Interviste

Intervista: Federica D’Ascani

Buongiorno a tutti. Abbiamo con noi Federica D’Ascani, Autrice del romanzo “Il bambino che non poteva amare“, uscito il 20 maggio per i tipi (come sono antica!) di Triskell Edizioni.

Il romanzo si distacca da tutto quello che l’Autrice ha scritto finora (anche con lo pseudonimo di C.K. Harp) e quindi siamo molto curiose.

Di che parla, questa benedetta storia dalla copertina a tratti inquietante, dalla trama esplicita, dallo spauracchio lacrimesco quasi scontato?
Parla di amore. Ricordate il primo titolo? L’amore oltre? Parla di amore. Ma amore a tutto tondo. Quello raggiunto attraverso il sacrificio, le lacrime, la sofferenza. Quello facile – che poi facile non è mai – che non ha bisogno di prove: che c’è. Quello che va oltre le convenzioni sociali. Quello che va oltre la propria famiglia, il vincolo di sangue. Quello che riguarda la comunità intesa come un insieme di persone. Quello che tiene conto di un sorriso, di una speranza. Quello per un Dio che non si vede. Quello che, insomma, muove ogni azione.

Parla di sindrome di Down, vero?
Sì, ma anche di autismo e di disabilità. Parla di matti. Parla di persone considerate normali, ma che dentro covano una rabbia e una cattiveria immense. Parla di quelle tematiche che vorremmo (perlomeno alcuni di noi) vedere relegate al passato, ma che risultano dannatamente attuali. Ogni giorno, ogni anno.

Un argomento che ti tocca da vicino. Da molto vicino.
Il giorno in cui è entrata in casa mia (nostra, della mia famiglia) un batuffolo di nome Claudia, ho realizzato che la vita per come la conoscevo era un bluff. Che tutto quello che avevo vissuto fino a 14 anni era nulla. Che vivere una persona speciale era diverso dal vederla.  Ma è stato difficile. Difficile accettare che diventasse mia sorella (due settimane di colloqui prima del preaffido, ragazzi: sfido chiunque a non restare sconcertato); difficile credere che avesse una testa diversa dalla mia, che fosse pura, che non conoscesse la cattiveria. Difficile scendere a patti con il fatto che la sua vita sarebbe, per forza di cose, stata diversa da quella delle sue coetanee “normodotate”. Difficile CAPIRE quanto NON fosse NORMALE.

Ti sei mai pentita di quell’iniziale entusiasmo? Anche se permeato di paura?
Quando, anni dopo, mi sono guardata indietro… ho capito che non ci avevo capito niente lo stesso. Perché Claudia era molto più NORMALE di me. Perché viveva la sua vita senza pensare a “chissà cosa dice la gente”. Perché non avrebbe mai fatto le scelte sbagliate che ho fatto io.
Ho capito che la sua presenza nella mia vita era giusta. Non un dono, non una fortuna. Era giusta.

Quando hai cominciato a pensare a questo libro?
Quando sono rimasta incinta e ho cominciato a sentire dentro di me muoversi una nuova vita, Teresa mi è venuta parlare all’orecchio. E mi ha raccontato la sua storia. Di quanto abbia sofferto, nell’epoca in cui è vissuta. Di quanto la normalità della nostra fosse ancora più anormale nel passato. Di quanto nascere “deformi” fosse un peccato mortale. Di quanto una sorella come Claudia avrebbe richiesto più sacrifici del sospettabile.
E mi si è stretto il cuore, al pensiero di mia sorella in quel periodo. Perché lei era ed è giusta. Più di me.
Scrivere questa storia durante la gravidanza mi ha fatto capire tantissime cose, mi ha messa davanti alla realtà. Mi ha resa cosciente del fatto che non esiste un figlio e basta, ma che ne esistono tanti. Che non bisogna partorire per amare un bambino. Che non bisogna essere madri per sentire addosso la pressione e la sofferenza di chi non ha l’amore. Perché non può averlo, beninteso.
Mi ha fatto comprendere che lottare per qualcosa, anche quando tutti dicono che è sbagliato (o che è giusto, a seconda dei casi) non è da stupidi. Che cercare di battersi per gli altri, senza pensare a un tornaconto personale, non è altruistico, ma doveroso.

C’è un messaggio forte in questa storia.
Se c’è una cosa che spero per questo mio romanzo è il riuscire a inculcare nelle persone che decideranno di leggerlo (forse più in quelle che invece non vorrebbero farlo) non che i disabili siano cuccioli di foca bisognosi di pucci pucci, ma persone con abilità diverse meritevoli di rispetto come me e come te. E sogno che ognuno di loro, prendendo in esame ciò che è il proprio talento, viva per migliorare il microcosmo in cui orbita.
Basterebbe questo, per vivere tutti meglio.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da qualche anno, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

1 Commento

  1. silvana sanna
    11 Giugno 2019 at 15:04 — Rispondi

    Che belle parole quelle di Federica! Parole che le vengono da una esperienza diretta, ma soprattutto da una sensibilità e un’intelligenza straordinarie. Parole che fanno riflettere e inducono a un esame di coscienza personale. Se già prima stimavo Federica e le volevo bene, ora ancora di più. Non ho ancora letto il libro, voglio farlo ma me ne manca il coraggio, so che mi farà star male. Ma di certo presto lo prenderò in mano e sono sicura che mi piacerà infinitamente.

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