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SelfHelp: Una petite robe noire e il Serial Killer

Ti hanno fatto credere che une petite robe noire sia perfetta in ogni occasione e ti hanno mostrato “Colazione da Tiffany”. Hai scoperto che sei perfetta, ma non sei Audrey Hepburn: corpo a mela o a pera, troppo alta o troppo grassa, tanto seno o poco seno. La petite robe noire invece di mostrare la donna chic nascosta dentro di te, ti trasforma in un omino Michelin tutto rotolini o in uno spaventapasseri. Nel caso migliore sembri pronta per un funerale.
Non sempre ciò che sembra facile lo è.
Un’altra soluzione sembra facile e non lo è: usare un serial killer in un giallo-thriller.

Quando sento un collega dire “ho un’idea favolosa per una storia con un serial killer”, mi viene male sapendo quali pericoli corre.
Prima di analizzarli (spero in modo divertente e ben disorganizzato) mi permetto una premessa da donna a donna: diresti che gonna nera + maglioncino nero è una petite robe noire? Di certo no. Così non hai un serial killer se gli omicidi dopo il primo non erano previsti dall’assassino e si sono resi necessari per nascondere le tracce. Perché ci sia un serial killer gli omicidi devono essere decisi dall’inizio, se possibile eseguiti nel medesimo modo o con una caratteristica vistosamente comune. In breve: tutti i delitti devono essere ugualmente importanti, non ce ne deve essere uno che abbia condizionato gli altri.

Mi sono chiesta spesso per quale motivo siamo tutti affascinati dai serial killer. E tu? Te lo sei chiesto? Una risposta parziale e temporanea, come tutte le mie, me la sono data. Associamo il delitto a una violazione dell’ordine, ma l’operato di un serial killer è la cristallizzazione dell’ordine! Penso che sia questa contraddizione ad affascinarci. E che delitto e ordine siano ammanettati è chiaro: per sapere se ci troviamo in una società totalitaria leggiamo i gialli! Se sempre (o quasi) i colpevoli sono persone “ai margini” o “esclusi”, allora la risposta è sì. Il delitto è accettato se i colpevoli sono “altri”. Mi spingo oltre: a leggerli con cura anche i nostri gialletti dicono qualcosa su di noi…

I serial killer sono così affascinanti perché segno di contraddizione.
C’è un altro motivo per cui agli scrittori piacciono i serial killer. Se ben gestiti realizzano il sogno della botte piena e la moglie ubriaca. Se ben gestiti sono davvero la petite robe noire: semplicità ed eleganza. Il giallo classico è da alcuni considerato statico e intelligente, mentre il thriller è eccitante e superficiale. Mettendo in scena un serial killer da fermare prima che uccida ancora otteniamo eccitazione e attesa, ma anche analisi degli indizi e dei possibili moventi.
Quindi mettendo in scena un serial killer otterrei un risultato ottimo. Però, come è difficile trovare una petite robe noire che dia l’effetto voluto, così non è facile gestire bene (in modo coerente e originale) un serial killer. Non si può siuscià e surbì (non si può soffiare e sorbire).

Ho scritto gialli e ne ho letti, ma per descrivere i problemi dello scrittore di gialli devo fare riferimento a me.
Il vero problema sono le lettrici e i lettori: in ogni giallo si gioca con il fuoco, si dice e non si dice. Una mano porge un indizio e l’altra smuove le acque. Lettrici e lettori non sono inesperti e se capiscono troppo presto hai fallito. Quindi il percorso verso la soluzione (chi è il colpevole?) non può essere lineare: è perfetto quando una via esclusa si rivela vincente; o la ricerca del movente è ancora più forte di quella del colpevole. Posso citare un romanzo notissimo? “Io uccido” di Faletti: avevo capito chi uccideva, ma non perché.

Nel primo Mariani che ho scritto, “Morte a domicilio”, compare un serial killer, ma ho giocato sporco: all’assassino non importa essere trovato, anzi lascia indizi, però vuole essere raggiunto troppo tardi. Indizi! Indizi ricorrenti! Lasciarli è uno degli elementi distintivi del serial killer, è qualcosa che lo gratifica quanto l’uccidere: vuole dimostrare la propria superiorità? Vuole essere fermato? Questi sono aspetti che lo scrittore deve chiarire prima a se stesso per riuscire a farli intuire al lettore. Il motivo della scelta di quegli indizi è ancora più importante dell’identità delle vittime: l’ideale è che ci sia un collegamento, una “corrispondenza di amorosi sensi” fra indizi e vittime. Non lasciate niente al caso, mai. Che lavoriate con una rigorosa scaletta o così come arriva, controllate che la corrispondenza ci sia! Ma ho scritto un’altra informazione: “raggiunto troppo tardi”.

Quale è il trucco perfetto per rendere vivo un giallo-thriller? L’investigatore non sarà coinvolto solo a livello professionale, ma anche personale. Nei casi con un serial killer funziona benissimo, perché da sempre siamo attratti dalla sfida testa a testa, dal duello.
Altre volte ho usato i serial killer, ma cucinandoli in modo personale.
Ho cominciato con il secondo Mariani, “Il dubbio”, in cui aleggia il dubbio che si tratti di un serial killer.
E per un po’ ho abbandonato quello schema e, quando l’ho ripreso, l’ho modellato secondo le mie necessità.
In “Giorni contati” ho messo in scena un finto serial killer: come nascondere un delitto se non in mezzo ai delitti? Era una vecchia idea su un romanzo storico, riassestata. Quindi è un “finto” serial killer.
Di nuovo un serial killer in “Mariani e il caso irrisolto”. Sì, è molto classico, ma dovrebbe essere compensato dall’anomalia dell’investigatore bloccato in ospedale. E da un colpo di coda, spero inaspettato.
Quando ho ripreso in mano un serial killer dopo averlo sfiorato altre volte? Nell’autunno del 2017 un collega mi ha proposto un lavoro a quattro mani, dicendomi che aveva in mente un serial killer. Datemi una sfida e io la accetto. Per me, una storia con un serial killer era una sfida; era una sfida usare la sua idea classica e stravolgerla, facendo in modo che la totale soluzione dei delitti seriali si ottenesse indagando su altro: tutto in un gioco di specchi. I casi di Torino sono all’origine di quelli genovesi, ma sarà l’indagine a Genova a fornire tracce per mettere a posto gli ultimi tasselli dove tutto era cominciato. Senza toccare quanto il collega aveva già scritto. Mi piacciono le sfide. Mi sono divertita con “Matematiche certezze”.
Però è difficile gestire bene i serial killer. La storia diventa facilmente banale e prevedibile o si cade nell’eccessivo.

Consigli pratici:
1)     Evita di usare i serial killer se sei convinta che sia la strada più semplice.
2)     Lavora molto sul movente.
3)     Le modalità dei delitti siano collegate al movente.
4)     Devi farti il film dell’esecuzione del delitto perché ogni dettaglio è importante. Perché? Se il delitto è ripetuto più volte, allora ogni elemento è un indizio potenziale: caricalo di significato.
5)     Almeno tre delitti: quando c’è stato un delitto soltanto non si può ancora parlare di serial killer, il secondo proclama che è opera di un serial killer. Il terzo fa paura e fornisce indizi. A questo proposito un bel trucco è iniziare la storia dal secondo delitto, da quando si capisce di avere a che fare con un serial killer. In sostanza è quanto ho fatto in “Matematiche certezze”: il pezzo scritto dal collega l’ho usato da sfacciata, come una che sventola la bandierina con la frase “è un caso serial killer”. Che poi io sia una bugiarda è fatto noto, ma non a tutti.
6)     In nessun giallo come in quelli con un serial killer è importante e difficile la gestione del Punto di Vista. Se l’unico Punto di Vista è quello dell’investigatore, devi trovare un modo per far conoscere e sentire il suo movente, da fuori. Se anche all’assassino è consentito il Punto di Vista, c’è pericolo che si scopra tutto troppo presto. Non ho mai usato quest’ultima alternativa perché nei miei noir tutto è raccontato dall’investigatore. La gestione dei Punti di Vista e la spiegazione del movente è la difficoltà più ardua, quella spesso sottovalutata. Attenzione: quando parlo di spiegazione non intendo “uccide perché”, ma il lettore deve sentire quel movente in pancia.
7)     Prova a scrivere la medesima storia senza serial killer.

Maria Masella è in libreria con “Matematiche certezze”, scritto a quattro mani con Rocco Ballacchino.

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Marri

Marri

Sono nata a Genova, il 10 febbraio 1948. Laureata in matematica, ho insegnato per tanti anni in un liceo scientifico statale, non so con quali risultati, ma di certo con passione.
Mi è difficile scrivere altro su di me. Ai lettori ho dato molte vite, forse come schermo della mia.
Da quando ricordo ho sempre desiderato scrivere.
Mi piace inventare storie, scriverle, lavorarci sopra fin quando non sono come devono essere. Storie… Ho sempre rifiutato di chiudermi in un genere, perché la vita è varia, si evolve.

1 Commento

  1. Macrina
    23 Giugno 2019 at 12:00 — Rispondi

    Sto pensando di metterne in scena uno. Vedo se ci riesco.

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