lavoratore, una madre casalinga, un fratello maggiore. Tutto lineare, niente che possa far dire: “eh, ma si capiva cosa sarebbe successo”. La forza di questo romanzo è aver avuto il coraggio di dire che poteva accadere, a chiunque. Un bar, un invito a prendere un aperitivo, quella domanda terribile: “Sei un bravo ragazzo?”. Mirco lo era, come lo erano tanti altri finiti a compiere gli stessi tragici errori. Non è un romanzo dichiaratamente politico, anche se lo è. Non prende una posizione precostituita. Racconta e lascia a chi legge il compito di trovare un messaggio, posto che ce ne sia uno in grado di comprendere e far comprendere anni difficilissimi, sempre in bilico tra criminalità e lotta armata, dove il quartiere di provenienza, il tipo di occhiali, il modello di giubbotto potevano fare la differenza tra rossi e neri più di quanto potessero le ideologie spesso ridotte a quegli aggettivi/sostantivi che, purtroppo, torniamo a sentire e usare oggi: fasci e zecche. Mirco attraversa una tempesta perfetta, accetta le regole. Chi cade, cade. Non culla rimpianti o sensi di colpa. Spara, se c’è da sparare. Uccide, se c’è da uccidere. E rimane un “bravo ragazzo” che ama i genitori (anche se li giudica), che regala indumenti di marca al fratello, che acquista l’automobile nuova per il padre. Nessuno chiede, tutti, in fondo, capiscono. Titolo indovinato perché il nero domina, in tutte le sue accezioni. E la consolazione non arriva. Consigliato.

Qui potete trovare tutti i libri di Laura Costantini, giornalista RAI e scrittrice poliedrica.