Mercoledì scorso, nel Gruppo Facebook (ci trovate qui), abbiamo discusso di un argomento che ci ha riportatə indietro nel tempo: Piccoli scrittori crescono… Ovvero, avete mai avuto esperienze di scrittura, a scuola? Un docente che vi invitava a scrivere racconti? 
Inutile dire che abbiamo travalicato alla grande le indicazioni, sconfinando nei ricordi e sguazzandoci dentro.

Giovanna Barbieri ricorda una scuola fatta soprattutto di temi, spesso guidati e legati ai programmi: libertà alle elementari, vincoli letterari dalle medie in poi. Nessun invito esplicito alla narrativa creativa, ma tanto esercizio strutturato.

Diverso il ricordo di Luana Troncanetti, che intreccia scrittura e identità personale. Ragioniera “non per vocazione”, con un sogno artistico frustrato, porta all’esame di maturità anche Lettere e vive un blocco umiliante su una domanda semplicissima sui Promessi sposi. Il momento chiave non è l’errore, ma la reazione della professoressa Padovan: rigida, severa, eppure capace di un incoraggiamento potente, quasi brutale nella forma, ma salvifico nella sostanza.
«Saresti capace di scrivere un tema splendido anche su un pomodoro».
Quella frase resta. E conta più della scena muta. Luana non scrive “dai tempi dell’asilo”: ha iniziato a quarant’anni. Ma quel seme era stato piantato.

Sul versante “Troncanetti”, si muove anche Laura Randazzo, che ricorda l’incoraggiamento dell’insegnante e le indicazioni precise e puntuali ricevute (anche quando il compito era fuori tema).

Scrivere da sempre

Babette Brown rappresenta il caso opposto: scrivere è una pratica antica, naturale, ininterrotta. Dai temi talmente lunghi da dover essere arginati, ai romanzi d’avventura “Salgari docet”, con eroine orfane e galeoni, fino ai diari scritti, riletti e distrutti. Una disciplina quasi fisica.
Ha smesso e ripreso il diario, ma non la scrittura. Oggi il blog è il luogo stabile, la casa definitiva.

Anche Federica Soprani racconta un’infanzia di universi costruiti più che di giochi: mondi complessi, paure felici, ombre nei corridoi. Un maestro ex partigiano che la incoraggia. Una nonna che impara a memoria i suoi temi. Qui la scrittura diventa “casa”: non passatempo, ma identità.

Silvana Sanna vive invece la frustrazione del sospetto: temi troppo belli per essere “farina del suo sacco”. Mortificazione, poi riscatto. Un professore che prima dubita e poi legge i suoi elaborati anche nelle altre classi. Il suo suggerimento – “Perché non provi a scrivere un romanzo?” – accende autostima. Anni dopo arriveranno davvero collaborazioni con settimanali femminili.

Chi è stato visto (finalmente)

Molto forte è il filo conduttore del “qualcuno che ti vede”.
Donatella Perullo racconta la professoressa Salonia, vestita di nero, eyeliner marcato, moderna e fuori schema. Per anni i suoi temi erano giudicati “troppo lunghi” o “fuori traccia”. Poi arriva qualcuno che legge davvero e dice: «Tu hai il dono di trasformare le parole in emozioni, ma devi imparare a guidarlo».
Non solo un voto alto, ma uno sguardo che riconosce. Ancora oggi quel ricordo la sostiene nei momenti in cui dubita di poter scrivere.

Yali Ou Ametistha riceve una domanda semplice ma decisiva: “Hai mai pensato di scrivere per mestiere?”. Da lì nasce un percorso che la porterà non solo a scrivere, ma a insegnare scrittura.

Laura Costantini difende gli anime in un tema-reportage e ottiene un voto altissimo. Il professore le chiede se ha mai pensato al giornalismo. Lei sì, da sempre. E manterrà la promessa. L’incoraggiamento diventa fondamento professionale.

Milka Gozzer, in quinta elementare, scrive un tema su un tragico incidente che ha colpito la comunità. L’insegnante le dice: “Hai scritto un articolo di giornale”. Diventerà giornalista, occupandosi anche di cronaca nera, con attenzione al dolore delle persone. Qui la scrittura nasce dal reale, dalla responsabilità.

Chi ha scoperto tardi di saper scrivere

Non tutti sono stati “bambini prodigio”.
Fernanda Romani, che ha proposto l’argomento, confessa che da bambina era una divoratrice di libri ma incapace di scrivere un buon tema. Fantasia visiva sì, scrittura no. Racconto giudicato povero. Nessun altro tentativo narrativo. Solo a cinquant’anni scopre di essere capace di scrivere. Una rinascita tardiva, ma autentica.

Anche Milena Zucchetti immaginava storie fin da piccola, spesso fanfiction di anime, ma ha iniziato a scrivere davvero solo all’università. Poi vent’anni di accumulo silenzioso prima di “uscire allo scoperto”.

L’educazione alla scrittura

Rebecca Quasi, insegnante, porta la prospettiva pedagogica: scrivere moltissimo, fin dalle elementari. Scaletta per la prosa, “plagio creativo” per la poesia, editing reciproco. Il talento – dice – si vede subito. E non è merito di nessuno.

Eward C. Bröwa ricorda il “tema libero” davvero libero: fantasia e organizzazione autonoma del pensiero, senza binari imposti.

Il filo rosso

Dalle testimonianze emerge una verità semplice e potente: la scrittura nasce in modi diversi. C’è chi scrive da sempre, chi viene frenato, chi viene visto tardi, chi scopre tutto a cinquant’anni. Ma quasi tutti ricordano un insegnante. Una frase. Uno sguardo. Un incoraggiamento – o una ferita.
La scuola può essere argine, gabbia, palestra o trampolino.
Spesso basta qualcuno che dica: “Tu puoi”.
E quel “puoi” resta, anche quando tutto il resto vacilla.

Hanno partecipato alla discussione:

Giovanna Barbieri
Eward C. Bröwa
Laura Costantini
Milena Zucchetti
Milka Gozzer
Donatella Perullo
Rebecca Quasi
Fernanda Romani
Federica Soprani
Silvana Sanna
Luana Troncanetti
Yali Ou Ametistha
Babette Brown
Laura Randazzo