Affollato questo mercoledì di Babette! Molti pareri e qualche risata.

Comincia Stefano Di Marino (conosciuto anche come Stephen Gunn e con una robusta serie di pseudonimi): Lo so che l’Ego del narratore si sente sminuito quando l’editore ti chiede di firmare con uno pseudonimo. Io vi posso raccontare la mia esperienza. Ho esordito con il mio nome. Quando nel 1995 Mondadori mi chiese di creare una nuova serie di spionaggio per Segretissimo, mi fu fatto notare che in un’epoca in cui il noir e il giallo italiani ancora non erano pienamente sdoganati, la spy story era saldamente ancorata ad autori anglosassoni e francesi. Nacque così Stephen Gunn che un po’ era un omaggio a James Gunn, un po’ a Ben Gunn. Dopo 25 anni credo che la maggior parte dei lettori sappia che Gunn sono io, anche perché con i thriller italiani mi firmo con il mio nome. In quella collana, però, fu una scelta oculata. Molti italiani che hanno insistito per pubblicare con il loro nome non hanno superato la diffidenza dei lettori. Dopo tanto tempo, non avrebbe senso cambiare quello pseudonimo perché si creerebbe confusione. E poi mi ha portato fortuna, altrimenti non sarei ancora qui dopo settanta romanzi! Alla fine l’importante è raccontarne la vostra storia, non vedere il nome in copertina per potersi fregiare del titolo di Scrittore.

Lo segue a un’incollatura un’autrice dal curriculum lunghissimo, Paola Picasso: Agli esordi con i romanzi rosa (ne scrivevo uno al mese e allora non c’era il computer) mi fu chiesto di usare degli pseudonimi e data la mia produttività, ne dovetti inventare quattro. In seguito, con Mondadori e altri editori ho sempre usato il mio nome. A questo punto firmare Paola Picasso è un orgoglio. Se poi attirerò dei lettori è secondario.

Diamo la parola a qualcuno che ama gli pseudonimi. E scopriamo perché. Amalia Frontali: Adoro gli pseudonimi. È la giocatrice di ruolo che è in me, che li vede come fascinose identità alternative, da scoprire, da riempire e da sfruttare.
Non so se avete mai giocato di ruolo, specie dal vivo: il rapporto fra giocatore e personaggio, se vissuto in modo sano, è davvero molto affine a quello fra autore del romanzo e personaggio, una sorta di legame viscerale, che non può però prescindere da una forte indipendenza di carattere e d’intenti.
Gli pseudonimi sono tanti me stessa, che scrivono diversamente, in momenti distinti, con stili completamente differenti ed ambientazioni lontane nel tempo e nello spazio. Un’identità per i giochi, una per il mainstream, una – quella che conoscete voi e la mia preferita – per lo storico, più o meno rosa o rosé.
E nel gioco degli pseudonimi rientra pienamente la provenienza. Pseudonimi dichiaratamente fantasy per i giochi, identità straniera (maschile) per il romanzo ad ambientazione straniera, identità italiana per storici in cui l’uso dell’italiano è al centro del mio personale divertimento nello scriverli. Se scrivessi un distopico sceglierei un’identità intersessuale. Insomma, un po’ come tutto per me, si tratta di un bellissimo gioco.
C’è solo il problema di promuoversi. Mi stanno stretti i social con questo pseudonimo e non li uso affatto con il nome vero. L’idea di più identità da gestire a livello promozionale mi ripugna. Motivo per cui il famoso pseudonimo maschile non vende niente pur restando una delle cose migliori che abbia scritto (e l’unica edita da una discreta casa editrice, con cui ho avuto però mille incomprensioni). Me ne importa? Pochissimo. Sono la dilettante della domenica, sempre e comunque. Libera di scegliersi pseudonimi assurdi, di  distorcere la biografia del povero Belzoni e fare sempre come le pare.

Un tipino deciso, la nostra Amalia… Vediamo se riesco a trovare qualcuno di un po’ più accomodante… Uhm… Di accomodanti non ne conosco proprio! I ragazzi e le ragazze del Gruppo sono piuttosto decisi. Ed è bene che lo siano, il campo della narrativa è davvero pieno di ostacoli.

Scegliamo una Lidia Calvano leggermente sarcastica? Ma sì, dai! Lo pseudonimo straniero funziona?  Sì, secondo me. Il motivo? Lo stesso di cui dicevamo in tema di ambientazione e provenienza estera vs. nostrana. La scrittura – così come il cinema, le serie TV, i fumetti, la musica – è EVASIONE. Più lontano ci porta, meglio evadiamo dal nostro quotidiano.
Un romanzo erotico scritto da una autrice di Manhattan e ivi ambientato sarà sempre più appetibile di quello di una scrittrice italiana che lo cali a Roma o Milano. Una canzone da discoteca sarà preferibile che sia cantata in inglese piuttosto che in italiano. I supereroi Marvel sono più fighi del Ragazzo Invisibile di Salvatores o di Jeeg Robot di Mainetti. L’horror fa più gola se la casa stregata è nell’Arizona piuttosto che nella provincia di Ferrara come raccontò Pupi Avati.
Intendiamoci, fatte salve le rispettive nicchie di pubblico.
C’è secondo me anche un tema di sospensione dell’incredulità, che viene più naturale se a raccontare una storia è una persona straniera, in una ambientazione che non mi è familiare: l’evasione è nemica della conoscenza. Se l’autore inciampa in un tema che i lettori conoscono bene, è facile che l’incanto si spezzi, come quando un laureato in fisica va a vedere un film di fantascienza.
Lo pseudonimo straniero quindi è un patto molto precoce col lettore: gli promette meraviglie che lui non ha mai visto, che non gli ricorderanno neppure per sbaglio il tragitto che fa per andare in ufficio ogni mattina, nè la fila a mensa o alla posta.
Anche nella saggistica, se ci fate caso, tendiamo a preferire gli autori stranieri, come se quelli italiani scontassero un pregiudizio di pressapochismo o le loro credenziali accademiche non fossero mai all’altezza di quelle dei colleghi di altri paesi.
Credo che gli unici testi che da noi vanno forte con un nome italiano siano i libri di cucina (risatine: N.D.R.).

Sentiamo un po’ Macrina Mirti, che usa uno pseudonimo italiano (la conoscete anche come Maria Cristina Grella): Pseudonimo straniero? Non lo so. Forse per un erotico o per un giallo ambientato in terre d’oltremare, sì, o al limite anche per un vittoriano o uno storico ambientato alla corte dei Tudor. Io, però, scrivo rigorosamente italiano e onestamente non credo abbia senso ambientare un romanzo all’epoca della guerra gotica, dell’impero romano, dei Comuni e/o del Rinascimento, e poi appiccicarci un nome straniero. Fa esotico, ma non lo comprerei. Il perché, l’ho spiegato molte volte.
Da ragazza, ho vissuto per studio due anni in Inghilterra: uno sulla costa dei dinosauri e l’altro a Londra, dove facevo ricerca al British. Sono stata aggredita da una collega inglese che mi chiese che cacchio capivo io di Samuel Rogers (poeta laureato inglese dal 1850 al 1855), se non conoscevo alla perfezione la lingua. Lì per lì, l’ho mandata al diavolo. A distanza di anni, credo che avesse ragione. Detesto i documentari sull’antica Roma prodotti dagli anglosassoni del N.G. Sono di parte e, quando leggono il latino, lo fanno con quel loro accento che i latini non avrebbero mai avuto.
E allora? Pseudonimo straniero sì, ma solo se sono così brava da ambientare in un paese estero e in maniera credibile.
Al momento, rimango in Italia, anche se qualche escursione sulla costa dei dinosauri o nella Londra di Samuel Rogers non è detto che sia esclusa. Allora, forse, pseudonimo straniero sì.
Per il momento, mi tengo ben stretto lo pseudonimo italiano.

Rebecca Quasi spezza una lancia per gli pseudonimi italiani: Mi sono sempre chiesta perché un’autrice italiana scelga uno pseudonimo straniero. Forse non c’è un motivo generale, immagino che ciascuna abbia il suo.
Io scrivo storie ambientate in Italia con personaggi italiani per cui quando ho pensato allo pseudonimo l’ho scelto italiano. Poiché mi piace la cultura ebraica (mi sto già contraddicendo) ho scelto un nome di origine ebraica e come cognome volevo un avverbio.
Come lettrice su di me il nome straniero non esercita un fascino particolare.
Amo le storie italiane nelle quali mi immedesimo meglio e rispetto alle quali sono in grado di cogliere l’atmosfera che amo e conosco, pertanto tendo a scegliere da lettrice storie italiane scritte da autori italiani.

Colette Kebell: Mah, il nome straniero per me sarebbe un Mariella Rossi!   Ricordo una esilarante discussione con una collega autrice (italiana) per la scelta di un nome di penna per un erotico. Alla fine abbiamo concluso, senza l’ausilio di metodi scientifici purtroppo, che il nome ideale era composto da: 1) nome un po’ esotico, 2) doppio cognome, 3) uno dei due cognomi doveva essere straniero 4) il cognome italiano doveva rispecchiare un certo retaggio, possibilmente nobiliare. Robe tipo Amanda Fitzparick-Colonna, per intenderci. Boh, magari avremmo dovuto stare sul diretto e molto piu’ semplice Dita Lina. Chissa’. Vabbe’, se fate fatica a trovare un nome di penna straniero, questo sito fornisce ampi esempi.

Angelo Frascella ci porta un’esperienza singolare: Io lo pseudonimo straniero l’ho usato per Cleopatra, nell’esperienza collettiva del #RomanzoDeiFaraoni; ma essendo, appunto, una serie collettiva, lo pseudonimo era necessario per non spiazzare il lettore (che si sarebbe trovato di fronte cinque romanzi, poi divenuti sei, con una coppia di autori diversi ogni volta). E a quel punto perché non scegliere un nome che potesse sembrare straniero, come Valery Esperian, cercando di dare un’atmosfera esotica anche tramite la firma dell’autore?
Se abbia aiutato a incrementare le vendite, questo è più difficile dirlo. Quello che ricordo è che parecchi anni fa (forse venti?), la Mondadori scelse di pubblicare il thriller dell’anno (“Il potere assoluto”) cambiando il nome dell’autore da David Baldacci in David B. Ford, per paura che sembrasse uno scrittore italiano e vendesse di meno.
Ma da allora ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti…

Qualcuno a cui lo pseudonimo straniero non piace per niente? Ecco: Silvana Sanna. Quando iniziai a scrivere, più di vent’anni fa, per un settimanale con un romanzo breve mi venne chiesto dalla redazione con quel pseudonimo volessi firmarlo. “Possibilmente che sembri straniero”, aggiunsero. In effetti avevo notato che tutti i romanzi che comparivano sulla rivista erano firmati con nomi non italiani, nella mia ingenuità di donnetta di campagna sprovveduta, avevo pensato che davvero fossero stati scritti da autrici straniere!
Io risposi che non avevo nulla di cui dovessi vergognarmi per decidere di nascondermi dietro un’identità fasulla e dissi che desideravo mettessero il mio nome. Così fecero e da allora anche altre autrici della rivista iniziarono a firmarsi col loro nome italiano. Come a me pare logico e giusto.
Non lo so se la firma straniera attira di più il lettore, io mi sono sempre firmata col mio nome e sempre lo farò.
L’ho fatto anche quando nel romanzo scritto a quattro mani col marito compariva qualche realistica scena d’amore (scritta da lui!) che mi metteva un po’ in imbarazzo. Ma è giusto che ognuno si assuma la responsabilità di ciò che pubblica.

Mari Thorn & Anne Went scrivono a quattro mani e ci dicono la loro sullo pseudonimo straniero (anche se è Mari che parla per sé e per la collega): Lo pseudonimo straniero funziona? Non saprei dirlo, perché personalmente non guardo né alle cover (a meno che non siano brutte o insulse) né al nome dell’autore (a meno che non ‘puzzi’ troppo di finto) e quando vado alla ricerca di qualcosa da leggere mi affido di più al genere (romance, thriller, fantasy, ecc.) e alle recensioni/consigli di chi conosco.
Allora perché ho scelto un nome straniero?
Nel nostro caso (mio e della socia Anne Went) lo pseudonimo nasce molto prima della decisione di pubblicare. Ce lo portiamo dietro dal mondo Roleplay dove ci siamo incontrate (e dove avevamo tutte nomi volutamente artefatti) e cambiarlo non avrebbe avuto senso.
In realtà quando abbiamo pubblicato il nostro primo lavoro abbiamo creato con uno pseudonimo che era un mix dei nostri due nomi, ma si è subito dimostrata una scelta complicata da gestire, soprattutto essendo in due.
Ora come ora probabilmente se dovessimo scegliere uno pseudonimo per pubblicare ne inventeremmo uno italiano perché il mondo del self è cambiato moltissimo negli ultimi anni.

I Giochi di Ruolo tornano ancora fuori. Credo proprio che proporrò l’argomento per uno dei prossimi Mercoledì di Babette.

Conclude la discussione sull’argomento Sarah Bernardinello: Serve a vendere di più? Non credo. Si capisce se l’autrice/autore è italiana/o o meno da subito, quindi il fascino dell’esotico è irrilevante. Forse, il fatto di decidere di usarlo dipende da alcuni fattori che solo il suo proprietario conosce: voler dare un tocco esterofilo ai propri scritti; non farsi riconoscere e difendere quindi la propria privacy; distinguere la vita cosiddetta “normale” da quella inerente la scrittura; scrivere un genere che viene considerato prettamente maschile e quindi nascondersi dietro un paravento (oppure pensate a Josh Lanyon, che credevamo un uomo fino a qualche anno fa…) Badate, è una mia ipotesi, e null’altro. Quando ho cominciato a scrivere sul serio, non ho pensato minimamente a usarne uno, firmo con il mio nome e ci metto la mia faccia; tuttavia, ogni tanto mi coglie un barlume di pazzia, e ho pure trovato un nome fichissimo 😎. Potrei magari usarlo se iniziassi a scrivere un genere lontano da quello che faccio adesso, per esempio. Chissà.

Gli Autori che compaiono nei banner:
Simona Busto
Daniela Barisone
Fernanda Romani
Maria Masella
Marco Canella
Roberta Martinetti
Sonia Morganti
E Devi Rose, Grafica