La fuga da un ospedale psichiatrico è il fulcro di un romanzo polifonico che intreccia storie d’amore insolite, strascichi d’orrore della Seconda guerra mondiale, follie autentiche o presunte e strambe amicizie come quella tra Giovanna e Francesco. Lui, orfano ventenne, è afflitto da ingiustizie, violenze e un’opprimente tristezza. Lei, trentacinquenne ricoverata per condotta indecente, è consumata dall’ossessione di fuggire dal manicomio. Entrambi degenti lavoratori, hanno il permesso di spostarsi tra i padiglioni, confrontarsi e persino elaborare un piano d’evasione. Adriana, la sedicenne di cui Francesco si innamora, è tra le pazienti tranquille. Epilettica a causa di una caduta in tenera età, rifiuta il cibo. Vuole rimpicciolire: tornare bambina, ne è certa, le permetterà di riconquistare l’affetto della famiglia. Un’altra prospettiva ci conduce al reparto dei criminali: Celeste, mosca bianca rinchiusa in una sezione maschile, rivela un passato di segregazione domestica imposta dai genitori, il suo aspetto inquietante e i primi segni di squilibrio mentale. Sollecitata dal dottor Bugatti a ricordare “la pagina mancante”, custode di un atroce delitto, si rivolge a lui in un flusso di coscienza, consapevole che nessuno potrà mai ascoltare la sua voce. L’annuale ballo di primavera diventa l’occasione propizia: la sorveglianza si allenta ed è consentito danzare in coppia. Abbracciati in un Quickstep, i due amici si defilano verso la scappatoia segreta. Giovanna riuscirà a evadere per “riprendersi il suo”, mentre una tragedia nel reparto delle tranquille costringerà Francesco a restare nel recinto.
Romanzo vincitore della Menzione Speciale di Merito del Concorso Città di Grottammare, aprile 2025, Sezione inediti.
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Difficile dire di questo romanzo. Difficile mettere in fila tutte le voci che l’autrice ha saputo ascoltare e riportare. Difficile scegliere, nel bouquet di corolle sgualcite, di profumi rubati, di vite spezzate, quella che più resta dentro. Impossibile, anzi. “Il recinto dei pazzi” è una testimonianza in forma narrativa, è un lavoro incredibile di documentazione e di distillazione. Troncanetti ha studiato, ha capito, ha assorbito, poi ha dato vita a qualcosa che scintilla come una scheggia di vetro e taglia allo stesso modo. Non voglio aggiungere altro. Spero che sarete in tantissime e tantissimi a leggere, ad amare, a inveire anche. E a diffondere questo romanzo, perché lo merita.

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