Qualche giorno fa ho cominciato a leggere Secondo natura di Eva Cantarella, un saggio che mi interessava da molto tempo, anche se solo da poco ho acquistato l’ebook, approfittando come al solito di una promozione. E confesso che quella sera sono andata a dormire un po’ depressa.

Mi sono laureata in lettere classiche nel 1973, dopo aver letto migliaia e migliaia di versi in greco antico. Eppure tante pagine della Cantarella mi hanno stupito.

Per quarant’anni ho sostenuto, in perfetta buona fede, che nell’Iliade Achille non è né immortale né gay. E allora, pur avendo letto il canto XVIII del poema fino a saperlo quasi a memoria, come ho fatto a non capire gli aspetti che la Cantarella sottolinea? Dopo la morte di Patroclo l’eroe dichiara “di avere un solo scopo di vita: dopo aver vendicato l’amico, giacere con lui nella stessa fossa, per sempre, unito a lui nella morte come gli era stato unito nella vita”. Una cosa senza dubbio diversa dal rapporto con la schiava Briseide. Non per niente Tetide lo esorta a dimenticare l’amico morto e prendere moglie, come è giusto che sia. Questa era la regola per i greci: “raggiunta una certa età, bisognava por fine alla fase omosessuale della vita e assumere il ruolo virile con una donna”.

Il fatto è che negli anni Sessanta non sapevo quasi niente dell’omosessualità e anche all’università intorno al 1970 se ne parlava pochissimo.

Certo Perrotta nella sua Storia della letteratura greca aveva sostenuto vibratamente che Saffo era lesbica, ma l’autore del mio testo universitario, Colonna, lo negava con la motivazione (risibile, mi pareva già allora) che era sposata ed aveva avuto almeno una figlia. Lo stesso faceva per Platone: come mai il grande filosofo fissava la prima fase dell’aspirazione al mondo delle idee nell’amore omosessuale? Mica perché era gay, figurarsi! Ma perché semplicemente l’amore in questione doveva svilupparsi fra due partner di pari grado e invece la condizione della donna ad Atene era troppo inferiore!

Del resto, fino a tempi recenti, io sono stata convinta (in barba a Kinsey, potrei aggiungere) che la bisessualità non fosse una tendenza diffusa, ma solo la perversione di alcuni. Insomma ero bifobica, ho scoperto.

Il fatto è che di queste cose un tempo si parlava poco anche negli ambienti colti. Si menzionava piuttosto a proposito dell’educazione degli Spartiati, ma in genere non degli ateniesi. Insomma non capii mai che TUTTI i greci passavano attraverso un’adolescenza in cui venivano istruiti nell’arte militare da un compagno più grande con cui avevano anche rapporti sessuali.

E se vi chiedete come ho fatto a non capire che il dolore di Achille per la morte di Patroclo era eccessivo per un’amicizia, rammentate che provengo da una famiglia meridionale, molto melodrammatica nello sfogo del dolore, come bene ha studiato De Martino proprio negli anni Cinquanta (Morte e pianto rituale nel mondo antico).

La prima cosa che la Cantarella contesta è la convinzione, molto diffusa, che l’omosessualità fosse stata sempre considerata ‘contro natura’ in quanto impossibilitata a produrre dei figli. Invece i greci consideravano contro natura tutti i rapporti all’insegna dell’amore e del piacere, ma senza fini di riproduzione, quindi anche quelli etero. Ed è noto che l’invito a non ricercare il piacere, neanche nel matrimonio, si è perpetuato per millenni anche nella pedagogia cattolica fino almeno al concilio Vaticano II.

La Cantarella è categorica: “L’etica sessuale degli antichi era radicalmente diversa dalla nostra (…) a introdurre i concetti e precetti sessuali che spesso noi moderni siamo erroneamente abituati a considerare universali fu il cristianesimo.” O, più precisamente, le tre religioni cosiddette del Libro, cioè l’ebraismo, il cristianesimo, l’islamismo.

Nel 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità cancellò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali in quanto “una variante naturale del comportamento umano”. Nell’ambito della letteratura rosa di intrattenimento, sempre che si possa usare tale aggettivo, il cambiamento è molto più recente e risale a questi ultimi anni con l’avvento del gay romance.

Quanto alla bisessualità, per quanto riguarda questo blog, una delle prime volte in cui considerammo il problema fu in connessione con la serie fantasy Endora di Fernanda Romani. Proprio in quel momento, personalmente, cominciai a pormi il problema se la mia avversione alla bisessualità fosse giustificata. E già allora mi chiedevo se si potessero considerare formate da pervertiti tutte le società della storia che ammettevano, o addirittura prevedevano, tale alternanza, comprese le due grandi culture, quella greca e quella romana, alla base della nostra.

E comincio a chiedermi addirittura se anche la nostra condanna inesorabile verso ogni forma di pedofilia o, come si dice, di corruzione di minore sia da mantenere ferma. Confesso che la sola idea mi fa orripilare.

Ma magari di ciò riparleremo un’altra volta, sempre traendo spunto dalla Cantarella.

Il nostro Blog si è già occupato del testo di Eva Cantarella: ecco la recensione di Babette Brown.

Il Taccuino di Matesi