Pensieri sparsi

La prima notte, racconto di Fernanda Romani

Nilio e Vikandro, i protagonisti de I tre giorni di Atavanno, sono ormai, per me, due persone care e lo sono diventate ancora di più da quando ho deciso di scrivere della loro adolescenza. Nel mio prossimo libro, La maschera del Dio Senza Cuore, troverete due racconti. Quello che dà il titolo alla dilogia e un altro, intitolato Guerrieri, all’interno del quale conoscerete Nilio e Vikandro quando erano ragazzi, entrambi decisi a diventare guerrieri, ma ancora incerti sul sentimento che si sta affacciando tra di loro.
Ho deciso di pubblicare in gennaio, evitando il periodo natalizio: troppo affollato di nuove uscite, ma volevo anche fare un piccolo regalo a chi ama i miei due Aldair e sta aspettando di conoscere il loro passato.
Così è nato questo racconto, che rappresenta un tassello in più rispetto ai due contenuti nel libro e ha lo scopo di stuzzicare la curiosità di chi segue la vicenda. Infatti, troverete qualche elemento volutamente vago, che verrà chiarito nella trama di Guerrieri. Il più importante è il motivo che ha spinto il padre di Vikandro a bastonarlo. Chi ha già letto I tre giorni di Atavanno penserà di conoscerlo ma… si sbaglia. Una cosa ve la spiego subito io. In questa storia, seppure intitolata La prima notte, non troverete “la prima volta” di Nilio e Vikandro, che potrete godervi solo leggendo il libro. Questo titolo ha un altro significato, accennato nel dialogo tra i due ragazzi.
Ve l’ho detto che il mio scopo è stuzzicare la vostra curiosità, no? Dunque, buona lettura! E Buon Natale!

Vikandro seguì Nilio oltre l’ampio portone di palazzo Adarsi. Non si curò delle occhiate attente delle guardie di casa; faceva parte del loro lavoro saper valutare un ospite che si presentava armato. La spada appesa al fianco gli pesava e la cinghia, che la sosteneva attorno alla vita, era un continuo tormento. Cercava di muoversi piano, senza fare movimenti che svelassero il dolore feroce che gli pervadeva la schiena. Le bastonate rabbiose, con cui suo padre lo aveva punito il giorno prima, erano molto più di un ricordo ancora vivido nella sua mente.
Ma avrebbe passato la notte nel letto di Nilio, al sicuro. Non gli importava altro in quel momento. Aveva preso la propria decisione.
Fuori dalla porta avevano lasciato l’ultima luce del tramonto. Il cortile interno era illuminato da lampade a olio che un servo stava terminando di accendere.
Prima di salire le scale che portavano al piano superiore, Nilio si volse a guardarlo, come se volesse accertarsi della sua presenza.
Vikandro colse un bagliore in quegli occhi screziati di grigio e d’azzurro. Si illuminavano per lui, gli riscaldavano lo spirito e il sangue, davano sollievo a ogni sua sofferenza.
Era pronto ad affrontare qualunque avversità per seguire quella luce.
Affiancò Nilio mentre salivano, sapendo bene che nemmeno in quella casa le cose sarebbero state facili.
Dal cortile sottostante, dove aveva visto muoversi servi e sguatteri oltre le finestre della cucina, salivano allettanti profumi di cibo. La preparazione del desinare era in pieno fermento e lui aveva fame. I dolori alla schiena non erano riusciti a fargli passare l’appetito.
Si rese conto che Nilio aveva rallentato il passo, per consentirgli di muoversi più piano.
«Ce la faccio» disse, in un sussurro.
L’altro assentì, con un lieve cenno del capo.
Soltanto a lui Vikandro aveva raccontato della punizione inflittagli dal padre e dell’infame motivo che l’aveva spinto a farlo. Le parole indegne che il genitore gli aveva sputato addosso mentre lo picchiava gli risuonavano ancora in testa e costituivano un confine dal quale non si tornava indietro. Qualsiasi barlume di rispetto filiale era morto, sepolto dalla certezza che l’uomo a cui doveva la sua nascita non lo meritava.
Non appena udì le voci provenienti dalle stanze oltre l’anticamera, si fece strada in lui la consapevolezza che un’altra prova l’attendeva. Stava per affrontare altri genitori: quelli di Nilio.
Il tono delle voci si era fatto più guardingo, le parole sembrarono diradarsi come moscerini sorpresi da una folata di vento. Di certo, avevano sentito i loro passi.
Avevano capito che il figlio stava conducendo un ospite.
Quando lui e Nilio entrarono, la sala era ormai silenziosa.
Vikandro gettò appena uno sguardo agli arazzi che tappezzavano i muri, illuminati da diverse lampade poggiate su appositi trespoli.
Ciò che non risplendeva affatto erano i visi delle due persone che li osservavano. La donna dal volto ovale e i capelli scuri, acconciati in lunghi riccioli, era seduta vicino alla finestra; teneva sulle ginocchia un libro, dal quale spuntava una sottile striscia di stoffa. L’uomo dallo sguardo severo era colui che Vikandro aveva conosciuto due giorni prima: Alistro Adarsi, il padre di Nilio.
Quest’ultimo si fece avanti, ancora una volta deciso a far valere la propria scelta.
Salutato brevemente il genitore, si rivolse alla madre, facendo le presentazioni. Il suo nome era Sika, antico e onorato. Riecheggiava canti epici e gesta d’eroi.
«Madre, questo è Vikandro Mithal. L’ho invitato a passare la notte nella mia camera.»
«Sono onorato di conoscervi, Dama Sika.»
Mentre lui accennava un lieve inchino con il capo, il volto della donna venne attraversato da una tale ombra di sofferenza che Vikandro, per un istante, dimenticò le formalità e fu colto da un improvviso desiderio di indietreggiare, andarsene e lasciare in pace quella famiglia. Nessuno meglio di lui sapeva cosa significasse avere una madre sofferente, nel corpo e nello spirito, e gli ripugnava l’idea di essere la causa del dolore di quella donna.
Ma l’ombra passò, le rughe sulla fronte della dama divennero meno profonde e un sospiro trattenuto parve concludere quel momento difficile.
Si alzò, con il movimento fluido ed elegante di una regina.
«È un piacere ricevervi nella mia casa, Vikandro Mithal.»
Il tono era formale, le parole ineccepibili, ma nella voce c’era una nota di tristezza che gli avvolse il cuore in un brivido senza speranza.
Era la reputazione di suo padre a provocare quell’effetto?
Perché, prima di quel momento, non si era mai reso conto che Nassiolo Mithal lo aveva circondato di odio e desolazione?
Fu la voce di Alistro a riscuoterlo da quelle cupe riflessioni.
«Messer Mithal, vostro padre sa che dormirete in questa casa?»
Nell’udire quella domanda fu Nilio il primo a rispondere.
«Padre, non è giusto! Vikandro ha diciassette anni, è un adulto, non potete pretendere che informi la sua famiglia su dove trascorre la notte.»
La subitanea ira di Adarsi si rivelò con uno sguardo dove parevano brillare fiamme.
«È un mio diritto conoscere tutte le informazioni utili per proteggere la mia famiglia.»
Il suo tono duro era rivolto al figlio, ma gli fu sufficiente fare un passo avanti e Vikandro se lo ritrovò di fronte.
«Messer Mithal, pretendo di essere informato se dovrò affrontare un nobile furibondo per aver scoperto che suo figlio è ospite del mio.»
Ha ragione lui. Nessuno può permettersi di sottovalutare un tale nemico. 
«Vi prego di perdonare Nilio per la sua irruenza, messer Adarsi.» Lanciò un’occhiata di rimprovero al giovane, che reagì con un’espressione mortificata. «A quanto pare non riesce proprio a smettere di proteggermi.»
Il suo nome, la sua famiglia, non gli erano mai pesati tanto come negli ultimi giorni, ma non abbassò gli occhi mentre rispondeva ai dubbi del padrone di casa.
«Ho mandato a dire a mio padre che avrei passato la notte con un danzatore.»
Il volto magro, che sovrastava il suo, parve diventare di pietra.
«E, secondo voi, è probabile che ci abbia creduto?»
Un’ottima domanda. Gli bastò un istante per riflettere sulla risposta.
«Per questa volta forse sì, ma se continuerò a venire qui, prima o poi lo scoprirà.
L’uomo lo fissò. L’ostilità nei suoi occhi si era attenuata, ora sul volto c’era solo un’orgogliosa fermezza.
«Vi ringrazio per la vostra sincerità. Dirò alle mie guardie di raddoppiare la sorveglianza.»
Mentre lo guardava incamminarsi verso l’anticamera, diretto al piano inferiore, Vikandro percepì quanto gli stesse a cuore quella famiglia di estranei.
Come posso fare di loro dei bersagli per l’ira di mio padre?
Le parole arrivarono improvvise.
«Messer Adarsi.»
Vide gli occhi di Nilio farsi inquieti mentre il padre si voltava. «Se lo ritenete opportuno posso andarmene.»
«No!»
Nulla da fare. Il suo impetuoso amante non riusciva proprio a smettere di essere il suo baluardo.
Tentò di fulminarlo con un’occhiata stizzosa.
«Fammi capire, Nilio. Hai intenzione di parlare per me ogni volta che tuo padre mi rivolge la parola?»
Il quindicenne parve voler dire qualcosa, ma riuscì a trattenersi; il viso avvilito si irrigidì, in preda a una fanciullesca collera che avrebbe intenerito Vikandro, se non fosse stato impegnato a difendere la propria indipendenza.
Quando fu sicuro che non ci sarebbero più state interferenze, avanzò di qualche passo verso Alistro Adarsi.
«Se ritenete che la mia presenza metta in pericolo la vostra casa…»
Il mercante scambiò un’intensa occhiata con il figlio prima di rispondergli.
«Sì, messer Mithal, penso che sia così.» Vikandro percepì il respiro di Nilio che si interrompeva. «Ma mio figlio ha fatto la sua scelta e io non caccerò dalla mia casa un suo ospite.»
Detto questo, non si attardò a ricevere ringraziamenti. Uscì, senza aggiungere altro. Ma quello che si impresse a fuoco nel cuore di Vikandro fu lo sguardo con cui Nilio seguì i passi di suo padre. Lui non aveva mai guardato Nassiolo Mithal in quel modo. Né mai lo avrebbe fatto.
* * *
Nilio aprì la porta della camera ed entrò per primo. Attese che Vikandro lo seguisse e lo osservò con una stretta al petto. Il suo amante si sforzava ancora di camminare con dignità, dissimulando il dolore alla schiena, come aveva fatto per tutta la durata del desinare. Non aveva voluto che altri sapessero, anche se avrebbe potuto mentire sul motivo ignobile che aveva spinto suo padre a infliggergli quella punizione. Nilio era certo che i suoi genitori avevano notato la postura rigida e i gesti misurati del giovane Mithal, ma si erano trattenuti dal fare domande, e i suoi tre fratelli erano troppo occupati a farsi raccontare gli eventi della giornata per accorgersi del tormento del loro ospite.
Lo precedette, avvicinandosi al letto e scostando le coperte, poi spinse una panca accanto al talamo.
«Puoi appoggiare qui gli abiti e la spada.»
«Grazie.»
Colse una tale stanchezza in quella voce da provocargli un groppo in gola.
«Posso…aiutarti in qualche modo?»
Lo sguardo che Vikandro gli rivolse era ancora pieno di orgoglio, ma il debole sorriso apparso sul volto sfinito emanava gratitudine, sincera e priva di vergogna.
«Ce la faccio.»
Si slacciò la cinghia con la spada e la depose sulla panca, quindi si dedicò agli indumenti. Ogni suo movimento era fatto di cautela, gesti lenti, sospiri trattenuti, occhi velati dalla sofferenza.
Nilio, incapace di assistere a quel supplizio, si diresse verso lo stipo appoggiato alla parete, in prossimità della finestra. L’aprì e prese la piccola anfora dal tappo di sughero riposta tra fasce di tela e lacci di cotone. Si girò per mostrarla a Vikandro.
«Vuoi che… »
La voce gli morì in gola.
Il giovane era a torso nudo, immobile, appoggiato con le gambe a un lato del letto. Sul suo volto era dipinta una richiesta d’aiuto che non trovava parole per esprimersi.
«Cosa c’è? Che ti succede?»
L’altro parve finalmente riuscire a parlare.
«Credo…di aver bisogno d’aiuto. Per gli stivali.»
Ma certo! Non riesce a chinarsi!
Nilio si affrettò a posare l’anfora sul comodino.
«Siediti sul letto. Faccio io.»
Il ragazzo appoggiò una mano sul giaciglio, ma quel sostegno non gli servì a rallentare il movimento. Cadde seduto di colpo, con gli occhi chiusi e un sospiro che parve non finire mai. Lasciò che lui gli togliesse gli stivali, poi sciolse i lacci delle brache e sembrò riflettere sulla necessità di doversi alzare di nuovo per sbarazzarsene.
«Resta lì. Ci penso io.»
Nilio si accosciò sui talloni e afferrò le estremità dell’indumento.
«Riesci ad alzarti appena? Basta poco.»
Il suo amante rise, con una smorfia amara.
«Mi fai sentire come se avessi settant’anni.» Ma si appoggiò su entrambe le mani e fece forza per staccarsi dal letto.
Lui ne approfittò per sfilare le brache che poi abbandonò sulla panca. I suoi occhi furono subito attratti dalla magnifica visione che si trovò di fronte. Vikandro era nudo. Ogni muscolo del suo corpo era un trionfo di forza e vitalità, e la peluria scura distribuita nei punti giusti faceva di lui un perfetto maschio Aldair. Nilio percepì gli effluvi sessuali sgorgare dalla propria pelle, senza che potesse far nulla per impedirlo. Un bagliore scaturì dagli occhi screziati d’argento, una luce maliziosa.
«Se continui a guardarmi così e a inondarmi del tuo odore virile, il mio corpo dimenticherà che ho la schiena a pezzi.» Una nota di tristezza gli incrinò la voce. «E, purtroppo, non sono in grado di onorare il tuo letto come vorrei.»
«Non ha importanza. Sei qui, questo è ciò che conta.» Poi si rammentò delle buone maniere. «E scusami per l’odore. Non riesco a trattenermi.»
Un altro lampo argentato, un’altra occhiata che pareva volesse penetrargli nell’anima e avvolgerlo per sempre.
«Il tuo profumo di maschio è migliore di quello del buon cibo. Non vorrei mai farne a meno.»
Nel sentire il calore che gli fluiva dal petto e dalle viscere al suono di quelle parole, Nilio capì di essere inerme di fronte al sentimento che provava per Vikandro.
«Se continui a parlare così non migliorerai la situazione.»
Un’altra risata simile a una smorfia.
«Per gli dei! Non mi ero mai accorto che fossi anche spiritoso.»
Questa volta anche lui si concesse un sorriso.
«Bene, così potrò passare la notte a raccontarti storielle buffe.» Poi gli si avvicinò per aiutarlo. «Adesso distenditi. Ho qui il linimento che mia madre usa quando torno dall’addestramento un po’ troppo ammaccato. Te lo spalmo sulla schiena, dovrebbe darti sollievo.»
Il giovane si mise prono, togliendo il cuscino destinato alla testa, e lui gli coprì le gambe fino alle natiche, lasciando scoperta la schiena. La vista dei segni scuri che la ricoprivano cancellò ogni traccia di desiderio dal suo animo, lasciandovi una collera piena di livore verso il responsabile di quello scempio.
Prese l’anfora dal comodino e, tolto il tappo, si unse le mani in abbondanza. Le appoggiò sul corpo in attesa, con riverenza, nel timore di non essere all’altezza, poi cominciò a muoverle appena. Il linimento profumava d’erbe e Vikandro non fiatava.
«Dimmelo se ti faccio male.»
«No, va tutto bene. Non preoccuparti.»
Rassicurato, continuò la sua opera spalmando la sostanza oleosa sulla pelle martoriata dai colpi di bastone. Coprì ogni ombra, accarezzandola con mani più abituate a usare la spada che a esercitare gesti delicati, ma in quel momento l’esigenza di essere utile, senza peggiorare la sofferenza di Vikandro, fece nascere in lui una nuova abilità. Le sue dita sfioravano con amore i punti più dolorosi, massaggiavano i muscoli provati, percorrevano con rispetto la carne offesa dalle percosse. Più andava avanti più scopriva, dentro di sé, una sorta di adorazione per quel corpo. Avrebbe voluto non smettere mai di toccarlo, ammirarlo, assaporarne il vigore e i morbidi avvallamenti.
La voce di Vikandro lo risvegliò da quel sogno.
«Basta così, Nilio. Basta, ti prego.»
Tolse le mani di colpo.
«Ti ho fatto male?»
Gli occhi luminosi, che lo fissavano dal volto appoggiato sul giaciglio, parvero divertiti.
«Tutt’altro. Ma continui a ricordarmi che non sono in grado di comportarmi come vorrei.»
«Scusa.»
«Non scusarti, vieni a letto.»
Lui si affrettò a pulirsi le mani con uno dei pezzi di tela trovati nel mobile, dove ripose il medicamento. Fece il giro del letto e, avvicinato uno sgabello, vi poggiò il fodero con la spada.
«Anche in casa tieni l’arma accanto a te mentre dormi. Un vero guerriero.»
Nilio si volse a squadrare l’amante, pronto a ribattere se avesse colto una qualsiasi traccia di ironia. Ma lo sguardo di Vikandro era serio. Aveva girato il viso verso di lui e lo osservava come un uomo scruta un altro uomo. Il rispetto virile di chi ha trovato un proprio pari.
Si spogliò con gesti veloci, consapevole di quegli occhi che sapeva capaci di esaltarsi per lui. Abbandonati gli abiti sul pavimento, spense il lume sul comodino e si infilò sotto le coperte, senza avvicinarsi all’altro.
Ma la voce nota, e già cara al suo orecchio, sussurrò nell’oscurità.
«Vieni qui.»
«Ma hai detto…»
«Non ho detto che ti voglio lontano da me.»
Mentre scivolava verso il giovane, un braccio virile si allungò e lo strinse, trattenendolo contro il fianco caldo.
«Mi dispiace che la mia prima notte nella tua casa debba andare così.»
«Non ha importanza. Ci saranno altre notti. Nessuno potrà impedircelo.»
Nilio udì uno sbuffo leggero, che poteva anche essere l’ennesima risata trattenuta.
«Lasciami riposare qualche ora. Forse, più tardi, potrei essere in grado di mostrarti quanto mi piaccia stare nel tuo letto.»
Lui si accomodò meglio vicino al corpo inquieto.
«Non devi dimostrarmi nulla. Ma se proprio ti sveglierai nel cuore della notte posso sempre raccontarti una storiella buffa.»
Le loro labbra si cercarono, unite dal desiderio e dall’allegria.
Nilio si addormentò cullato dal respiro di Vikandro.
* * *
Fu l’odore a svegliare Nilio. Un forte odore di maschio Aldair in preda alla passione, labbra roventi che gli percorrevano il collo come se fossero ansiose di divorarlo, e mani possessive capaci di scatenare tempeste sulla sua pelle.
«Sei sveglio.»
«Sei perspicace, piccolo Adarsi.»
«Vuoi che ti racconti una storiella buffa?»
«Guai a te se ci provi.»
E le labbra di Vikandro furono sulle sue.

Post precedente

Ah, gli audiolibri!, di Colette Kebell

Post successivo

Intervista: Laura Costantini

Fernanda Romani

Fernanda Romani

Fernanda Romani è autrice della Saga Fantasy "Endora".
Socia di EWWA, collabora come "recensora" con il nostro Blog.

2 Commenti

  1. Teresa Siciliano
    20 Dicembre 2018 at 7:26 — Rispondi

    Una coppia che resta nel cuore.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *