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Recensioni: Il bambino che non poteva amare, di Federica d’Ascani

Quando Teresa partorisce e sente per la prima volta il pianto di suo figlio pensa che non possa esserci gioia più grande di quella che sta vivendo: Libero, suo marito, è in una stanza a pochi passi e Paolo, il suo piccolo appena nato, a un soffio.
Ma il tempo passa e nessuno, in sala, la degna di uno sguardo. C’è qualcosa che non va. E poi la sentenza: suo figlio è morto, suo figlio è deforme, suo figlio non merita neanche di essere visto.
La vita di Teresa diventa il fulcro dell’Inferno in una manciata di secondi, e tutta l’allegria provata fino a quel momento scema per lasciare posto a un vuoto incolmabile.
Ma Teresa non sa la verità: Paolo è vivo, Paolo è in buona salute, Paolo ha la sindrome di Down ed è stato appena mandato in manicomio.
C’è stato un tempo in cui nascere diversi era un modo come un altro per non esistere, un tempo in cui bambini e adulti, se pazzi o anormali, venivano semplicemente dimenticati.
E se per Paolo le cose andassero in maniera diversa?

Titolo: Il bambino che non poteva amare
Autrice: Federica d’Ascani
Genere: narrativa
Editore: Triskell edizioni collana
Prezzo: euro 4,99 (eBook); euro 11,90 (copertina flessibile)

Ho pensato a lungo a come definire “Il bambino che non poteva amare” di Federica d’Ascani e direi che è una favola moderna. Moderna perché ambientata in un tempo molto vicino a noi, l’immediato dopoguerra, che ancora porta lasciti (e ferite) nel nostro presente. Favola perché, se è vero che ci sono tanti personaggi che non possono amare, allo stesso tempo la storia che l’autrice racconta è una storia di persone che di amore e compassione ne sanno ancora provare. E che lottano, ognuno a suo modo, perché il Bene trionfi.
Con questo libro d’Ascani si prefigge un compito che non si limita soltanto al narrare una bella storia, ma vuole portare al centro della discussione un tema importantissimo, di cui non si parla abbastanza, ma soprattutto di cui si parla attraverso stereotipi: la disabilità. La narrazione è condotta con grazia e delicatezza, che non vuol dire edulcorare l’orrore, ma saperlo raccontare senza compiacimento. Per tutto il romanzo si respira un grande passione, mossa da un personale che si fa civico: l’autrice ci mostra quale fosse la concezione più diffusa della disabilità (intesa come disabilità fisica quanto psichica) a livello sia della comunità scientifica che della società civile e a quanta sofferenza e a quante morti abbia portato e lo fa con piglio da vera guerriera.
Perché oltre la trama, oltre la speranza di salvezza riposta nelle persone che hanno ancora una coscienza critica (e che, mutatis mutandis, sembra essere un ritornello dei nostri tempi), il romanzo vuole essere un pugno alla nostra memoria collettiva e alla nostra coscienza, ricordandoci quali atrocità furono commesse prima della legge Basaglia contro tutte le persone colpevoli solo di essere diverse da quella che era (ed è, nella mente di troppi) considerata l’unica normalità e quanta strada ancora ci sia da compiere perché la disabilità sia soltanto una delle tante caratteristiche che possono rendere unico un individuo.

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Beatrice da Vela

1 Commento

  1. Federica D'Ascani
    11 Luglio 2019 at 9:21 — Rispondi

    È valso la pena aspettare di leggere questa recensione. Sono così orgogliosa di aver ricevuto queste parole da una persona come Beatrice… mi ha resa fiera. E lo sono davvero, per essere riuscita a trasmettere a lei ciò che avevo desiderio fossero i punti cardini di questo romanzo. Grazie, grazie!

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