La casa, da quando Mortimer se n’era andato, aveva cambiato suono.
Non era più silenziosa, no. C’erano ancora le scarpe di Babette sul pavimento, la moka che borbottava, il fruscio delle tende quando venivano aperte le finestre.
Ma mancava quel rumore preciso: il passo morbido di Mortimer, quel suo modo da re di attraversare le stanze come se fossero state costruite apposta per lui.
Baguette lo cercava ancora.
Non lo faceva in modo teatrale, perché lei era una cagnolina concreta: annusava, controllava, faceva un giro di perlustrazione come un piccolo soldato con le orecchie dritte.
Poi si fermava davanti al divano e restava lì, immobile, con lo sguardo serio.
Maya, invece, lo cercava come fanno i gatti: fingendo di non cercarlo.
Si sdraiava nel posto dove Mortimer si metteva quando voleva “guardare il mondo” dalla finestra.
Si arrotolava sul plaid, come se fosse una coincidenza.
Ogni tanto chiudeva gli occhi e faceva le fusa… ma non erano le fusa di prima. Erano più lente, più basse, come una ninna nanna detta sottovoce.
La prima settimana fu un disastro.
Baguette pretendeva coccole urgenti ogni tre minuti.
Maya pretendeva coccole esclusive con l’aria di chi non pretende niente.
Babette cercava di fare la sua parte, come sempre: una mano sulla testa di Baguette, l’altra sul dorso di Maya.
Ma loro non erano d’accordo.
Baguette si infilava tra l’umana e Maya come una barchetta che rompe le onde.
Maya, offesa, scivolava via con dignità siberiana e le guardava da lontano come per dire: “Bene. Allora io mi consolo da sola.”
E Babette, povera umana, aveva due creature che la amavano… e lo facevano litigando per il diritto sacrosanto di starle più vicino.
Una sera, dopo cena, successe qualcosa.
Babette era seduta sul divano con una coperta sulle gambe. Gli occhi un po’ stanchi, le spalle un po’ più curve del solito.
Non piangeva, ma aveva quella faccia lì, quella che loro ormai conoscevano bene: la faccia di quando dentro manca qualcuno.
Baguette salì per prima, senza chiedere permesso.
Si sistemò sul lato sinistro, con una precisione militare, e poggiò la testa sulle gambe dell’umana.
Non chiese niente. Non si mosse.
Era lì. Punto.
Maya arrivò dopo, in punta di zampe.
Fece il giro lungo, come se non volesse farsi notare.
Poi saltò sul divano e si mise dall’altra parte.
Non troppo vicina.
Solo abbastanza.
Per qualche minuto, sembrò che l’equilibrio fosse impossibile.
Baguette era rigida. Maya fingeva indifferenza.
Poi successe la cosa più semplice e più bella del mondo.
Babette appoggiò una mano sulla testa di Baguette, e l’altra sul pelo soffice di Maya.
E restò così.
Baguette sospirò.
Maya fece una fusa piccola, quasi timida.
E in quel momento, senza che nessuno lo dicesse ad alta voce, si firmò un accordo.
Le coccole si dividono.
La tristezza si condivide.
E l’amore… quello si moltiplica.
Da quel giorno iniziarono a organizzarsi.
La mattina, quando era ora di alzarsi, Baguette era incaricata del “buongiorno ufficiale”: salti, orecchie dritte, controllo che l’umana fosse viva e operativa.
Maya si occupava del “buongiorno elegante”: seguiva Babette fino in cucina e si piazzava vicino, enorme e morbida, come un cuscino con l’anima.
Al pomeriggio c’era il lavoro. Nello studio, La cagnolina si sistemava nella cuccia che aveva condiviso con Mortimer e Maya approdava al cuscino sotto la finestra.
A turno, si alzavano e andavano a strofinare il muso sulle caviglie di Babette, che intanto sudava e diceva parolacce perché l’editing era una roba da “sangue e lacrime”.
Alla sera, arrivava il “turno divano”.
Baguette stava sulle gambe.
Maya stava sullo stomaco.
E se per caso Baguette provava a prendere tutto lo spazio, Maya le posava una zampa addosso con calma regale, come a dire: “Piccola, non esagerare.”
La sera era il momento più difficile.
Perché era il momento in cui Mortimer, di solito, compariva.
Il momento in cui lui decideva che era ora di essere amato, con la sua aria fiera e quel modo irresistibile di fare finta che le coccole fossero un favore che concedeva.
Allora Baguette si faceva seria.
Maya si faceva più silenziosa.
E tutte e due, in modi diversi, si avvicinavano a Babette.
Non per rubarle l’amore.
Ma per tenerla insieme.
Una notte, mentre Babette dormiva, Maya scese dal letto e andò nella sala.
Baguette la seguì.
Si fermarono davanti alla ciotola che non serviva più.
Maya la annusò.
Baguette si sedette.
Restarono lì, due creature diverse, unite da una mancanza identica.
Poi Maya tornò indietro, lenta.
Baguette le camminò accanto, senza fare rumore.
E quando risalirono sul letto, non si separarono.
Baguette si mise più vicino al fianco dell’umana.
Maya si sistemò dietro, come una guardia del corpo morbida e calda.
Babette, nel sonno, allungò una mano e trovò un orecchio.
Poi un pelo soffice.
E sorrise appena.
La casa non aveva smesso di essere casa.
Aveva solo imparato una cosa nuova: che dopo una lunga malattia, dopo un addio, dopo quel dolore che sembra troppo grande… si può ricominciare anche così. Con una cagnolina che pretende amore come se fosse ossigeno.
E una gatta enorme che lo concede come se fosse un privilegio. E un’umana che, pur con il cuore pieno di nostalgia, scopre che non è sola.
Copertina creata con ChatGPT.
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