Scrive Monica Rossi: “Se ti definisci scrittore vuol dire che, in concreto, quello è il tuo lavoro. Con i proventi dei tuoi libri ci paghi l’affitto, le bollette, la spesa, la macchina, le vacanze, i vestiti, la scuola per i figli? Allora sì, sei uno scrittore. Se invece con i proventi dei tuoi libri ci paghi giusto una cena, una cassapanca, una borsetta, una vacanza o un motorino, allora vuol dire che sei uno che fa tutt’altro e poi scrive. E allora no, non puoi definirti uno scrittore. Certo, puoi ‘sentirti’ uno scrittore. Ma è molto, molto diverso. Ancora, se con i proventi dei tuoi libri ci puoi comprare giusto un’automobile, ma nel contempo insegni scrittura creativa, collabori con un quotidiano, hai un blog e fai tutto ciò che è inerente all’editoria e arrivi agevolmente a fine mese, be’ mi spiace, non sei comunque uno scrittore. Oppure lo sei nella misura in cui se io mi riprendo col mio telefonino mentre faccio l’amore penso di essere Rocco Siffredi.”

Sono una scrittrice? Sì.
Mi mantengo con la scrittura? No.
Quanti scrittori del passato per vivere facevano altro?
Il punto per me non è questo. Partiamo dal presupposto che detesto le etichette e le catalogazione, di qualsiasi tipo esse siano. Molti anni fa, quando ancora non avevo pubblicato nemmeno un racconto su rivista, una scrittrice e sceneggiatrice, una di quelle famose, che vivono di scrittura, sposata con uno scrittore di professione pure lui, mi disse che io ero già una scrittrice, anche se nessuno lo sapeva ancora. Per me il punto è questo. Sono una scrittrice perché scrivo, scrivo da sempre, e la scrittura è una componente fondamentale della mia vita, la mia forma di espressione più efficace, il mio talento, se posso dire di possederne uno.

Per come conosco Monica Rossi, i cui articoli leggo e dei quali spesso apprezzo i toni provocatori, quello che lui ha voluto segnalare è l’abuso che oggi si fa del termine scrittore. Anche io sorrido quando su Facebook vedo profili di persone, soprattutto molto giovani, che si definiscono tali. Mi ricorda la mia adolescenza, quando andavo in giro con la mia amica Francesca, che si presentava a tutti dicendo: “Ciao, io sono Francesca e sono un’artista.”
Mai capito quale fosse la sua forma d’arte, ma a lei stava bene così.

Non lo so. Credo che quello che dobbiamo fare, la nostra ragione di vita, dovrebbe essere fare del nostro meglio con quello che abbiamo. So che può sembrare un’affermazione banale, ma in realtà racchiude un senso molto più profondo. Perché prima di tutto dobbiamo essere consapevoli di quello che abbiamo e che siamo capaci di fare. Viviamo in un epoca nella quale la mediocrità è applaudita, in cui ti fanno credere che basta partecipare a un talent show per poterti definire un attore, un cantante, una ballerina. Tutto è reso apparentemente facile, tutto sembra dovuto, come se realizzare i propri sogni fosse un diritto, non una possibilità che richiede sforzi, sacrificio, e tanta, tanta, tanta umiltà.

Kafka si considerava uno scrittore? Solo pochissime delle sue opere sono state pubblicate mentre lui era ancora vivo, e dopo la sua morte aveva chiesto al suo amico e curatore di distruggere tutto quello che aveva lasciato. Per fortuna quest’ultimo non gli ha dato retta. E il povero Svevo?

Quindi, il mio modesto parere riguardo alla faccenda, è che non importa se diventiamo ricchi e famosi grazie quello che pubblichiamo, considerando che molto di quello che viene pubblicato fa schifo. Credo che possiamo definirci scrittore quando viviamo la scrittura quotidianamente, facendo del nostro meglio per migliorarci sempre di più, per superare i nostri limiti, o semplicemente per diventarne consapevoli. Fa male, richiede fatica, ma tutte le grandi imprese la richiedono. Per tutto il resto c’è Maria de Filippi…

E per tediarvi con un mio libro che non mi permette di pagare le bollette, ma del quale vado particolarmente fiera, vi segnalo Quello che sulla Terra sapete, una piccola antologia di racconti che considero il mio manifesto poetico e artistico (come direbbe la mia amica Francesca…).
Cinque racconti che parlano d’amore (impossibile), ma anche di arte, musica, storia. C’è il Cristo velato della Cappella di San Severo, Lizzie Siddal, la musa dei Preraffaelliti, la Venezia del 1600, la Calabria degli anni ’60 e pure un maresciallo di Napoleone. Cosa volete di più? (Maria de Filippi, ok…)

Quello che sulla Terra sapete è un viaggio. Bisogna accomodarsi, magari sulla prua di una nave, e lasciarsi trasportare. Ne vale la pena.Musica, pittura, scultura, intelligenza, cultura e soprattutto amore.Vivere, tra mondi reali e non, scorrendo la linea del tempo insieme alle storie struggenti dei personaggi.Tancredi e Diana, “signori di Malombra, possessori di immensi terreni ammantati dall’argento degli uliveti, dall’oro degli agrumeti, smaltati dal mare di lapislazzulo e incoronati da foreste di smeraldo”.Le note di canti barberi che escono sublimi dalla gola di Fenice, l’Angelo di fuoco: “la sua voce era ora una frusta, ora un velo color zafferano, ora una folata di vento”, una voce ammaliante tra le calli veneziane.Lizzie: “che tu fossi bella è un dato di fatto, come il verde dell’erba e l’azzurro del cielo”, la ragazza “docile capriccio di un pittore” a cui dedicherà il suo amore passionale, sacrificando quello di chi, invece, l’avrebbe amata davvero.Un sogno, vissuto tra le pareti ruvide di un carcere e infine, il dolore di un professore inglese e del suo amore “rispedito al mittente”, che trova la sua conclusione al Passo Del Cavaliere, davanti al mare.“Aveva capito che l’amore non aveva bisogno di essere corrisposto per essere amore.”