MAURA

Devo ammettere che la telefonata di Laura me l’aspettavo.
Sapevo dove andava e con chi.
Da quattro anni subisce il nostro caro ingegner Follini Umberto. Lei crede di essere stata discreta. Lo è stata.
Lui, lo stronzo, un po’ meno. Qualche occhiata di troppo, qualche allusione alla disponibilità di Laura. E tutti, in ufficio, sappiamo che è Laura a correggergli le relazioni: prima del suo arrivo non erano mai state così precise.
Deve essere arrivata al punto di ebollizione. Io ho provveduto ad alzare la fiamma, quando le ho comunicato la bella notizia: fidanzamento con la figlia di Samperi.
Non mi fa pena Laura, è forte e dopo un po’ di sofferenza si libererà di un uomo sbagliato. Chi mi fa pena è la povera Clelia Samperi. Povera per modo di dire.
Però preferisco faticare ad arrivare alla fine del mese, visto che sono spendacciona e non mi so organizzare le spese, piuttosto che legarmi mani e piedi a uno così.
Per fortuna c’è il divorzio.
È che, con uomini così, una mica si accorge di essere infelice. Ti scivola dentro l’infelicità come le flebo, a goccia a goccia.
Basta. Laura ha bisogno di una bella scossa. Ho bisogno d’aiuto.
Cellulare, rubrica, Aldo.
— Ciao, Aldo.
— Oh, Maura! — la cosa più bella di Aldo è il buon carattere, mi basta sentirlo per scacciare solitudine e malinconia. Siamo amici, solo amici, neppure intimi a dire il vero, da tanto. Lui ha sempre una per le mani, io ho spesso uno.
Ma quando ho bisogno lui è reperibile.
— Ho bisogno d’aiuto.
— Dimmi.
— Un’amica giù di corda. Ho paura, da sola, di non riuscire a scuoterla. — Almeno con Aldo devo essere sincera: — O di non reggerla. Dove vai stasera?
— Ero ancora un po’ incerto… Hai qualche posto in mente?
Ponzo. — Esce da un gran brutto casino. Ci vuole un buon posto per cominciare, poi si vede.
È come se lo vedessi Aldo, mentre si passa una mano sulla fronte. — Da Lino per musica dal vivo e poi alla cantina? Si mangiucchia, si sente musica, si parla. — Pausa. — Ti sembra ok?
— Sì, parecchio.
— Allora ci si trova. — Una pausa più lunga della precedente. — Sarà mica uno scorfano? Che me la vuoi appioppare?
— Ma va là!
— È stronza? Pallosa?
— Solo a pezzetti, causa uomo carogna.
— Lo conosco? — perché Aldo non è curioso, ma gli piace instaurare relazioni e legami fra le persone. Tizio che conosce Caio che conosce Sempronio… Le sue amicizie sono ramificate come le genealogie che mi facevano studiare a scuola.
— No, è fuori giro.
— Però è meglio prima la cantina. Ci si vede là?
— Sì. E grazie.
— Se non è uno scorfano e non è pallosa, grazie a toi!
È vero, è meglio cominciare dalla cantina, per sgelarla. La cantina è un locale che hanno aperto da poco, in una traversa di via san Lorenzo. Si scende, ci sono ancora le volte di pietra, ottimo vino, spuntini, chiacchiere, libri da sfogliare. Musica.
Sapevo che dovevo affidarmi ad Aldo. Non è importante sapere le cose, importante è sapere chi le sa.

LAURA

Mercoledì sera-notte

Mi infilo di corsa nell’atrio del Ducale, dannazione al vento di tramontana che batte De Ferrari! Fontana e fontanelle schizzano acqua gelida da tutte le parti.
Maura è già lì, ad aspettarmi. Pantaloni neri e giaccone tecno. Come me.
Da amica non fa domande, si limita a commentare che la testa nuova mi sta bene e che vestita così mi sono tolta vent’anni di dosso. — Dannazione, Laura. Vestivi più vecchio di mia madre che ha sessant’anni.
— Mi sto dando una smossa.
— E se vuoi smuoverti, seguimi.
Giù da San Lorenzo. Padrone della notte!
La cantina è rilassante. Mattoni antichi e travi a vista. Assortimento di vini. Dicono anche di tè, ma non mi interessa. Piattini e libri. Mentre la musica si stende fra le antiche volte.
Poi ci si muove da un posto all’altro. Musica dal vivo, da quanto non la sentivo. Così diversa. E ballare ballare ballare. Una locale che ci si sta da dio.
Maura conosce tutti. Dopo poco conosco tutti. Ritrovo anche qualche amico di prima. — Dove sei finita? Clausura?
— Carcere di massima sorveglianza.
Ballo ballo ballo e mi chiedo come ha fatto Umberto a incastrarmi in una vita così diversa da quella che mi piace. Dovrò trovare il modo di parlare con Maura, di spiegarle tutto e di chiederle collaborazione nel mio piano di battaglia.
In gruppo usciamo per passare in un altro posto. Maura, abbracciata a un amico, vecchio o nuovo, forse un suo ex, però con rapporti affettuosi, mi fa, di botto: — E dimmi se non ho fatto bene a dirti dello stronzo.
Le punto il dito contro. — Tu, tu sapevi di noi?
— Mica sono scema. — Si stringe meglio al suo amico. — Umberto ci aveva provato anche con me, ma non ci sono cascata.
— Più furba di me.
— Dannazione, Laura. Con me si è impegnato meno, perché più di tanto non potevo servirgli. — Le insegne lampeggianti ci fanno sembrare congiurati. — Tu gli servivi e in più non ti mettevi in gara. Sembra scemo, il ragazzo, ma non lo è. — Alza una mano e enumera sulle dita. — Lo aiutavi sul lavoro. Non ostacolavi la sua carriera. Quando ne aveva voglia, c’eri. Senza pretendere nulla, perché siamo donne moderne, emancipate…
— Quadro preciso ed esauriente.
Quello che è con me, Aldo, chiede: — Cosa fai dopo?
Dai, non sono scema, capisco il senso. Potrei, è un bel ragazzo… No, prima la vendetta. — Sono ancora in lutto per uno.
— A volte serve. – Ma è gentile, non insistente.
— Meglio di no. — Alzo il bicchiere in un brindisi. — Non mi offendo se mi lasci per andare in caccia.
— Mica è obbligatorio concludere tutte le sere. Tu sei tosta. Che capiti che cambi idea?
— Difficile. Esco da una storia di cinque anni con uno stronzo.
Aldo alza le mani mostrando il palmo. — Cazzo, su argomenti così non si discute.
Finisce che si parla si ride si scherza. Si flirta senza impegno. E trovo la casa che cerco. Un amico di un amico si trasferisce a Milano e lascia il suo appartamento. Me lo descrive: zona, dimensioni, prezzo sono OK.
Meglio di un’agenzia immobiliare. In più non trova strane le mie richieste. Dannazione, se non mi sentissi ancora il cuore in lutto, ci farei un pensiero.
Ma chissà, forse…
No, non devo distrarmi. Rifarmi una vita e vendicarmi: non due progetti separati, però.
— E il tuo? Cosa ne fai? — chiede Aldo.
Gli descrivo il mio appartamento, zona Marassi San Fruttuoso, secondo piano, niente vista, ma spazioso. Con doppio posto auto coperto, una rarità nella zona. — L’ho in affitto, ma i mobili sono miei. Cucina su misura, anche i mobili del bagno. Ci rimetterò un bel po’, ma nella casa che ho in mente quella roba non ci sta. — Lo guardo. — E non me la voglio portar dietro.
— Sarebbe perfetto per i genitori di una che conosco… Vengono da fuori Italia. Forse prenderebbero anche i mobili. Ora stanno dalla figlia: che vuole che trovino presto! Non ne può più di averli in casa.
Altro scambio di dati. Poi gli chiedo che lavoro fa.
— Un lavoro più che noioso. Lavoro d’ufficio. Carte e scartoffie. Neppure un contatto umano.
— Mai pensato di cercare lavoro in un’agenzia immobiliare?
Aldo si frega una tempia. — No. Mai pensato. Però ora che me lo dici sembra che le case e la gente che le sta cercando mi si appiccichino addosso.
È ormai notte fonda. Maura si stira. — Domani lavoro.
Mi alzo. — Vengo via anch’io.
— Resta, sei in ferie.
— No, per la prima sera mi basta. — Dannazione, voglio parlare con lei, non può scivolarmi via, deve aiutarmi nella mia guerra privata. Sarà la mia quinta colonna nel territorio nemico?
— D’accordo.
Risaliamo verso De Ferrari. Qui dovremmo dividerci. Io a Levante, lei sulle alture. È lei a bloccarmi, da come cincischio nei saluti deve aver capito che ho bisogno di sfogarmi. — Volevi parlarmi, vero?
Annuisco.
— Perché non vieni a dormire da me? Si parla andando e si parla a casa.

Giovedì

Sono a casa mia. Sono uscita da casa di Maura quando lei è andata al lavoro. Tutta la notte o quasi siamo state su a parlare. Prima a raccontarle di Umberto poi a preparare un piano.
Lei in ufficio mi farà da quinta colonna.
Dalla sacca prendo il biglietto con i dati che Aldo mi ha lasciato. Appena sarà un’ora decente telefonerò per l’appartamento. Sarà una liberazione andarsene da questa casa. Passo da un vano all’altro cercando di individuare qualcosa da portarmi via.
Niente, non mi piace niente. In questa casa sono tristi anche i quadri. Stampe, tutte con cornici uguali. Tutte di fiori e di vedute ottocentesche.
La prima volta che Lucy le ha viste ha detto che il suo dentista le aveva uguali perché secondo lui rasserenano.
Lucy. L’ho dimenticata. Dovrò farmi una mappa con tous les affaires in corso d’opera.
Oggi è giovedì. Al giovedì, da sempre, Lucy ha la mattina libera. Mercato di Piazza Palermo. Finisce sempre lì. E posso dedicarmi ai suoi affari senza pericolo che mi scopra.
Marco, il suo Romeo, devo vederlo per sapere se la scemenza è un male di famiglia Arnolfini o se, almeno la maggiore, ha avuto buon gusto non solo nel marito ma anche nell’amato bene.

Il Liceo dove insegna Lucy è in centro, bastano poche fermate…
Le tredici, Via Galata è piena di ragazzi e ragazze. Seguo a ritroso il fiume in piena. Nell’atrio è esposto l’orario, cerco qualcuno che abbia le stesse classi di mia sorella e come distribuzione di ore possa essere un docente di storia e filosofia. Le possibilità sembrano solo due: Bagliomi e Dolcino. Due: una di troppo. Nel cortile mi inserisco in un gruppo: stanno ridendo.
— Cerco il prof di filo di terza F.
Nessuno mi chiede perché. Per loro sono una vecchia, prima se la sfangano meglio è. Poi di me non gliene frega niente. Una ragazza fa un sorriso esperto verso un’altra. — Bagliozzo ha colpito ancora. — Poi verso di me: — Ha finito ora, deve uscire. L’ultima ora l’ha fatta da noi.
— Non lo conosco.
— Cazzo! Ora le colpisce anche in spirito e verità. — Indica dietro le sue spalle. — Il prof Bagliomi, detto Bagliozzo, è quello con l’imper grigio e la cartella.
È Claudio Baglioni, piantato e sputato. Capello fonato e grigio modello fascino. Di fascino anche le rughe. E il passo sciolto. Il buon gusto di mia sorella Lucy non si discute. Afferro la ragazzina. — Che tipo è?
— Come tutti, stronzo. Perché invece di Baglioni vero ci han dato Bagliozzo? Baglioni canta e Bagliozzo spande. — E ride e ridono gli altri.
Mi avvicino, voglio sentirlo parlare. Niente ti dà l’idea di una persona quanto sentirlo parlare.
E lui parla! Oh, se parla! È insieme con altri, anzi ad altre due. Che lo guardano con la faccia che faceva mia sorella quando ne parlava.
Lo pedino. Voglio sentirlo parlare proprio bene prima di emettere giudizi. No, non ha la voce di Baglioni, parla con tono dotto e pedante. Saccente.
Il suo discorso è tutto un IO, IO L’AVEVO DETTO, IO LO SAPEVO, IO… IO. Tutto maiuscolo e in grassetto, almeno formato 16pti, a non eccedere.
Le due pendono dalle sue labbra.
Devo salvare mia sorella. Il suo Romeo è peggio del mio.

LUCY

Ora comincio ad avere le visioni. Mi è capitato anche quando aspettavo il primo: mi era andata giù la pressione e vivevo come nel deserto. Da un miraggio all’altro. Avevo anche sempre sete e sempre bisogno di far pipì (il ginecologo diceva che era la pressione sulla vescica, mah… Lui non l’ha mai provato di persona però quel bisogno lì)
Dicevo delle visioni. Giovedì, quindi piazza Palermo.
Sto così male che neppure i banchi di piazza Palermo mi schiodano dal pensiero di Marco. Ho provato a passare nei miei posti preferiti, niente.
Ho preso un caffè con la panna, per tirarmi su e ora mi sento un bolo che non scende e non sale. Perché fatico a digerire la panna dalla volta che ne ho fatto indigestione. Eravamo sole in casa e mia sorella Laura ha comprato una vaschetta di panna (una vaschetta? una vascona!) e l’abbiamo mangiata a cucchiaiate. Mi ero appena lasciata con il mio ragazzo e Lallina voleva tirarmi su di morale. Sono stata così male che credevo di morire.
Lei niente. Laura sì che è fortunata, butta giù qualunque porcata come fosse acqua fresca.
Però con la gran paura di morire dal male di pancia il mio ragazzo, appena lasciato, mi è sparito dalla testa. Amore abortito.
Così ho questo bolo che va su e giù. Se mi facessi un treno di panna? E se muoio davvero? Ho due figli, sono la loro mamma… Orfani, i miei figli orfani di mamma. Matteo si troverebbe un’altra senza problemi. È un bell’uomo, guadagna bene… Anche simpatico e divertente, se non si guarda troppo per il sottile. Gli uomini sono così: all’inizio sono spiritosi, romantici, avventurosi, poi, zacchete, quando ti hanno acchiappata diventano mariti pantofolai. È già un evento andare al cine.
Ecco, è per scacciare questi pensieri che mi sono fatta piazza Palermo in su e in giù, come terapia.
Ho contrattato per una sacca di nappa con le frange, perfetta con i camperos. Se ci aggiungo due borchie, quelle che ho tolto da non ricordo dove e ho tenuto da parte per la bisogna.
Devo vederlo. Il bisogno mi pulsa dentro. Una crisi d’astinenza. Come quando ho provato a smettere di fumare. Ne avevo un bisogno disperato e fumavo più di prima: per smettere ero passata dalle mie quattro giornaliere a quasi un pacchetto. Fin quando ho deciso di ricominciare a fumare e con le mie quattro sto da dio.
Un bisogno come allora. Il giorno libero è una maledizione. Lui ha il mercoledì, io il giovedì (è il guaio di avere classi in comune): così sto, anzi stiamo, due giorni senza vederci.
La domenica non mi fa lo stesso effetto: sarà che ho sempre così da fare e Matteo fra i piedi.
Bus da piazza Tommaseo a via Venti. Taglio dal Mercato Orientale e mi infilo in Via Galata. Lui dovrebbe essere in uscita.
Un incontro casuale. Forse ci esce un caffè insieme.
L’ho appena adocchiato, è con due colleghe, ma niente impedisce che mi unisca. Quelle sono vecchie e spente, due lagne. Controllo nel riflesso di una vetrina di essere come devo. Sembro una ragazzina, con i miei calzoni aderenti infilati nei camperos e il giacchino striminzo. Che, fra l’altro mi fa freddo invece che caldo. Sarà per quello che da un po’ ho tanti dolori articolari… Non sarà un brutto male alle ossa? L’altra sera volevo controllare i sintomi nell’enciclopedia medica, ma Matteo mi placcava.
Non voglio dargli l’ansia che poi digerisce male.
Ora, Matteo quando placca è peggio di un giocatore di rugby; infatti faceva rugby prima di decidere che non è adatto per un avvocato civilista e padre di famiglia.
Veramente i figli sono venuti che aveva già smesso ma già lui aveva deciso di averli: io sono stata solo la fattrice.
Così, dicevo, mi guardo. Mi apprezzo. Il rossetto sarà OK? Dalla vetrina non si vede ma mica posso prendere lo specchietto e controllare.
È in quel momento, sorriso ben stampato, petto in fuori, passo sciolto (insomma pronta all’incontro) che ho la visione: Laura.
Laura a pochi passi da Marco.
Cosa ci fa da queste parti?
Probabilmente è passata da scuola a cercare me. È così fusa, ma non da adesso, da sempre, che non ricorda che io ESIGO il giovedì libero. Per Piazza Palermo.
Avessi saputo che lui preferiva il mercoledì, di certo non avrei scelto il giovedì. Amo più lui del mercato di piazza Palermo.
Cosa fare?
Conosco mia sorella Laura. Lallina, appena mi vede, da sempre comincia a sbracciarsi per attirare la mia attenzione. Come tutti in casa è convinta che io sia miope o presbite. Perché porto le lenti a contatto. Ma non sono graduate, è solo che il colore dei miei occhi, nocciola, è così noioso. Con le lenti, e mi costano un sacco, hanno una bella sfumatura verde bosco. Mica potevo dire, in casa, che porto le lenti quando ci vedo bene?
Se Lallina si braccia e nello sbracciarsi ci mette impegno, chiama anche, la gente si gira…
Da prendere zappetta, fare buco e imbucarsi.
Marco.
Non sopporterei una figura simile davanti a lui.
Guizzo nel primo buco già fatto. Forno. Ora, dico io, si è mai visto un forno vuoto? Quello lo è.
Dietro il banco tre commesse, cappe bianche e rosse e cuffiette vezzose che non servono a niente perché poi continuano a mandarsi dentro i capelli fuori e fuori i capelli dentro e poi toccano il pane e quindi come igiene non è che servano. Meglio niente.
A gran voce una chiede: — In cosa posso servirla, signora?
Glielo leggo in faccia che hanno capito che sono entrata lì per nascondermi da qualcuno. E quel signora! E il lei! Ormai dove entri, se non navighi per gli ottanta mal portati, ti danno del tu, del salve o del ciao. Pratico semplice rincuorante.
Invece quel lei. Non fossi disperata me ne uscirei subito.
Prego, dentro di me prego che Lallina non passi in quel momento perché la conosco, entrerebbe. Volto le spalle alla strada.
Ora qui, i foresti restano spiazzati perché la focaccia sta sempre verso la porta (di richiamo), il pane sul fondo. Tanto chi lo deve comprare lo sa già quando entra: la focaccia è una voglia…
Così vedo pane e pane e pane. Dietro gli scomparti con il pane, di tutti i generi (sono a dieta), c’è il classico specchio (così il pane sembra ancora di più).
Vedo Lallina passare, passare piano… Marco anche. Lallina sta studiando la focaccia, Marco sta parlando alle due cariatidi.
Indico una forma di pane dopo l’altra: toscano, Triora… E dopo ogni forma la commessa, stronza, chiede: — Le serve altro, signora? — E su quel signora ci si adagia con gusto.
Finalmente la via è libera. Controllo fiondandomi veloce alla porta.
Chiede ancora: — Le serve altro, signora? — E le due commesse non mi perdono d’occhio. Lo so, appena esco, chissà come ridono.
— Basta, grazie.
Esco con quasi venti euro di pane. Lo metterò nel congelatore. Fra pane (sapete quanto pesa venti euro di pane?) e il sacchetto con la borsa con le frange sembro un camallo.
Il dolore alla schiena mi prende a fitte. Devo proprio controllare i sintomi sull’enciclopedia medica.
Però Lallina la deve piantare con le improvvisate.
Mi fermo di botto e quello dietro mi scontra. Neppure si scusa, allora, per pace, mi scuso io.
Lallina non ha mai fatto improvvisate, non è nella sua natura. Lei preavverte.
Se è venuta a cercarmi a scuola deve avere qualche guaio grosso in corso. A ripensarci aveva la faccia strana l’altro giorno.
Che sia malata? O incinta?