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Recensione: Il leone e la rosa, di Riccardo Bruni

Venezia 1502: il demone vaga per le calli e uccide senza pietà.

Siamo nel 1502 a Venezia: è una mattina gelida e nebbiosa di fine gennaio. Alcuni pescatori tirano su dal Canal Grande masse galleggianti intrecciate alle reti: sono cadaveri orrendamente mutilati. Il popolo si convince che un demone è venuto a punire la Serenissima per i suoi vizi e il rifiuto di un’alleanza con la Chiesa nella guerra contro i turchi. Il doge Leonardo Loredan, preoccupato di questi fatti, vuole indagare sugli omicidi e scovare il colpevole. Incarica in segreto Mathias, un agostiniano di origini tedesche confinato a Padova per le sue idee troppo innovative e poco ortodosse.

Giunto in città, il monaco si lega a Lorenzo Scarpa, nipote di uno degli stampatori straziati dal demone. Insieme avviano le indagini e sembra che morti e mandanti ruotino attorno alla nascente industria della stampa. Tutti cercano un libro pericoloso, che conferirebbe un inimmaginabile potere a chi riuscirà a impossessarsene. L’intrigo è complesso e i contrasti tra i nobili dominano lo scenario: congiure, sette segrete, fazioni papiste o anti Borgia s’intrecciano nel tessuto politico della città.

Nell’atmosfera lugubre e minacciosa di una Venezia gelida e ricoperta da una coltre di neve, il destino della Serenissima è in mano a chi rintraccerà quelle pagine.


Titolo: Il leone e la rosa.
Autore: Riccardo Bruni.
Genere: Romanzo storico; Giallo.
Editore: Amazon Publishing.
Prezzo: euro 4,99 (eBook); euro 9,71 (cartaceo).

Nuova edizione riveduta: questa edizione di Il Leone e la Rosa comprende revisioni editoriali.

Riccardo Bruni è uno dei miei scrittori preferiti; inoltre, adoro i romanzi storici e il racconto presentava un intreccio degno de “Il nome della rosa” del mai troppo compianto Umberto Eco. Le premesse per una piacevole lettura c’erano tutte. Purtroppo, però, la realtà si è rivelata un po’ differente.
Ora vi spiego perché.

Intanto, cominciamo con la trama. Siamo a Venezia nei primi anni del XVI secolo. La Serenissima è impegnata in una sanguinosa guerra contro i Turchi e Alessandro Borgia, che siede sul soglio pontificio, non vede l’ora di trarre vantaggio dalla situazione per mettere le sue mani adunche sulla città.
In questa atmosfera cupa, si inseriscono una serie di delitti che la popolazione, stremata, non tarda ad attribuire a un demone. Il doge chiama a indagare Magister Mathias, un agostiniano tedesco che è stato sospeso dall’insegnamento per aver esternato alcune idee che già preludono alle novantacinque tesi che un altro agostiniano, Martin Lutero, affiggerà sul portale della cattedrale di Wittemberg. Ed è proprio lì che fratello Mathias sogna di recarsi. Nel corso delle indagini, il monaco scopre che qualcuno ha portato in città, dove sono in azione alcuni dei primi e più importanti stampatori della penisola, un manoscritto che mette in dubbio l’autorità stessa della chiesa (non vi dico quale per non fare spoiler, ma il manoscritto esiste ed è proprio in quegli anni che si tenta di pubblicarlo), ed è contro coloro che tentano di stamparlo, che il demone si accanisce.
Chiaro che dietro tutto questo si celi un’enorme cospirazione tesa a sottomettere la Repubblica al dominio papale.
E allora? Perché il romanzo non ti è piaciuto?, mi chiederete. La trama pare interessante.
È vero, però:
1)    la trama si disperde in decine di rivoli ed è affiancata da altre storie che distraggono dal nucleo centrale;
2)   credo che l’autore usi il pdv del narratore onnisciente, di manzoniana memoria, abbandonato dalla maggior parte degli scrittori moderni. Solo così si può spiegare che, mentre siamo nel pdv di due ragazzi che si amano, all’improvviso l’autore ci dica che la madre superiora è lì e li sta spiando. Ma i due ragazzi non lo possono sapere, ed è attraverso i loro occhi che la storia ci viene raccontata;
3)   mi ha molto infastidito anche la molteplicità dei pdv. Ne ho contati cinque o sei nello stesso capitolo. Ad esempio, nel cap. 36, che non è neppure troppo lungo, la storia viene narrata attraverso i seguenti pdv: Lorenzo, Angelica, giovane Dolfin (mai incontrato prima), Morosini, Mathias. Personaggi e pdv che irrompono all’improvviso nella storia, senza che il lettore abbia ben chiaro chi siano e di chi siano, non aiutano alla comprensione di un giallo;
4)   il primo capitolo è stimolante, ma poi si va avanti per un buon 20% del romanzo spiegando e raccontando, invece di far parlare i personaggi;
5)   un vizio che continua anche durante la narrazione. A dirla tutta, non avevo bisogno di sapere chi aveva ucciso il marito di Angelica.
6)   l’assassino compare quando mi ero scordata della sua esistenza. Non è così che funziona o, almeno, non è così che dovrebbe essere. Ho ancora nella mente Jorge, il vecchio bibliotecario cieco de “Il nome della rosa”, di cui mai ci si dimentica durante la narrazione;
7)    le due storie d’amore mi sembrano più appiccicate al tutto per dovere verso i lettori che per essere funzionali alla narrazione. Soprattutto quella di Mathias e Angelica richiede spiegazioni e digressioni che non giovano allo sviluppo del racconto. Ne sarebbe bastata e avanzata una.

Insomma, ho cercato di spiegarvi in breve perché il romanzo non mi è piaciuto, anche se parte da un’ottima idea e fornisce una buona ricostruzione storica dell’epoca. I personaggi si muovono per schemi, la narrazione si perde dietro la molteplicità dei punti di vista e la soluzione del caso non soddisfa. Un’occasione persa, forse. O forse, questa è stata solo una prova, per uno scrittore bravo come Riccardo Bruni. Non credo che il romanzo storico faccia per lui. Lo aspetto al suo ritorno al presente, a narrare l’anima degli esseri umani di oggi, cosa che sa fare da maestro.
Tre stelline sulla fiducia.

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Macrina Mirti

La passione per i romanzi Horror le deriva dalla professione che svolge: è insegnante in una scuola secondaria di secondo grado.
Nei (rari) momenti liberi, scrive come se non ci fosse un domani.

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