Mi chiamo Baguette, ma per tanto tempo il mio nome è stato un altro, anche se nessuno l’ha mai pronunciato. Era solo una parola su un foglio.
Per sette anni ho vissuto in un cortile, insieme a tanti altri cani. Eravamo un branco sgangherato, senza regole né ordine. A volte amici, più spesso nemici. C’era chi ringhiava per un osso, chi mi spingeva via dal cibo, chi mi mostrava i denti per ricordarmi che ero la più piccola.
La nostra padrona era una donna. Non cattiva, ma stanca. Ci raccoglieva uno dopo l’altro, come se volesse salvarci, ma poi si limitava a gettarci da mangiare. Una scodella per dieci. Se eri forte e grosso riuscivi a sfamarti, altrimenti restavi indietro.
Io restavo sempre indietro.
In sette anni, un solo vaccino. Una volta qualcuno mi ha portato dal veterinario. Ho pensato che finalmente si fossero accorti di me. Ma poi sono tornata nel cortile, e la mia vita è ripresa come sempre: lotte, morsi, ossa già spolpate.
Non avevo una cuccia. Dormivo dove capitava, rannicchiata per proteggermi dal freddo; allungata più che potevo per non morire di caldo.
Mi ero abituata. Non conoscevo altro.
E poi… le cucciolate. Quante? Non ricordo. E dove sono finiti i miei piccoli? Non l’ho mai saputo. Portati via, quando non avevo ancora finito di allattarli.
Poi, un giorno, tutto è cambiato.
Sono arrivate delle persone con abiti strani. Quasi tutti i cani sono stati portati via. Io sono finita in un rifugio. Finalmente, cibo e un riparo. Voci gentili. Ma avevo tanta paura, perché tutto era nuovo e sconosciuto.
Finché un giorno…
Ricordo quel momento: due mani che profumavano di qualcosa di buono. Biscotti, ho saputo dopo.
Non erano le mani ruvide che gettavano ossa da lontano. Erano mani piccole, ferme, calde. Un po’ rugose, di qualcuno che ha tanto vissuto. Una donna, anziana, con un vestito buffo. Mi accarezzavano la testa e io, per la prima volta, non ho avuto voglia di scappare.
Un viaggio in una scatola strana che correva per luoghi che non avevo mai visto. Fino a case e giardini e luce.
Non capivo. Una ciotola tutta per me? Una copertina che profumava? Porte che si chiudevano non per escludermi, ma per proteggermi dal freddo?
Le prime volte mangiavo in fretta, guardandomi intorno: temevo che qualcuno mi strappasse il boccone. Ma nessuno arrivava. La ciotola restava mia, fino all’ultimo.
Piano piano ho imparato a fidarmi.
Ho scoperto che le carezze non finiscono mai, che i giochi fanno ridere anche noi cani, che il guinzaglio non è una catena, ma un filo che lega due cuori.
Ho scoperto che esiste una parola che prima non conoscevo: amore.
Oggi dormo su un cuscino morbido, sul suo letto, con il muso sereno. Non ho più paura del vento né dei ringhi.
Sono Baguette. Non sono più una del branco dimenticato.
Sono parte di una famiglia.
E ogni sera, quando sento sussurrare “buonanotte, piccola”, chiudo gli occhi e penso che la mia vita vera è cominciata adesso.
Questa è la storia romanzata (ma nemmeno tanto) di Baguette, così come l’ha creata Marcus de Vlaemink, dopo che gliel’ho raccontata. Sempre Marcus ha suggerito la magrezza iniziale di Baguette, anche se la piccina aveva messo su ciccia al rifugio.
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