LAURA

Febbraio (onomastico Arnolfini padre)
Mia madre mi ha telefonato per ricordarmi che, domenica, è l’onomastico di Arnolfini padre. Non l’ha mai fatto… Per me era ovvio che sarei stata a pranzo da loro, come sempre. Non mi aspettavo un invito esplicito.
Vuole comunicarmi che l’ostracismo è finito o vuole rimarcare che sono diventata un’estranea e quindi ho bisogno di invito? Quando vuole, mia madre è molto sottile.
A chi posso dire del mio desiderio di dare una sterzata alla mia vita?
Secondo norme consolidate, anche senza considerare le esclusioni prima citate, la madre sarebbe la persona giusta.
Deciderò sul momento secondo come mi tratta.
Domani devo comprare qualcosa per Arnolfini padre.

Sabato, giorno precedente all’onomastico di Arnolfini padre
Ho il mio sacchetto con il libro per Arnolfini padre (legge di tutto, non ci sono problemi), ora è il momento della frutta secca. Arnolfini padre mangia qualunque cosa, anche troppo salato, poco salato, riscaldato più volte… Classico uomo di sano appetito e di bocca buona, ma per una cosa va pazzo: la frutta secca.
Noci e nocciole, pistacchi e mandorle, fichi al naturale e farciti, albicocche e cedro e ananas essiccato… Senza dimenticare i pinoli, che mangia come altri le mentine. Tutto insomma.
Così un giro al mercato orientale, dopo la puntata alla FNAC per l’acquisto del libro, è d’obbligo.
Un tempo si andava in Sottoripa, ma ora la famiglia Arnolfini preferisce acquistare al Marcato Orientale.
Giro e giro ma intanto so che finirò al solito banco. Ma deve essere l’inconscio a guidarmi perché passo davanti a Zobeida.
Forse è Zobeida la persona giusta. A lei potrò dire quanto mi sta capitando.
La trovo al solito banco e le chiedo se posso parlarle un attimo, mi fa segno di seguirla. Sistema la sua mole abbondante sulla sedia dietro il banco e mi indica una cassetta rovesciata. Mi prende le mani. — Laurà, Laurà. Cosa c’è, Laurà?
— Sono triste e sola, Zobeida.
— Tu hai bisogno di innamorarti, Laurà.
— L’ultima storia mi ha fatto troppo male…
Neppure mi ascolta e continua: — Di innamorarti. Quando si ama — Alza gli occhi verso il cielo, veramente verso la copertura di plastica verde che d’estate fa sudare da matti. — Quando si ama tutto è bello. Aspetta, Laurà.
Ondeggiando si alza, mi ha riempie un sacchetto.
— Con cosa lo prendo?
Si ferma a pensare.
— Un peperone rosso, uno verde, uno giallo. — Aggiunge una frase che non ha mai detto: — Salutami Lamarinetta.
Ho sempre saputo che si conoscono. Come ho conosciuto Zobeida se non come nostra ospite temporanea? Ma mai, dico mai, ha mandato i saluti per mamma.
Ora sono qui, è sabato sera. Secondo le regole dietetiche di Umberto dovrei avere dei bruciori di stomaco terribili invece mi sento bene anche se un po’ nelle nuvole. Con i peperoni ho bevuto quasi una bottiglia di vino.
Ripenso alle parole di Zobeida. Ha ragione: la cosa strana che mi sta capitando è la voglia di innamorarmi.
La tensione, l’emozione, l’attesa… la scoperta.
Ho voglia di amare: di fare progetti in due, non soltanto su come passare la serata o il prossimo week-end. Sarà la gravidanza di Lucy a farmi venire un’idea così balorda?
Buffo, mi rendo conto che questa bella scema ha accettato di buon grado la storia castrante con Umberto Follini, perché nel suo subconscio sapeva che non aveva futuro. Era una storia da cui poteva uscire in qualsiasi momento.
Ora no, voglio una storia vera. L’amore con la A maiuscola.

Domenica, onomastico di Arnolfini padre
I miei non sono al cento per cento come prima, ma va già molto meglio rispetto a Natale.
Mentre aiuto mia madre a preparare il pranzo di onomastico le dico che Zobeida la saluta.
Sorride e chiede se sta bene.
— Sì, mi pare di sì.
— Quel suo cuore ballerino… — mormora mia madre.
— Amori?
— Problemi cardiaci, Lallina.
Da quando c’è stata quella scemata con Lucy non mi ha più chiamata Lallina. Così decido di provare a parlare dei miei problemi con mamma. Ho un po’ d’ansia, ma in fondo tutti e tutte hanno sempre parlato con lei a cuore aperto, non ha preclusioni su niente e su nessuno… Ancora ora c’è gente impensabile che mi ferma e mi dice “ma tu non sei la bambina di Lamarinetta? Che donna!”
Non ci ha mai vietato niente, non ha mai detto questo non si fa. Perché avrei dovuto vergognarmi di parlarne con mia madre?
E se non è mia madre è Lamarinetta.
Ma mica è facile, così su due piedi, dire a mamma che ho voglia di innamorarsi.

— Laura, cosa stai a girarmi attorno? — mi chiede senza smettere di disporre gli antipasti nel piatto di portata. — Se hai qualcosa da dire, dillo subito. Invece di boccheggiare.
— Niente, ma’.
— Quando dici niente in questo modo… Forza. — Si gira verso di me. — Meglio che mi dici tutto prima che venga Lucy.
Ora che sono al dunque, mi sento davvero idiota. — Ho voglia di innamorarmi, ma’. Anch’io, come tutti.
— Eppure, è ancora freddo.
Rimango lì, ferma, cercando di capire la risposta insensata. Mia madre ha qualcosa della Sibilla Cumana, l’ho sempre pensato.
— Dai, Laura! È con i primi accenni di primavera che gli animali di sangue caldo entrano nella stagione degli amori, non c’è niente di strano: è un fatto naturale. — Mi fissa la figlia. — Avevi una relazione con uno, vero? Finita?
— Finita, ma’. Ma non parlavo di una relazione. Parlavo di innamorarmi. Anzi di amore.
— Se hai voglia di innamorarti, Lallina, probabilmente ti innamorerai. Per l’amore è un altro discorso.
— Come faccio a capire se è quello giusto? — Sto per aggiungere che con Umberto ci ho impiegato cinque anni, a capire che era quello sbagliato, ma mi trattengo per tempo. Strano, a Giovanna, perfetta estranea molto perbene, sono riuscita a confessarlo e non ho il coraggio di dirlo a mia madre, che oltre ad essere mia madre è anche Lamarinetta. Ha ascoltato le confessioni più impensate.
— Sai che a volte mi chiedo se tuo padre è proprio quello giusto per me? Poi me lo sento russare a fianco o mi perde le ricevute dei pagamenti e mi dico di sì: da nessun altro riuscirei a tollerare così tanto. — Ricomincia a decorare il cappon magro, l’antipasto preferito di Arnolfini padre. — Penso che lui provi con me la stessa cosa, almeno lo spero.
— Ma quando avete cominciato? Come potevi saperlo?
— Oh, che stronzata, Laura! Mica lo sapevamo! Salto nel buio, ma l’abbiamo fatto insieme. Un bel rischio. Io con gonnelloni e zoccoli e lui eskimo e sciarpa. Due come noi fare una scelta per la vita. Però ci sembrava più pericoloso non farla… Sì, ecco. È tutto un problema di speranza matematica. L’hai ben studiato calcolo delle probabilità, vero?
Annuisco.
— Ecco, nella vita è tutto un rischio, scegli quello che, se l’imbrocchi, ti fa guadagnare di più in felicità. Senza pensare alla fatica connessa alla scelta.
— Felicità… Che parole grosse per Natale…
Mi giro verso mi padre che sta entrando in cucina. Ha messo peso con gli anni (non tanto ma non è più secco come un chiodo), ma ride ancora spesso. Probabilmente mia madre ha ragione.
Dopo pranzo, mentre mia madre è con Lucy, provo a dire la stessa cosa a mio padre.
— Pa’, vorrei incontrare l’uomo giusto. Innamorarmi.
Lui si toglie gli occhiali, li pulisce con cura e se li rimette, mettendoci sopra le dita. Mi viene un po’ da ridere, è un gesto simile a quello di Garavini.
— Cosa c’è da ridere?
— Gli occhiali, lo fa anche il mio capo.
— È con lui che hai una relazione? — Arnolfini padre è imprevedibile, a volte ci gira attorno per chissà quanto, altre volte spiazza per velocità. Poi non ho mai detto ai miei di avere una relazione stabile…
— No.
— No a cosa? All’avere una relazione? O all’averla con il tuo capo?
— Avevo una relazione con un collega, pari grado, abbiamo rotto a novembre.
— L’hai lasciato? Ti ha lasciato? Vi siete lasciati?
— Si è fidanzato con un’altra.
Arnolfini padre arriccia il naso. — Fidanzato?
— Sì. — Prendo lo slancio. — Appena l’ho saputo l’ho lasciato.
— Eri felice con lui, Lallina?
Mi prendo la testa fra le mani. — Non lo so. Credevo di sì, poi ho capito di no. Ma come si fa a capire se è la persona giusta?
Arnolfini padre ricomincia il giochetto degli occhiali, poi azzarda: — Siamo sicuri che esista LA PERSONA GIUSTA?
Non ha alzato la voce ma lo sento ugualmente tutto maiuscolo. — Direi di sì… Tu e mamma…
— Col cavolo. Nessuno è più insopportabile di tua madre, Lallina. Troppo piena di energia per un uomo solo. Per fortuna si è sfogata parecchio fuori.
Che mia madre abbia avuto delle relazioni? Mi sembra strano, anche se, ripensandoci, ha orari così strani che tutto può essere. Riguardo Arnolfini padre, lui sembra così tranquillo. Possibile che abbia accettato…
— Tua madre è sempre stata un vulcano, penso che dipenda da un problema di metabolismo. Se non agisce sta male. È da quando la conosco che è impegnata in almeno tre attività alla volta. Se non si fosse sfogata così sarebbe esplosa. — Mi guarda. — O si sarebbe trovato uno come lei.
— Ma come avete capito che sarebbe andata bene?
— Oh, Lallina! Vivere con tua madre non è stato facile, lo sapevo da subito. Ma sapevo che senza di lei sarebbe stato peggio.
— Il male minore?
— Molto simile al bene maggiore. Almeno una volta al giorno la strozzerei. Mai sapere se ci sarà o non ci sarà. Chi avremo in casa e chi no. Mai sapere quale battaglia per quale diritto di quale minoranza stiamo combattendo… Ma con lei ho ancora vent’anni. Se ti confido un segreto non dirlo a tua madre.
Si fida di me, nonostante tutto. Annuisco, commossa.
— Odio il cappon magro, mi fa anche un po’ senso. Una dei pochi mangiari che mi fanno schifo.
Ogni onomastico, ogni compleanno, mia madre si danna, ore e ore, a farglielo. Ormai tutti lo comprano in rosticceria, lei cuoce pesci, verdure, compra gallette, le fa marinare… — Ma…
— Questo per dirti che da un’altra non lo sopporterei. Da lei è un atto d’amore: lo mangio tutto. Non dirglielo, mi raccomando.
— E io come faccio?
— Lo sapessi! Ti capiterà come a tutti. Te ne accorgi quando ci sei.
— Credevo di esserci.
Arnolfini padre alza le spalle. — Vuol dire che ti eri sbagliata. Che poi è facile scoprire di aver sbagliato, mica tanto facile sapere di essere nel giusto. Come un semaforo: il rosso è abbastanza visibile, ma il verde?
Annuisco, anche se non tutto ho acchiappato, ma con un padre traduttore di filosofi e giallisti è abbastanza normale.
— E allora, Lallina? Non preoccuparti, qualcuno troverai. Quello giusto. Come l’ha trovato Lucy.
Vorrei dirgli che Lucy… Insomma, dirgli tutto, ma Arnolfini padre mi previene: — Lo so, Lallina, che hai cercato di fare da mamma a tua sorella, l’hai sempre fatto. — Mi dà un pizzico sulla guancia. — E non farti cattivo sangue per noi. Ti vogliamo bene, l’incazzatura passa e il voler bene resta.

Mercoledì
A fine giornata, invece di tornare a casa (la mia casa mi sembra vuota?) sono passata dal Porto Antico.
Il mare mi tira su. Ho comprato un cono per tenermi compagnia mentre vagavo per i moli a guardar barche e poi sono andata a cercarmi un libro per la serata solitaria. Ero lì, in libreria e ho visto nel riflesso del vetro mia sorella con i bambini a traino. Ecco, non sono riuscita a resistere. Ho posato il libro e sono corsa fuori.
Dovevo essermela sognata, perché di lei nemmeno l’ombra.
Sono rientrata, ho ripreso il libro, l’ho pagato…
Ero così triste che mi sono presa una cioccolata calda.
Arrivata a casa ho telefonato a Lucy. Ma mi ha risposto mia madre.
— Ciao, Laura.
— Ciao, ma’… — e subito mi preoccupo. Che Lucy stia male? Che sia stata una premonizione? — Sta male, Lucy?
— No, stiamo imbiancando la camera piccola. Ora te la passo. No.
Il cuore che mi è salito su precipita di nuovo a valle. Mia sorella non vuole parlarmi!
— Perché non vieni a darci una mano? In tre si fa prima e ci divertiamo di più. Matteo è via per lavoro.
— E Lucy? Mi ha detto di non metter più in casa sua…
— A tutte capita di essere sceme per un po’, l’importante è non perseverare.
— Vengo.
Certo che vado, anche se l’influenza mi ha lasciata piuttosto moscia. Difficilmente riuscirò a tenere un pennello in mano, tanto meno ad arrampicarmi su una scala (la casa di Lucy, quella dove prima abitavano i miei, ha quei bei soffitti alti, ariosi, un bel po’ più dell’altezza regolamentare: riscaldarli costa un patrimonio, ma sono belli).

Sono in cucina con Lucy, i bambini hanno reclamato la nonna nella loro camera, per una razione di storie.
Da quando sono arrivata, non ci siamo parlate molto.
— Sono stata una cretina, Laura.
— Non dovevo farlo, Lucy.
— Ti ho odiato davvero, sai. Perché lui sapeva che ero cotta e non si faceva avanti. Le possibilità erano due: o non mi amava o era spaventato dalla mia intraprendenza. Ma la prima sembrava improbabile, aveva iniziato le pratiche per il divorzio.
C’è una terza possibilità, che lui voglia un’altra. Starsene solo? No. Improbabile. Rimarrebbe con la moglie. Un uomo lascia la moglie soltanto se ha un rimpiazzo: le mogli sono comode, come governanti, infermiere, amanti. Anche se continuano a dire che li curava ed accudiva meglio mamma e per il sesso ci sono relazioni extraconiugali, mercenarie e pure viados. Ma una volta tanto, per il tran-tran una moglie è comoda.
— Ma c’era una terza possibilità, Laura.
C’è arrivata…
— Non aveva iniziato le pratiche di divorzio per me. — Lucy si siede davanti a me. — Neppure per un’altra.
— Per stare solo? Mi sembra strano…
— Non per stare solo, Laura. Marco ha trovato l’anima gemella. Filippo, istruttore di scherma.
— Marco? Il tuo Marco?
— Immagina… C’è stato un po’ di maretta a scuola. Si sono stupiti tutti. Gli unici a non stupirsi sono stati i nostri studenti.
Non fatico a capirlo… Le risatine con cui hanno fatto il suo nome. Quel soprannome: Bagliozzo… Tendo una mano e prendo quella di mia sorella. — E tu?
— Dannazione, Laura. Non avrei mai avuto il coraggio di fargli sapere che ero innamorata di lui. Sarei rimasta lì, ad aspettare, come una scema… Che lui mi vedesse.
— E ora?
— Al mattino ho la nausea. Spero che sia una bambina. Volevo cercarti, sai, per dirtelo, per fare pace… Ma mi vergognavo troppo. Non sono mai stata in competizione con un Filippo istruttore di scherma. La notizia mi ha spiazzata di brutto. — Mi fissa. — Tu, Lallina, ti sei mai innamorata di un gay?
— A quanto mi risulta no.
— Da secoli non mi racconti come ti va.
— Da schifo. Sono uscita da una storia, quasi cinque anni. Credevo mi amasse, si è fidanzato, non con me.
— Anche lui con un uomo?
Scoppio a ridere. — Peggio, con la figlia del suo capo.
— Oh, Lallina, siamo proprio mal messe. — Fa una pausa. — Che poi mica mi spiace di aspettare di nuovo. È sempre un’emozione fare un figlio. Fare, proprio come fare. Hai la sensazione di sentirlo che cresce. Dovresti provare.
— Spero, prima o poi.
— Sono proprio contenta che tu sia venuta — conclude Lucy.
— E io per la tua pancia che cresce.
— Dovresti fare un bambino anche tu — ripete Lucy.
— Con chi lo faccio?

In fondo è stata una buona settimana… Cerco di convincermene quando suonano alla porta.
È stata una settimana importante, mi sono riconciliata con Lucy e, di rimbalzo, anche con mia madre. Ma è come con il tempo: periodi di siccità e altri di pioggia su pioggia.
L’arrivo di Umberto non è stata una pioggerella ma un acquazzone.
Quando apro la porta di casa non mi aspetto di trovare lui sul ballatoio. Non ho l’abitudine di guardare dallo spioncino e neppure di mettere il ferro morto.
Imprudenze che lui ha sempre rimarcato. Dicendo che un giorno o l’altro avrei fatto una brutta fine.
Apro, è lì. Chiaro che mi scosto per farlo entrare. Non è da tanto che non lo vedo, ma sembra una vita. Come i serpenti ho cambiato pelle. Ma anche lui avrebbe bisogno di cambiarla, tanto è grigia e spenta.
Sì, in qualche modo, l’ho amato. E se ami qualcuno, qualcosa resta, forse una tenerezza… Vorrei togliergli quel grigio dal viso, vederlo sorridere.
Dannazione! È la sua prima frase a smontarmi. — Non perderai mai il vizio di aprire senza controllare.
E tu quello di darmi ordini. Non l’avessi già fatto entrare, gli sbatterei la porta in faccia.
— Cosa c’è? Cosa vuoi?
— Mi manchi.
Oddio… Se c’è una frase che spiazza una donna è quel “mi manchi”, ci fa sentire amate, ci fa sentire in colpa per non aver dato tutto e di più…
— Clelia? — Ma so che la mia voce non è rabbiosa o fredda come vorrei. È da scema esitante.
— Finito. Tu vali di più, Laura, molto di più. Perdonami, sono stato uno sciocco.
Siamo lì, nell’ingresso soggiorno studio. Si guarda attorno. — Pittoresco.
Non so se è un apprezzamento, la frase seguente mi chiarisce le idee. — Non molto comodo però.
— A me piace.
— Ma certo, cara. Se ti piace abitare qui e così, io non ho niente in contrario. — Fa un passo avanti.
Se ne farà ancora uno, se glielo lascerò fare, diventerà ancora una volta padrone della mia vita. Devo decidere. — No.
Mi guarda in viso. È spiazzato.
— No, Umberto. Se ti manco mi dispiace, tu non mi manchi.
— Tu…
— Non mi manchi. — Lo dico e mi accorgo che finalmente è vero. Finito l’amore, finita anche la collera. Mi è indifferente. Quel commento sulla mia casa ha cancellato anche quella tenerezza residua di aver diviso tante ore… Di aver tanto sognato su di lui.
— Tu non sai cosa dici.
— Lo so.
— Tu! — la sua voce sta salendo e anche il grigiore del viso sta diventando rosso a chiazze. — Tu! Quella vecchia baldracca, a Parigi… I Samperi non hanno nessuna parente come lei. Tu! La tua vendetta…
Mi piazzo davanti a lui. — Esci.
— Esco, esco. Mi sento sporco solo a parlarti. E io, stupido, che volevo offrirti di ricominciare…
— E io ti offro di andartene prima che ti sbatta fuori.
— Cagna…
E lo grida che è già sulle scale.
Il vantaggio di abitare qui è che nessuno si formalizza sentendo gridare “cagna” e nessuno ci spettegola sopra. Ma se gridavo per avere aiuto qualcuno veniva a darmi manforte. Gli studenti senegalesi che abitano sotto di me gli avrebbero messo paura anche solo mostrandosi: così alti e neri d’ebano. Che nel buio vedi solo occhi e denti.

Domenica
Come ho dormito bene! Nessun sogno di Umberto, nessun incubo su Umberto.
Sono pronta a ricominciare a vivere.
Come risposta ai miei desideri, mi chiama Tom. È a Genova, di passaggio, per qualche ora. Mi propone di vederci.
— Così mi porti un po’ in giro.
L’ho portato in giro, abbiamo mangiato insieme. Riso e scherzato. A Ginevra Tom era stato un buon amante, per un po’ anche oggi ho accarezzato l’idea di portarlo a casa mia…
E poi ho deciso di no. Non ho voglia di un’avventura.
E poi forse Tom non è il mio tipo, come non lo era Umberto. Anche se è diversissimo da lui. Pantaloni alla moda, maglione alla moda, giaccone alla moda. Mentre Umberto indossava solo capi destinati a durare.
So che l’abito non fa il monaco… Ma perché rischiare di sbagliare ancora una volta.
Mia madre, anzi Lamarinetta, ha detto parole sante quando ha tirato in ballo la speranza matematica. Ecco, con Tom era molto bassa.
Quando ci salutiamo non mi pare che ci resti male del mancato invito. Anzi, da amico ad amica, mi dice che quando ripassa da Genova mi telefona e che da tanto non passava delle ore così divertenti.
Mia sorella mi ha consigliato di fare un figlio. Con chi lo faccio?
Aldo: è ormai felice con Maura e sono felice per lui. Tom: non ricordo neppure la sua faccia solo il suo maglione. Umberto: meglio l’inseminazione artificiale.
Con uno lo farei. Con bell’omo. Sconosciuto. E anche un po’ stronzo, ma divertente. Ero stata scema davvero. Dovevo non perdere l’occasione, quel giorno al Colombo, e stringere la conoscenza. Scoprirne almeno il nome.

CLELIA
Ho pianto tanto che mi è venuto male agli occhi. Allo specchio sembro un coniglio pronto per il mattatoio.
Sì, lo giuro, volevo stare zitta e buona; prendere quello che la sorte aveva estratto per me. Per come sono, di meglio non avrei trovato. E allora perché non lui, non Umberto Follini?
Almeno mia madre si sarebbe tolta una figlia dal groppone.
Tutto è cominciato sabato pomeriggio. Chissà come è diventata un’abitudine che Umberto venga a pranzo a casa nostra, poi, noi due, usciamo per una passeggiata.
Se piove andiamo al cine.
Poi a cena e mi riaccompagna a casa. Perché la domenica prima riposa e poi viaggia fino a Milano (non in capo al mondo). In pratica stiamo soli per quattro o cinque ore al massimo ogni settimana.
Soli per modo di dire.
Non si è mai visto fidanzato più rispettoso: è quasi offensivo.
Ma avevo deciso di impegnarmi a fondo per vedere soltanto gli aspetti positivi della nostra… Stavo per dire relazione. Una volta ho usato quella parola con Umberto, mi ha subito corretto: “Non abbiamo una relazione, siamo fidanzati.”
Gli aspetti positivi del nostro fidanzamento.
Mentre camminiamo come due estranei, o quasi, lungo Corso Italia (ci diamo il braccio, da vecchi coniugi che non si sopportano più) mi dice che ha una bella sorpresa per me.
Il cuore mi salta in gola. Che voglia lasciarmi! E mi dico che è insensato.
Dalla tasca del cappotto (lui porta il cappotto blu o cammello, i giacconi imper non fanno per lui) prende un dépliant e me lo porge.
Boccheggio come un pesce sbattuto sulla riva da un’ondata troppo forte per le sue povere pinne. Perché quel dépliant lo conosco. L’investigatore, zelante anche troppo, me ne ha fornito copia. Le sale da pranzo, la caffetteria, la terrazza, i giardini in fiore, la piscina (coperta e scoperta).
Me l’ha sciorinato davanti, senza accorgersi che sono lì immobile e muta. Parla parla vantando pregi dell’hotel.
— Nei dintorni di Parigi, bellissimo in maggio, possiamo usarlo come punto d’appoggio per brevi gite… Quando non abbiamo meglio da fare.
Dicendolo è arrivato alla pagina delle suite.
Testata imbottita in raso, coordinata con il copriletto e le poltroncine del salotto…
Tende di pizzo.
Dalle finestre si vede il giardino.
Da studentessa non ho mai capito niente di matematica, ma quella è la prova del nove.
— No.
— No? A cosa?
Vorrei dirgli “a tutto” e ripiego sulla prima cosa che mi viene in mente: — Preferirei da un’altra parte.
— E perché?
È la prima volta che dico un “no” in tutta la mia vita, mi sento strana. — Vorrei tornare a casa.
(È in quel momento che ho cominciato a piangere e non ho più smesso.)
Umberto mi riaccompagna, perché non ho abbastanza fegato da tornare da sola, dicendogli quello che penso di lui.
Mia madre si stupisce un po’ del mio pianto. Umberto dice che sarà un effetto della tensione dei preparativi. Suppongo che lo creda davvero.
Si trattiene a parlare con mio padre, penso di lavoro. Quando va via io sono chiusa in camera mia.
La mia camera non ha mai avuto chiave. Me ne rendo conto in quel momento. Perché mia madre entra, si piazza con le spalle alla porta e mi dice: — Ora basta con le bambinate, Clelia, devi dirmi cosa è successo. Sono tua madre ed ho diritto di sapere.
— Niente. — Perché mi vergogno e non so da dove cominciare.
— Non sei mai stata un’aquila, ma questo è troppo! Non crederai che un uomo adulto si accontenti di passeggiate romantiche, mano nella mano. Siete fidanzati! Se ti ha proposto di starvene un po’ da soli è normalissimo.
— Niente. Non è successo niente.
— Ora basta davvero! Meglio di lui non trovi! E se ha dei normali desideri non fare tante storie. Se proprio vuoi essere tranquilla vai dal ginecologo e ti fai prescrivere la pillola. — Mi guarda dall’alto della sua bellezza (perché lei è bella, io ho preso da mio padre). — Anche se un figlio non sarebbe male.
— Ti dico che non è così.
— E allora non è niente.
— Lasciami sola.
Mi viene davanti. — Così non mi parli, sono tua madre. Ho fatto di tutto per te.
Durante tutto il nostro colloquio non ho smesso di piangere.
— Guardati! Sembri un mostro. Non è così che si tiene un uomo.
Esce sbattendosi la porta alle spalle.
Cosa devo fare?