Maya lo sapeva: era bellissima. Lo dicevano tutti, anche se lei fingeva di non ascoltare. Ma il pelo… ah, il pelo! Quel manto sontuoso, morbido, regale, era diventato una foresta. Nodi qua, nodi là, nodi ovunque. Il passato le aveva lasciato addosso grovigli che nessuna lingua felina riusciva più a domare.

Così, una mattina, con la coda appena un po’ stizzita, si avvicinò a chi poteva capirla.
“Baguette, amica mia, tu che sei femmina elegante, come fai con il pelo?”
Baguette, orecchie dritte da regina della casa, si guardò addosso: pelo corto, pratico, perfetto. Si sollevò in una scrollatina soddisfatta.
“Cara, io mi sveglio già in ordine.”
Maya la fissò. Non era la risposta che sperava. Però Baguette le diede una leccatina consolatoria sul musetto, che valeva come un abbraccio.

Babette aveva sentito (il dialogo, ma soprattutto i nodi del pelo); così si mise al lavoro.
Telefono, squillo… segreteria.
— “Siamo in vacanza!”
Secondo numero.
— “Riapriremo dopo l’Epifania…”
Terzo numero.
— “Chiamate la prossima settimana!”

Porta dopo porta, tutte chiuse. Maya cominciò a sospettare che il mondo intero avesse deciso di ignorare la sua drammatica situazione tricologica. Stava quasi maturando l’idea di trasferirsi in Tibet e vivere come eremita pelosa sulle montagne, quando arrivò la notizia salvifica.
“Maya, tesoro” disse Babette. “Appuntamento preso. Con Chiara. Dopo l’Epifania.”
Una “valida toelettatrice”, dicevano. Maya inalò forte. Profumava di destino… e forse anche di balsamo.

Il giorno fatidico, Maya vide il trasportino.
E lì, signore e signori, cadde ogni dignità felina.
“Io non ci entro”.
“Io non ci voglio andare”.
“Questa è una trappola, una congiura, un colpo di stato!”
Ma una mano dolce, rassicurante, e una voce che conosceva ormai come casa, la convinsero. E così partì l’eroina, rinchiusa nella sua navicella spaziale di plastica.

Arrivo. Profumo di detergenti. Rumori misteriosi. Gente gentile, sì… ma armata di forbici e rasoio.
“Questa vuole il mio scalpo!” miagolò Maya in dignitoso panico, mentre la prima ciocca ribelle veniva affrontata.
Un tiro qui.
Un delicato impiccio là.
Ogni nodo un piccolo tradimento del passato che finalmente veniva sciolto.

Maya si guardò allo specchio.
“Oh, no! Sembro una siamese!”
Fece una giravolta. Poi un’altra. Perché certe cose bisogna controllarle per bene.
“Almeno, coda e zampe sono rimaste. Anche la testa va bene… E non sento più quel fastidio.”

Una carezza affettuosa accompagnò tre parole: “Il pelo ricrescerà.”

A casa, ad accoglierla c’era Mortimer, che si lasciò scappare un fischio da presa in giro… e subito se ne pentì, quando vide quegli occhioni tristi.
“Cioè, sì, ciao… Una nuova moda? Ehm… stai bene!” borbottò, vergognandosi come un cane (scusa Baguette).
Maya, con la coda alta come una bandiera di vittoria, decise che i maschi rossi e bianchi della casa erano dei vermi e come tali andavano ignorati.
Poi si accucciò. Dignitosa.
“Il pelo crescerà.”
E la casa, quella casa che l’aveva accolta, le sorrise in silenzio.