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Recensione: Desiderio di vendetta, di Maya Banks

P.J. Rutherford, abile cecchino, caparbia e sicura di sé, è l’unico membro femminile del KGI. Compagni della stessa squadra, lei e Cole sono legati da un semplice e innocuo cameratismo, fino al giorno in cui decidono di assecondare la reciproca attrazione. La mattina successiva alla loro unica notte di passione, vengono però coinvolti in una difficile missione che si concluderà con esiti drammatici. Incapace di dimenticare le indicibili violenze subite, per non trascinare i compagni di squadra nelle ombre oscure che l’hanno avvolta, P.J. sceglie di allontanarsi dal KGI e affrontare da sola le sue tenebre. Ma a distanza di mesi Cole ha chiari i sentimenti che lo legano a lei e non può rassegnarsi alla sua fuga… Coadiuvato dal resto della squadra, si mette quindi sulle sue tracce, sebbene sia consapevole che aiutare P.J. a fare giustizia significhi sacrificare la propria lealtà al KGI e probabilmente mettere a repentaglio le loro stesse vite…

Titolo: Desiderio di vendetta.
Autrice: Maya Banks.
Genere: Romantic Suspense.
Editore: Leggereditore.
Prezzo: euro 4,99 (eBook); 10,96 (cartaceo).

Delusione e rabbia.

  1. Storia improbabile.

Cerchiamo agenti super specializzati, dall’autocontrollo gelido, abituati a far fronte a situazioni pericolose senza abbandonare mai le regole che hanno creato insieme alla squadra con cui lavorano?

Sì, ci sono, solo che abdicano immediatamente a tutte le qualità che li contraddistinguono e diventano degli adolescenti sovraccarichi di ormoni (e fin qui mi andrebbe anche bene, le scene di sesso create da Maya Banks sono sempre di primissimo ordine), incapaci di far lavorare i neuroni (e qui va malissimo, anche perché ho fatto una rima… mannaggia!), tanto che ne combinano una peggio dell’altra. Insomma, la squadra di agenti da bollino blu come la banana Chiquita diventa un’accozzaglia di imbranati. Che non ne combinano una giusta. Mi propongo come supervisore all’Agenzia, chiedendo uno stipendio da favola.

Difficile, quindi, sospendere l’incredulità e abbandonarsi alla fantasia di Maya Banks. Ed è un peccato, perché la storia non sarebbe nemmeno malvagia.

       2) Altra nota dolente.

Qualcuno ha visto passare un editor? O almeno un correttore di bozze? No, perché la forma è sostanza, perché non se ne può più di un linguaggio sciatto e sgrammaticato.

Il verbo “corrucciare” (lo troviamo in continuazione) viene usato nella forma transitiva come sinonimo di “corrugare” (corrucciò lo sguardo, la fronte). Controlliamo un vocabolario.

Prima forma: intransitivo pronominale
1. Provare un sentimento di dolore misto a ira, risentirsi, sdegnarsi (anche + per ).
“a quelle parole si corrucciò”
2. Aggrottarsi, corrugarsi (della fronte, delle ciglia, dei lineamenti del viso).
Seconda forma: transitivo
1. Riempire di sdegno, di risentimento; addolorare, rattristare.

<Dolphin corrucciò lo sguardo. “Sei stato fuori città?”>

<P.J. corrucciò lo sguardo.>

Il pronome personale “gli” sostituisce “le” e viceversa.

<Cole era lì, vicino a lei, ad offrirgli il suo sostegno incondizionato.> P.J. ha cambiato sesso e non ce ne siamo accorti.

“Mentre” più imperfetto indicativo? Non se ne parla, va benissimo il passato remoto.

<Derek barcollò indietreggiando di qualche passo, portandosi le mani al volto proprio mentre le testa gli scattò all’indietro.>

Manca spessissimo l’indicazione del soggetto e il lettore deve fare mente locale, per la serie “Chi c**** sta dicendo/facendo ‘sta roba?”.

<Cole si spinse dentro di lei con più forza finché non la sentì urlare il suo nome. Quell’orgasmo non fu dolce e delicato. Fu più simile allo scoppio di una granata. Violento, esplosivo.> Ok, questo è Cole.

<Non aveva mai provato nulla di simile prima di allora, e non poté fare altro che abbandonarsi completamente a quella sensazione incontrollabile.> Lei? Lui? Si capirà solo dopo qualche riga che può essere solo P. J.

<Fu di un’intensità spaventosa. Non si era mai lasciata andare così prima d’ora, e soprattutto non aveva mai permesso a nessuno di esercitare un tale controllo su di lei.> Ok, ci sono due tracce, “lasciata” e “lei”: ancora P. J. Domanda: perché devo andare a caccia del soggetto? Io vorrei solo godermi una storia!

Altre perle…

<“Usciamo fuori“?> E dove vorresti uscire? Dentro?

<“Abbiamo parlato lavoro.“> Una piccola preposizione semplice, vi prego…

Congiuntivi dove andrebbe un semplice, tranquillo indicativo; articoli da togliere, idem per qualche accento. Cose così, insomma. Chiariamo: non sono alcuni refusi a farmi protestare, se ne trovano ovunque nei libri self e in quelli pubblicati con le case editrici; sono gli errori/orrori a ripetizione, quelli che ti costringono a sospendere la lettura per cercare di raccapezzarti che non sopporto. Colpa mia, evidentemente (l’età si fa sentire), perché per altri recensori questi problemi che ho segnalato non esistono proprio.

Come ho detto sopra: delusione e rabbia. Credo che la serie l’abbandonerò al suo destino. Senza rimpianti.

#copiaacquistata

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da un anno circa, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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