Il rituale atmosferico che preannuncia una nevicata “buona”, si svolge da sempre con le stesse morbide movenze.
Il cielo inizia a velarsi, una velatura alta che lascia inizialmente intravedere il sereno che la sovrasta, ma che piano piano si inspessisce, prende forza e consistenza, si appesantisce e cala lentamente sempre più in basso.
Le prime a scomparire sono le cime più alte che, avvolte dal grigio velo delle nuvole, sembrano sbiadire e perdere i loro contorni fino a diventare indistinguibili, un tutt’uno con il cielo.

Spinta da una brezza leggera, la coltre di nuvole si sparpaglia lungo le pendici delle montagne, insinuandosi tra alberi, rocce e canaloni, compattandosi in ogni dove e diventando densa come il latte.
Poi tutto si ferma, ogni minimo alito di vento cessa, per qualche istante pare quasi che l’atmosfera rimanga sospesa, si aspetta…
Con il naso pigiato contro il vetro di una finestra, l’attesa diventa insopportabile, ogni cosa lascia presagire che ormai sia arrivata la resa dei conti.
Gli occhi sono rivolti all’insù alla ricerca del primo fiocco, quello che romperà gli indugi e darà inizio a tutto.
Finalmente il rituale si conclude, come alla fine di una gestazione interminabile, da ultimo il cielo partorisce.
Cade piano.

La nevicata è rada e stentata, si incrociano le dita sperando che non sia una falsa partenza, ma poi, tra la gioia di tutti, l’intensità aumenta.
I fiocchi prendono coraggio, inizialmente scendono incerti e svolazzanti, trasportati nella loro discesa da quel debolissimo soffio residuo di vento che ancora è presente nell’aria.
Ma poi aumentano di numero e di dimensione, fino a diventare così fitti da confondere lo sguardo; vengono giù dritti e sicuri, non hanno più la benché minima esitazione, non è più possibile seguirne il tragitto e, guardando in alto, sembra quasi di essere trascinati su verso di loro, non si comprende più se sia la neve a scendere o noi a salire.

La neve non cade in un modo soltanto…
La nevicata di tormenta non è la neve buona, non è la neve che dà gioia.
Arriva sbuffando, trasportata da venti gelidi che tagliano la faccia, penetra nel naso e nella bocca, fa chiudere gli occhi e si ammassa disordinatamente creando cumuli sparsi, modellati come dune del deserto.
È brutta da guardare.

Tutto intorno crea confusione e disordine; i fiocchi si avvitano su se stessi, turbinano e si schiantano contro muri e finestre, insinuandosi anche negli anfratti più riparati, proiettati addirittura verso l’alto in una danza che va contro la legge di gravità.
È fredda e leggera, troppo farinosa e inconsistente, si posa ma non ha pace, dopo un attimo viene spazzata via da una folata e schizza chissà dove.

La maggior parte dei fiocchi viene distrutta, disintegrata dal vento che la trasporta e la schiaffeggia con violenza.
Finita la buriana, il territorio è chiazzato come la pelliccia di un leopardo, accumuli enormi fanno da contraltare ad ampie zone completamente ripulite, in cui viene portato alla luce il terreno.

Di Eward C. Bröwa vi presentiamo LE CINQUE STAGIONI DELLA MONTAGNA, che potete trovare QUI.

Primavera, estate, autunno, inverno: momenti su una linea circolare senza fine, che scandiscono l’anno, e non solo. Sulle montagne, le stagioni hanno bellezza e fascino unici, ma possono racchiudere in sé anche un’altra storia, una storia antica di milioni d’anni, che parte da ere remote, attraversando il tempo della terra, quello della natura e quello degli umani.
Ha modo di accorgersene Pietro, abitante della città che ogni tanto ama camminare in montagna, il quale, durante un’escursione che minaccia di finire male, fa un incontro capace di fargli scoprire, a poco a poco, un universo nuovo e differente, un altro modo di guardare la realtà e, forse, di trovare un’«anima» dove mai avrebbe immaginato che se ne potesse celare una.

Per leggere l’anteprima di Le cinque stagioni della montagna: QUI.