Pensieri sparsi

Vasco Rossi a modo mio, di Nicola Rocca

Nicola Rocca, giovane autore di sanguinolenti thriller (QUI la Pagina-Autore su Amazon), è un fan appassionato del Comandante e non perde un concerto che è uno.
Dall’ultimo, ci ha mandato un po’ di fotografie e l’autorizzazione a pubblicare un racconto uscito in self tempo fa.

E se si girano gli eserciti
e spariscono gli eroi,
se la guerra poi adesso cominciamo a farla noi.
Non sorridete, gli spari sopra, sono per noi.

 

PRATO GOLD (UN MALEDETTO FIGLIO DI PUTTANA),

di

Nicola Rocca

Il concerto era previsto per le 21.00, ma, come ogni fan che si rispetti, io e Silvia alle 8.00 eravamo già in autostrada da un pezzo.
Silvia fai presto, che sono le otto! Se non ti muovi, fai tardi lo stesso…
Un’ora più tardi arrivammo a un parcheggio – gratuito, che strano! – a circa un chilometro e mezzo da San Siro.
“Proviamo a metterla qui, Willy” disse Silvia.
Cercai di valutare a tempo di record una soluzione, sperando che i miei neuroni si decidessero a mettersi in funzione.
“Lasciamola qui, sì” decisi con poca convinzione.
Andai a occupare l’ultimo rettangolino di spazio disponibile, benedicendo la Smart.
Recuperammo gli zaini e la borsa frigo.
“Andiamo” dissi, con un sorriso che mi andava da un orecchio all’altro.
Ero eccitatissimo, non vedevo l’ora di stare nelle prime file, abbracciato alla mia Silvia, aspettando che il grande Vasco uscisse sul palco a cantarci in faccia una scaletta strepitosa.
Il pensiero mi procurò un brivido lungo la schiena. Poi, un ricordo molesto mi raggiunse come uno schiaffo.
Cazzo, un biglietto in due…
L’avevo quasi dimenticato.
Avevo cercato mesi prima i biglietti per l’evento, ma la sorte me ne aveva concesso solo uno. Il biglietto Prato Gold è quasi introvabile, lo sanno tutti. È un maledetto figlio di puttana.
Poi, i mesi erano trascorsi senza che né io né Silvia cercassimo più il biglietto mancante.
Alla fine, pochi giorni prima del concerto, ci eravamo ripromessi di acquistarlo fuori dallo stadio da qualche bagarino, sperando di non imbatterci nella sfiga di tre anni prima. Allora eravamo in cinque e solo quattro erano muniti di biglietto, così avevamo comprato il quinto da un bagarino – forse il più infame della categoria – per la modica cifra di duecento euro.
Duecento euro invece dei settanta di normale listino. Il problema era arrivato quando l’addetto alla sicurezza aveva bofonchiato che il biglietto era falso e che Mirko non poteva entrare.
Maledetto figlio di puttana… Duecento euro per un rettangolino di carta straccia!
Io e Silvia saremmo stati attenti. Niente scherzi!

Zaino in spalla e borsa termica alla mano – un manico ciascuno, per suddividerne il peso – ci incamminammo lungo il viale. Il pensiero del biglietto mi procurava un fastidio alla bocca dello stomaco.
Né io né Silvia dicemmo una sola parola per più di cinquecento metri. Poi, i nostri occhi si diressero all’unisono verso un uomo con un cartello di cartone che gli pendeva dal collo.
COMPRO E VENDO BIGLIETTI
Il sollievo dipinto sulle nostre facce fu un semaforo verde per il bagarino.
“Servono biglietti, ragazzi?” disse lui, facendo un passo verso di noi.
Non conviene mai dire tutta la verità a quella gente. Se fai capire che sei disposto a pagare tutto l’oro del mondo per avere tra le mani un biglietto Prato Gold è finita. Ti succhiano il sangue, ti svuotano il borsello e ti rifilano un falso con cui non puoi nemmeno pulirti il culo.
“Sì” dissi, cercando di mostrarmi disinvolto.
“Che vi serve? Anelli? Tribuna numerata?”
Un respiro profondo.
“Prato Gold” dissi con un’ostentata decisione.
“Ah, Prato Gold” ripeté lui, con un sorriso che trasudava sarcasmo. “No, quelli non li ho. Vi posso dare due Primo Anello Verde”.
“Mi spiego meglio” dissi. “Abbiamo già un Prato Gold e ce ne serve un altro”.
“Non ne ho di Gold” confermò quello. “Vi posso dare due Anelli e voi mi date il Gold e qualcosa come differenza”.
La mia risposta arrivò immediata.
“Noi vogliamo andare nel prato!”
“Ah, bene” si limitò a dire il tizio, con un ghigno antipatico.
Salutammo con cortesia e lo oltrepassammo.
Dopo qualche secondo la sua voce ci raggiunse alle spalle.
“Ragazzi?”
Ci voltammo.
“State attenti perché quasi tutti i Prato Gold in circolazione sono falsi.”
“Ah!” esclamai. “Grazie dell’avvertimento”. Ero sicuro che questa volta non sarebbero riusciti a fregarmi.
Lui sorrise, alzò una mano in segno di saluto e disse: “Buona giornata, ragazzi. E in bocca al lupo.”
“Crepi” rispondemmo all’unisono io e Silvia, prima di voltarci e riprendere la ricerca.
Dopo pochi metri ruppi un silenzio che rischiava di rovinarci la giornata.
“Beh, potremmo scambiare il nostro Gold con due Anelli. Che dici?”
Silvia non rispose subito. Poi mi strinse la mano, si arrestò sul posto obbligandomi a fare lo stesso e mi ficcò gli occhi addosso.
“Io voglio andare nel prato.”
Decisi di non replicare. Spiegare alla mia ragazza la difficoltà di trovare un altro biglietto Prato Gold era come dire a una bambina che Babbo Natale non le avrebbe portato la casa grande della Barbie perché papà e mamma non avevano i soldi per acquistarla.
“Va be’, adesso proviamo a chiedere al prossimo bagarino” mi arresi.

Neanche a farlo apposta, ecco un tizio sui cinquanta con una strana maglia verde tesa su un addome da bevitore di birra venirci incontro.
“Biglietti, ragazzi?” chiese mettendo in mostra quattro denti storti.
“Sì” risposi, cercando di far trasparire convinzione. “Mi servirebbe un Prato Gold”.
Lui sorrise, dandomi modo di assistere nuovamente all’orribile spettacolo della sua bocca.
“Ce l’ho” disse, fiero di poter accontentare la mia richiesta.
“Quanto?” chiesi col petto che si allargava in un sospiro di sollievo.
“Centoventi.”
Considerando che quello acquistato mesi prima lo avevo pagato – con spese di commissione e spedizione – circa novanta euro… e che per il falso di Mirko avevamo sborsato duecento euro… Non mi sembrò una cifra esorbitante.
“Lo prendo” dissi. “Ma prima di pagartelo voglio farlo vidimare con la macchinetta elettronica, per accertarmi che non sia falso”.
“Ma quale falso?” replicò lui, infastidito. “Non ti fidi me?”
“Non è che non mi fido di te, ma so che girano molti biglietti falsi e magari anche tu, senza saperlo, ne hai acquistato qualcuno.”
L’uomo dalla pancia alcolica e il sorriso sdentato corrugò la fronte.
“Se vuoi sono centoventi sulla fiducia, altrimenti vai a comprarlo da un altro. Tanto non ne trovi. I Goldl i ho solo io.”
Modesto…
Mentre pensavo a cosa dire, la mia mente era già proiettata verso il prossimo bagarino.
“Ci penso” dissi infine, liquidando l’uomo. “Arrivederci”.
Lui ricambiò il saluto con un’alzata di spalle.

Qualche minuto più tardi raggiungemmo il piazzale intorno allo stadio Meazza e ci dirigemmo verso l’ingresso destinato ai possessori del biglietto Prato Gold– il numero 10 –, come se fossimo convinti di riuscire a trovare il ticket mancante.
Erano solo le 9.40, ma davanti ai cancelli c’erano già almeno cinquecento persone. Ci accodammo all’ultimo della fila, occupando la nostra piccola area con un lenzuolo portato per l’occasione. Fumammo una sigaretta, sia per smorzare la tensione della missione impossibile che ci attendeva, che per rimandare di qualche minuto l’amara delusione che sarebbe seguita nel caso non avessimo trovato ciò che stavamo cercando.
Sbuffai l’ultimo tiro, puntando gli occhi verso il cielo. Mi soffermai a osservare il fumo svanire, così come stava facendo la nostra possibilità di trovare un biglietto. Gettai il mozzicone a terra, mandandolo a fare compagnia a centinaia di filtri già consumati e calpestati. Mi avvicinai a Silvia e la baciai sulla fronte.
“Vado a fare un giro qui attorno” dissi. “Vedo se riesco a rimediare qualcosa.”
Silvia annuì.
“Cerca di fare presto” mi pregò.
O forse quello era un ordine?
“Farò del mio meglio” risposi, cercando di trattenere a stento la voglia di urlare che avevo dentro. Arrrgggh, donne! Eravamo nei guai e lei si preoccupava di restare da sola.
La sua risposta fu un cenno poco convinto, seguito dall’accensione di una nuova sigaretta.
Mi voltai, lasciandomi alle spalle Silvia e le centinaia di persone abbarbicate all’ingresso 10.

I bagarini erano in ogni dove, pronti ad abbordare la preda indifesa e a spillarle la maggior quantità di denaro possibile.
Loro sono truffatori di professione, sono uomini di strada, avanzi di galera, mafiosi… Insomma, sono paragonabili a un biglietto Prato Goldche non vuole farsi trovare: dei maledetti figli di puttana.
La mia attenzione fu attratta da uno di loro in particolare. Non era come tutti gli altri. Capello corto color cenere, in perfetto ordine; pelle chiara e soffice al punto tale da sembrare quella di un neonato. La maglietta bianca portava una scritta che mi fece sorridere:
QUESTA SERA, SERATINA TRANQUILLA
Attorno alla frase volteggiavano bottiglie di birra, foglie di marijuana, cannoni e pasticche d’estasi.
Seratina Tranquilla si accorse di essere osservato. Ravanò nel marsupio e si avvicinò.
“Biglietti?” chiese, semplicemente.
“Sì” risposi, pentendomi subito del tono lagnoso.
“Primo Blu, oppure Secondo Rosso Numerato. Centralissimi. Vicino alla sala stampa.”
Corrugai la fronte, in segno di disappunto.
“No” lo bloccai. “Cercavo un Prato Gold.”
Lui sbarrò gli occhi e mi rivolse un sorriso velato d’arroganza.
“Prato Gold?” chiese, senza aspettare conferma. “Lo sai che quelli sono carissimi?”
Annuii, tranquillo, per fargli capire che non ero un pezzente.
Che cazzo poteva saperne quello dei miei soldi?
Eppure lo sapeva. A quei bastardi basta guardarti due secondi negli occhi per capire fin dove puoi arrivare.
“Quanto sei disposto a darmi per un Gold?” mi chiese Seratina Tranquilla.
Fosse per me non ti darei un bel niente…
“Dimmi tu quanto vuoi” replicai, deciso.
L’uomo si guardò attentamente attorno, come se volesse assicurarsi di godere della giusta privacy che necessita il passaggio di un’informazione top secret. Poi, mi si avvicinò a due centimetri dal naso.
“Quelli partono da due e cinquanta.”
Minchia…
Avrei voluto mandarlo a farsi fottere, tanto per citare una celebre canzone del Komandante.
“No, due e cinquanta sono troppi” mi limitai a dire. “Non ce la faccio.”
“E certo che sono troppi” mi sostenne lui. “Prenditi un Rosso Numerato. È più fattibile. Con centoventi te lo do.”
“No. Non posso” risposi, d’istinto.
“Come non puoi?”
“Io ho già un Gold. E me ne serve un altro per la mia tipa. Se scendi un po’ col prezzo del Gold…”
Lasciai la frase in sospeso, perché qualcosa nei suoi occhi mi diceva che c’era aria di fregatura.
“No. Non ce li ho i Prato Gold.” Fece una pausa, cercando di attirare a sé il mio sguardo. “Sai cosa vuol dire Gold?”
Inarcai un sopracciglio, come a dirgli che lo sapevano anche i bambini di tre anni.
“Vuol dire «oro»”, continuò lui. “E l’oro è un bene prezioso. Per questo è raro e introvabile. E costa un sacco di soldi!”
Rimasi appeso alle sue parole, quasi ipnotizzato. Fu lui a continuare, dopo aver sciolto le labbra sottili in un sorriso.
“Mi dispiace. Non ce li ho, veramente.”
“Non fa nulla” mi affrettai a dire, prima di essere intrappolato di nuovo dalla sua abilità millantatrice di commerciante truffaldino. “Grazie lo stesso.”
Con un gesto della testa si allontanò da me, per avvicinarsi a una nuova preda.

Rimasi a rimuginare sull’eventualità di non trovare il biglietto. Non volevo neppure pensare a cosa avrei fatto in tal caso.
Avrei venduto l’unico Prato Goldper recuperare almeno in parte i soldi spesi? Oppure l’avrei permutato con due biglietti in tribuna? Oppure…
Un’ipotesi che non avevo valutato si fece strada nella mia testa.
La biglietteria…
Non capitava quasi mai di trovare biglietti alla biglietteria il giorno stesso di un evento che era soldoutda mesi. In qualche rarissimo caso, però, gli scorsi anni era successo che ci fosse ancora qualche buon settore disponibile.
Feci roteare lo sguardo in direzione di ciò che stavo cercando.
Quando vidi quella che pareva una serie di container, sorrisi soddisfatto e mi avvicinai. Un rapido sguardo all’orologio per scoprire che mezzogiorno era passato da venti minuti.
Era tardi.
Mi accodai alla dozzina di persone in fila indiana. Cercai di fare capolino, nonostante il mio scarso metro e settanta, per recuperare qualche informazione utile.
La biglietteria era aperta da cinque minuti, a confermarlo c’era un cartello con gli orari di servizio.
Dalle prime persone partirono imprecazioni di sconforto e con un rapido passaparola la brutta notizia raggiunse anche me: gli unici biglietti disponibili erano Secondo Anello Verde Visibilità Limitata.
“Cazzo!” dissi senza volerlo, rendendomi subito conto che a confronto con le bestemmie degli altri, la mia parolaccia era risuonata come una tenera supplica.
Mi guardai nuovamente attorno, senza sapere cosa fare e, come si dice dalle mie parti, quale santo chiamare.
Del resto, solo un miracolo avrebbe potuto risolvere quella situazione.
Nella mezz’ora seguente mi imbattei in tre bagarini, i quali mi spararono relativamente centottanta, duecento e duecentocinquanta euro per un biglietto che, sono sicuro, nessuno di loro aveva.
Deluso e sconfitto, iniziai il mio cammino verso l’ingresso 10 e Silvia. In prossimità del cancello numero 8, valutai l’ipotesi di interpellare due addetti alla sicurezza. Raccontai loro la mia situazione e chiesi un consiglio.
“Fai attenzione” mi disse il più grosso dei due. “Tra Prato e Prato Gold, ieri hanno trovato circa mille biglietti falsi.”
Apperò…
“E come posso capire che un biglietto è vero?”
I due si scambiarono una rapida occhiata.
“Ti conviene temporeggiare fino all’apertura dei cancelli, in maniera da far entrare la calca. Poi, se trovi qualcuno che ha il biglietto da venderti, vi avvicinate all’ingresso e lo fai vidimare dai nostri colleghi con l’apposita macchinetta…”
Niente di nuovo, ammisi sconfortato.

Salutai, riprendendo la strada con il cuore pesante.Ero quasi giunto al punto di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di scambiare il mio unico Prato Gold con due Anelli, quando…
“Prato Gold…”
“Prato Gold…”
L’ho sentito davvero o l’ho sognato?
La mia testa girò sul collo, compiendo una rotazione che avevo visto fare solo nell’Esorcista.
“Prato Gold…”
A pronunciare quelle due parole era stato un uomo poco distante da me. Carnagione così olivastra da mettere perfino in dubbio la provenienza italiana. Ai piedi portava un paio di ciabatte Cox, che mettevano in bella mostra la sua collezione di unghie incarnite.
“Io, Prato Gold” dissi, sentendomi quasi ridicolo.
Lui si avvicinò e mi sorrise. Sapeva di aglio e peperoni. Feci fatica a non scappare a gambe levate per il fetore.
“Prato Gold” ripeté lui, come se il fatto di avere tra le mani un biglietto per quel settore lo facesse sentire un Dio.
“Quanto?” chiesi, pensando che, forse, qualche volta, i miracoli esistevano per davvero.
“Centocinquanta” pronunciò secco. Con il tono di chi non ammette trattative.
A me andava benissimo. Era il tetto massimo che mi ero prefissato. Rimaneva un solo problema, però.
“Okay, ma…” cercai le parole per non essere offensivo nei suoi confronti “… chi mi garantisce che non sia falso?”
“Non è falso” disse lui. “Guarda” estrasse il portafogli, “ti mostro un documento.”
“Non è che non mi fidi di te…” misi le mani avanti, mentre leggevo che stavo trattando con Carmelo Currà. “… ma ho sentito dire che sono tanti i falsi che girano.”
Alito Puzzolente mi fissò stupefatto, ma alla fine sembrò comprendere le mie paure.
“Chiedi lì se te lo controllano” disse con mio stupore.
Per il tono e la maniera con i quali aveva pronunciato quelle parole glielo avrei acquistato sulla fiducia. Se non fosse stato per il timore di subire la stessa sorte toccata all’amico Mirko tre anni prima. Presi in parola il suo consiglio, dato dalla voglia di vendere l’ultimo biglietto che gli era rimasto, e mi avvicinai alla transenna oltre la quale campeggiavano centinaia di fan in attesa che gli organizzatori aprissero i cancelli.
Nel frattempo Silvia, che con ogni probabilità mi aveva adocchiato contrattare con il bagarino, mi venne incontro.
“Trovato?” chiese.
“Sì” risposi. “Centocinquanta. Dobbiamo controllare se è vero.”
“Eh, chiama il tipo con la macchinetta” mi suggerì lei.
Come se il «tipo con la macchinetta» fosse lì ad aspettare solo me.
Provai a scavalcare la transenna, rimediando un’occhiata fulminante di un addetto alla sicurezza. Attesi qualche secondo, giusto il tempo necessario a far sì che il tizio si distraesse con altra gente. A quel punto provai di nuovo.
Sbam…
Senza accorgermene mi ritrovai a terra, a seguito di una strattonata da dietro. Quando mi voltai, mi resi conto che l’artefice di quel gesto era un altro addetto alla sicurezza.
Mi rimisi in piedi e provai a spiegargli ciò che avrei voluto fare.
“Io non l’ho la macchinetta” mi disse con indifferenza. “Se vuoi comprare il biglietto da lui” continuò, indicando il bagarino, “è a tuo rischio e pericolo.”
Era chiaro che il più coglione della Securitylo avevo trovato io.
Cercando di trattenere la voglia di rompergli qualcosa in testa, provai a spiegare nuovamente:
Lui mi deve vendere il biglietto – Io lo dovrei acquistare, pagandolo centocinquanta euro – Prima, però, vorrei accertarmi che sia vero, per non rimetterci i soldi (cazzo, è così difficile da comprendere?) – Quindi vengo da voi della sicurezza e lo faccio controllare con la macchinetta – Se è valido, lo pago; altrimenti non lo compro – Capitoooo?
Niente da fare. Quell’emerito coglione non ne voleva sapere delle mie faccende. Mi voltò le spalle e se ne andò.
Ero esausto e stavo perdendo ogni speranza. Decisi di giocare l’ultima carta, il jolly. Mi voltai verso Silvia.
“Provaci tu.”
Sicuramente una bella ragazza sarebbe stata ascoltata.
Ciò che accadde nei dieci minuti successivi mi diede ragione.
La mia ragazza oltrepassò due transenne e raggiunse l’uomo che stringeva tra le mani l’aggeggio elettronico che avrebbe letto il codice a barre del biglietto, confermandone o smentendone la veridicità. Rimasi per un tempo lunghissimo a fissarla mentre discuteva, senza sentire ciò che diceva a quell’uomo. E ciò che quell’uomo diceva a lei.
Poi, quando ero vicino a un colpo apoplettico, la vidi tornare indietro con un sorriso di trionfo stampato in faccia.
“È vero” mi disse, con gli occhi che le scintillavano.
“Visto? Che ti avevo detto?” disse il bagarino. “E tu che non volevi fidarti di me.”
Pensai a come scusarmi, poi capii che tre pezzi da cinquanta euro sarebbero stati un buon modo per farmi perdonare e fargli dimenticare la sfiducia che avevo dimostrato nei suoi confronti. Sfilai il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans.
“Lascia, pago io” mi ordinò Silvia.
“No. Ci sistemiamo dopo” la rassicurai, mentre sfilavo il denaro.
Il bagarino recuperò le banconote e sorrise, soddisfatto per aver portato a termine l’affare. Anch’io ero felice, per aver trovato quel maledetto figlio di puttana del Prato Gold. E perché a breve avrei assistito al concerto del mio idolo, nelle prime file, insieme alla mia Silvia.

Trascorsi tutto il tempo prima dell’apertura dei cancelli pensando a come ero stato fortunato a trovare quel biglietto.
Pian piano, il sole si nascose oltre le tettoie dello stadio e decisi che era giunto il momento per cominciare a far fuori la birra che avevamo portato.
Alle nove in punto le luci del palco si accesero e un suono di tastiere surclassò il vociare indistinto di settantamila persone scatenate. Qualche lieve colpo di batteria. Poi un po’ più forte, veloce e intenso. E in seguito ancora più secco e potente, fino a intrecciarsi col suono grintoso di chitarre elettrice. E infine, quando la musica raggiunse l’apice della sua potenza, ecco uscire Vasco Rossi con gli inseparabili occhiali, il cappello d’ordinanza e un giubbetto dorato a ricoprirgli una t-shirt rigorosamente nera. Il tempo di raggiungere l’asta che sosteneva il microfono e la sua voce incendiò San Siro e le migliaia di fan.
Se siete “quelli comodi” che “state bene voi”…
Se gli altri vivono per niente perché i “furbi” siete voi…
vedrai che
questo posto, questo posto…
IS BEAUTIFUL!!!
SE siete “Ipocriti Abili”…  non siete mai colpevoli
SE non state mai coi deboli, e avete buoni stomaci…
SORRIDETE!… gli spari sopra… SONO PER NOI!
SORRIDETE!…

Pensai al susseguirsi di eventi che avevo affrontato quel giorno. Pensai al bagarino – che mi aveva perfino mostrato il documento che lo identificava come Carmelo Currà – e alla fatica che avevo fatto per controllare la veridicità del biglietto prima di pagarlo, con l’ansia che mi divorava dall’interno. Poi pensai alla cantonata che Mirko aveva preso nel LiveKom di tre anni prima.
Duecento euro per un biglietto fasullo…
Senza sapere per chi fossero in quel momento gli spari sopra, sorrisi.
Sorrisi…
Sorrisi…
E sorrisi di nuovo.
Pensando di avere qualcosa in comune con un biglietto Prato Gold. Anch’io ero un maledetto figlio di puttana.
Poi, riproiettai corpo e mente al presente e decisi di godermi quel meraviglioso concerto, che avrebbe sicuramente occupato un pezzo di storia all’interno dell’almanacco del rock.
Mentre Vasco mi cantava in faccia Gli spari sopra sorrisi un’ultima volta, conscio del fatto che quegli spari non erano per me.
Ma per Carmelo Currà.

Il mattino seguente.
L’uomo, dopo aver parcheggiato, scende dalla Mercedes vecchia come il mondo. Accende la prima Marlboro della giornata e, come tutte le mattine, si avvicina al bar.
“Ehilà,Cammelo” gli dice il barista in tono confidenziale.
“Ciao, Gennaro” risponde lui, mettendo in mostra un fiero sorriso per i cospicui guadagni dei giorni precedenti. “Il solito, per favore.”
“Subito” dice Gennaro, recuperando una brioche al cioccolato dalla vetrinetta e appoggiandola sopra un piattino.
Poi, si volta verso la macchina e prepara un cappuccino. Infine pone il tutto sul pianale in marmo del bancone, di fronte a Carmelo.
“Ecco qui. Brioche al cioccolato e cappuccino.”
“Grazie,Gennà” dice semplicemente Carmelo, facendo scivolare sul marmo liscio un pezzo da cinquanta euro.
Gennaro arriccia il naso.
“Non hai spicci?”
Carmelo trastulla l’interno delle tasche e fa un cenno negativo con la testa.
Il barista prende la banconota e si avvia verso la cassa, facendo intendere che non fa nulla. Che ha da cambiare.
Nel frattempo, Carmelo gusta la colazione. Ma proprio durante il primo sorso di cappuccino, la sua attenzione viene attirata dalla voce del barista.
“C’è un problema, Cammè.”
L’uomo alza lo sguardo.
“E sarebbe?”
“Questi soldi sono falsi!”
Carmelo sente le mani prudergli e lo stomaco stretto in una morsa che lo fa ansimare.
“Maledetto figlio di puttana!”

Post precedente

Recensione: Necropoli, di Jordan L. Hawk

Post successivo

Recensione: Lei era nessuno, di Letizia Vicidomini

Gli Amici del Mag

Gli Amici del Mag

Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
E Babette, fregandosi le mani, incamera e pubblica.

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *