Pensieri sparsi

Colette Kebell e le traduzioni

Ne ho sentite di belle ( e di brutte) nel corso della discussione sulle traduzioni. Chi mi tiene? Nessuno. E quindi, ecco la mia opinione.

Ci sono delle verità assolute. Qualcuno dirà che sono banalità, tipo “se il vostro libro non vende in Italia, gli editori stranieri non saranno molto propensi a pubblicarlo“. Ovvio no? E invece no. Io un autore che dice “ho scritto una cavolata di libro” (mi metto nel gruppo) non l’ho ancora trovato e allora quella che sembra una banalità diventa una cosa da ponderare.

Ah, l’estero. Io avevo uno zio-cugino che all’inizio del secolo è andato in Sudamerica. Circolava voce tra i vari parenti che avesse fatto fortuna a Buenos Aires nel mercato immobiliare. Qualcuno diceva invece che avesse messo su una di quelle fattorie giganti, con migliaia di mucche; una fattoria grossa come l’intera Lombardia. E l’America? Lì fanno sul serio, se un libro ha successo si fanno i miliardi; poi i film a seguire, le serie televisive, già con le magliette e i gadget ci sarebbe da viverci nel lusso. L’estero sembra sempre la soluzione a tutti i nostri mali.

E allora cosa sono quei quattro o cinquemila euro per far tradurre la nostra opera in un’altra lingua, se pensiamo al potenziale ritorno?
La realtà è molto più tragica. Cinquemila euro, cavoli. Se li avete, 5ooo euro, perché tra averli e non averli diventano diecimila. Cioè mi spiego. Se avete 5000 euro, li spendete e basta. Ma se non li avete, son 5000 euro che dovete spendere e altri 5000 che dovete trovare per rimettervi in pari. Se vi sfugge la logica finanziaria dietro l’affermazione precedente, vi consiglio il mio ultimo libro “Arbitraggio“, un bellissimo thriller finanziario. Ma rimaniamo sul pezzo.

All’estero è difficile vendere, anche se avete un ottimo libro. Come sanno tutti, ci sono molti più autori. Un milione di libri prodotti in un anno. Se andate a spammare su un gruppo statunitense buona fortuna: un post dietro l’altro di “ecco il mio nuovo libro“. Non avete fatto in tempo a mettere il vostro post che già ce ne sono dieci nuovi. Son più veloci di mio marito quando si siede di fronte alla televisione col telecomando in mano.

E la lingua? come ve la cavate con l’inglese, il francese etc? C’è sempre il rischio di scrivere Noio volevam… volevàn savoir l’indiriss…ja…

Ve lo dico perché io un po’ li bazzico questi gruppi, dato che i miei libri nascono in inglese. Giusto se vi serve un copyeditor potete rivolgervi alla SFEP, l’associazione dei copyeditor e proofreader inglese, ma anche lì…  soldini da spendere.

Durante una traduzione, poi, va considerata la complessità del linguaggio e come rendere certe frasi o parole (qui da noi si usa il brolley quando piove e se dite umbrella vi sgamano subito). Se traducete letteralmente menare il can per l’aia, vi piombano addosso le associazioni animaliste e ve ne dicono quattro. Insomma è un terreno minato. Per chi è interessato alle difficoltà nelle traduzioni consiglio il libro di Umberto Eco “Mouse or rat?“.

E per finire, i numeri: vendo sei volte di più in Italia che in Inghilterra e Stati Uniti, che sono un mercato difficile; se vi aspettate di fare il botto, scordatevelo, avete più possibilità con la lotteria. Gli introiti per un autore medio sono più magri di un raccolto di ciliegie a dicembre.

Però, ora che mi viene in mente, io in Inghilterra ci vivo e i miei libri li ho tradotti in italiano. Allora forse ‘sta storia di tradurre i libri non è proprio una porcata…
Come non detto.

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