Pensieri sparsi

Nom de plume, sì o no? Prima puntata

nom de plume ‹nõ d plüm›; all’ingl. ‹nomdëplü′m›. – Locuz. francese, ma coniata in ambito inglese, che significa propr. «nome di penna» e indica lo pseudonimo assunto da uno scrittore nella pubblicazione di una sua opera. È l’equivalente della locuz. ingl. pen name ‹pèn nèim›, ma non è certo a quale delle due debba essere data la priorità di introduzione nell’uso.

Piazzata alla grande la nota culturale, passiamo a sondare o nostro autori in merito allo pseudonimo che alcuni scrittori assumono. Favorevoli? Contrari? E che cosa ha spinto alla scelta di quel particolare nome de plume?

PITTI DUCHAMP
Allora: io uso uno pseudonimo anche se non lo sento come tale. È vecchio e mi sta comodo e una grande parte delle mie conoscenti/amiche mi chiama Pitti. Sono convinta che alcune non conoscano nemmeno il mio nome di battesimo.

Ero al primo workshop di burlesque, lo teneva in un posto molto lussuoso una grande performer internazionale, Scarlett Martini. Ero emozionata e imbarazzata perché, anche se eravamo tutte donne, improvvisare uno spogliarello divertente era cosa che allora metteva a disagio. Poi è diventato alquanto divertente, ma allora ero proprio alle prime calze sfilate!

Scarlett ruppe il ghiaccio inventando un nom de plume per ognuna a seconda delle caratteristiche della persona. Di me venne fuori il grande attaccamento a Firenze e alla Toscana e allora fui Pitti, come palazzo Pitti, e Duchamp come Piazza Del Campo a Siena (mica mi potevo chiamare torre pendente di Pisa no? ma poi si sa, meglio un morto in casa…).

Tutte le amiche che come me sono appassionate di burlesque e sono collezioniste vintage mi chiamano ormai Pitti.

(N.D.R. Prossimamente, un articolo di Pitti Duchamp sul Burlesque!)

OoO

MARCO CANELLA
Per quanto mi riguarda, ho scelto di non usarlo, pur avendo le giuste motivazioni per farlo. Un uomo che scrive romance ed erotico, si sa, è visto quantomeno con diffidenza… con uno pseudonimo femminile, chissà, forse avrei venduto di più. Ma io voglio metterci la faccia, è questo il punto.

Sto lavorando e sudando per migliorare ma anche per cercare di abbattere i pregiudizi; è per questo che, al di là dei discorsi di carattere commerciale, ritengo opportuno continuare a utilizzare il mio nome reale.
Non critico affatto, però, chi per diverse ragioni ha deciso di utilizzare uno pseudonimo; ogni scelta merita rispetto e ciascuno ha il diritto di comportarsi come meglio crede.

ROBERTA CIUFFI
Ho fatto del pubblicare con il mio nome un motivo d’orgoglio. Non vedevo perché dovermi nascondere, benché l’idea che persone di mia conoscenza e parenti e vecchie zie leggessero le scene di sesso un po’ mi imbarazzava. Talvolta la faccenda mi ha anche divertita, come nel caso della madre di un’amica che, dopo aver letto un mio romanzo, ha commentato con la figlia: ‘Le scrive bene le scene di sesso. Strano, no? Non è nemmeno sposata’.

Comunque, mi è sempre piaciuto vedere il mio nome sulle copertine dei libri. Purtroppo all’epoca ci si chiedeva di firmare dei contratti di esclusiva e io, da stupida ingenua, credevo che fosse una forma di apprezzamento e firmavo. Quando mi sono resa conto che questo comportava il non poter lavorare con nessun altra CE, per poi pubblicare al massimo un romanzo all’anno con la mia, sono ricorsa agli pseudonimi. E sentendomi anche in difetto, benché quella fosse evidentemente una clausola vessatoria, che non garantiva niente a mio favore. Gli pseudonimi che ho usato avevano quasi sempre un richiamo a qualcosa di personale. Angela Medi: Medi è il cognome di mia madre, il nome ha la stessa iniziale del suo, Adriana. Anna Farba era una mia trisnonna. Sarah Bean: era come la mia nipotina chiamava una compagna di scuola indiana, il cui nome era in realtà Surabee.
Continuo comunque a preferire il mio nome.

MACRINA MIRTI
Pseudonimo sì, per forza. All’inizio è stata una necessità. Ero una prof dall’aria truce con in classe ragazzi diciottenni. Vi immaginate che cosa sarebbe successo se avessero scoperto che scrivevo romanzi erotici? E poi, come avrei fatto a pubblicizzarmi? Il mio profilo di Facebook era frequentato esclusivamente da colleghi e studenti. Proprio non potevo.

Così, ho usato il nome con cui mi hanno sempre chiamato i miei genitori (Macrina è il diminutivo di Maria Cristina) e un cognome presente nel ramo materno della famiglia. Mi sembrava suonasse bene e, soprattutto, nessuno lo conosceva.

Sono andata avanti per un bel po’, poi, quando ho cominciato a scrivere noir, si è posto il problema. La mia casa editrice voleva un altro nome. A quel punto, ho deciso di usare quello con cui ero iscritta all’anagrafe. Una prof che scrive erotici non va bene, ma una che ammazza le persone, è perfetta. Degna di stima e di ammirazione. Non prendetemi in giro, ma è così.

Ho notato che lo pseudonimo funziona, l’altro, per nulla, anche se ormai dico chiaramente che sono la stessa persona.
Adesso non so come proseguirà la faccenda. Quando mi autopubblico, ho sempre problemi sul nome da usare. Insomma, un casino.

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Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da qualche anno, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

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