Il Festival del Romance Italiano. Me ne parlavano tutte con un entusiasmo contagioso e io, tra me e me, pensavo: “Vabbè, ma io cosa posso portare di mio in una kermesse all’insegna di cuori, di finali stagliati contro il tramonto, di arcobaleni e di unicorni? Sono un’autrice da #maiunagioia, più o meno.” Poi ho cominciato a confrontarmi con amiche e amici nei pochi, ma selezionati, gruppi che frequento su FB e mi sono ritrovata a declamare il leggendario si.può.fare! Quindi, grazie all’organizzazione del Collettivo Scrittori Uniti, sabato 15 marzo, mentre l’Italia centrale era attraversata da alluvioni e a Roma si preparava una mega-manifestazione a favore di un’Europa di pace, mi sono svegliata all’alba, ho infilato un pigiama nello zaino e tutti i libri e i gadget relativi alle mie storie rock in un trolley, e sono partita.

A Milano, manco a dirlo, pioveva. Sui social impazzavano video e foto delle file chilometriche per entrare al Super Studio Maxi da 7000 mq. Io sono arrivata in stazione alle 11, poi ho dovuto andare a prendere le chiavi del b&b (bed and breakfast, ma della colazione nessuna traccia a fronte di una discreta sommetta per una notte, senza contare la tassa di soggiorno da euro 6,30 al giorno che, dai Milano, ti si vuol bene, ma anche meno), quindi scovare la metro M2 (verde) e rendermi conto che c’erano chilometriche file per acquistare il biglietto. Ma possibile? Individuo un addetto e chiedo: “Si può pagare con la carta di credito?” Certo. “Ma allora perché tutti a fare la fila?” Magari non lo sanno. Soprassiedo sull’opportunità di mettere un cartello apposito e pago strisciando la carta. Da Milano Centrale a Famagosta, dieci fermate.

AUTRICI E AUTORI RAINBOW

Quando arrivo… piove. Fodero il trolley con una busta impermeabile e mi avvio seguendo le indicazioni per il Super Studio Maxi. Arrivo in cinque minuti (le file del mattino si erano esaurite), ritiro il mio passi Autore (sgrunt! visto che il 99% degli autori erano autrici, magari un femminile sovraesteso non sarebbe stato inopportuno) e scopro che una folla è intenta ad azzannare panini, stipata sotto una pensilina perché non si può mangiare all’interno (poi scopro che all’interno mangiavano eccome). Dribblo le intente al nutrimento del corpo, cercando di non sdraiare nessuna con il trolley, e… accedo.

5000 PERSONE

L’ambiente è bianco, enorme, rimbombante. Soffitto altissimo, sorretto da pilastri di metallo. Casino. Tanto casino. Sono stati emessi, mi dicono, 5000 biglietti, sold out in una giornata (nonostante un costo notevole). Sulla mappa si parlava di corsie, ma non si distinguono, e di numeri degli stand, ma non si distinguono neanche quelli. Per chi è abituata, come me, a Più Libri Più Liberi e al Salone di Torino, la mancanza di cartelli con i nomi delle case editrici o delle autrici o dei collettivi è abbastanza straniante.

ROMANTASY COME PIOVESSE

Mi aggiro cercando punti di riferimento. Scorgo i palloncini a cuore arcobaleno del tavolo Rainbow (ciao Lux Lab, Uno Collettivo and so on) e ne faccio il faro per trovare il tavolo del CSU. Baci, abbracci, i soliti accatastamenti da fiera di cappotti, zaini, trolly, bottigliette d’acqua. Poi, in attesa del mio turno per mostrare alle assaltatrici del FRI le mie due storie rock con segnalibri e adesivi strepitosi… comincio a guardarmi intorno per salutare chi conosco (ma ho beccato la metà della metà delle persone che c’erano) e per osservare il miracolo.

LE STORIE ROCK DI LAURA COSTANTINI

Sì, il miracolo. Dai dodici anni ai settanta abbondanti, le lettrici erano lì con lo scopo preciso di rifornirsi di parole, pagine, storie, passioni, illustrazioni, gadget dedicati all’amore in tutte, ma tutte tutte, le possibili declinazioni: M/F, M/M, F/F, coppie, threesome, harem reverse (sì, una donna che ama più uomini, era ora!), poliamori, omegaverse, mutaforma, romantasy con cover e “labbratura” (si chiama così la decorazione del taglio delle pagine, oggi molto di moda) spettacolari. Folla e file ordinate e composte per ottenere autografi dalle star del romance presenti (confesso che non ne conoscevo neanche una, sorry). Lettrici armate di appositi carrelli per stipare acquisti, donne dai capelli colorati, dalle coroncine scintillanti, dai cerchietti arcobaleno, dalle alucce da fatina, pronte a brandire carte di credito esauste pur di accaparrarsi le letture dei prossimi mesi. Ho sentito una ragazza passare di stand in stand chiedendo: “Avete un second-chance? Vi prego, mi manca solo quello!” Perché sì, le lettrici romance possono scegliere i libri anche in base ai trope: enemy to lovers, grumy&shine, age-gap, find family, fake date, second chance, dom&sub e chi ne ha più, ne metta.

ACQUISTI COMPULSIVI

Chi dice che in Italia non si legge, dovrebbe frequentare occasioni come queste. Chi dice che il self-publishing è un fenomeno che non ha rilevanza statistica, dovrebbe farsi un giro tra stand di autrici che hanno investito su sé stesse e che possono tranquillamente stare al pari con le case editrici per qualità, cura grafica e apprezzamento del pubblico. Chi dice che il romance è una lettura di serie B, dovrebbe almeno sfogliarli, questi libri. Perché ho avuto la conferma di quanto mi era stato detto per incoraggiarmi a portare al FRI le mie storie rock: il romance è un enorme ombrello che abbraccia e comprende molti, se non tutti, gli altri generi. Ci sono romance giocati sul thriller; ci sono indagini da giallo classico con una pennellata di rosa; ci sono mondi fantasy dove, tra un duello e un drago, ci si ama con passione; ci sono mondi alieni da esplorare, conquistare, liberare cercando di contenere dentro la tuta pressurizzata le palpitazioni di un cuore innamorato. E ci sono storie (come le mie a suon di rock) che parlano di noi, di oggi, del periodo terribile che stiamo affrontando, del depauperamento dei diritti che sembravano acquisiti, dell’hate speech sui social, della rinascita di un pensiero ottuso che pensavamo di aver cancellato una volta per tutte.

LAURA COSTANTINI CON LAURA WORD (A SINISTRA)

Quindi sì, magari saremo in poche e in pochi a leggere a livello statistico (e sarebbe da vedere su quali parametri si basano le statistiche che ci vengono ammannite con cadenza regolare), ma al FRI eravamo tantissime. Quindi sì, magari alcuni dei libri proposti hanno poco a che vedere con la letteratura, ma succede lo stesso al Salone del Libro. Quindi sì, eravamo quasi tutte donne in cerca di sogni, ma non ci vedo niente di male. Non sono riuscita a fare sold-out dei miei libri, ma ho scoperto che tante lettrici passavano e riconoscevano le inconfondibili cover di Dany&Dany e venivano a dirmi che avevano letto e apprezzato in e-book. Altre hanno preso segnalibri e adesivi (sempre di Dany&Dany) come promemoria. Il costo in termini economici e di fatica fisica per esperienze come questa è alto, inutile negarlo. Ma si tratta di una vetrina importante ed è valsa la pena esserci. Io (tenuta fisica permettendo) mi prenoto per il FRI 2026.

E allora vediamole queste storie rock!

Ha vinto un talent show. E non glielo perdonano. È bello come un angelo. E non glielo perdonano. Ha rinunciato al titolo nobiliare che gli apparteneva per dedicarsi alla musica e farne lo strumento per combattere l’ipocrisia degli omofobi e dei benpensanti. Li ha sfidati e adesso è in pericolo. Che ne sarà di KL?

Una canzone, “Give me wings to fly”, ultimo successo dei KL and the Victorians, band glam-rock. La candidatura ai Grammy. Un video dove il frontman, androgino e bellissimo, indossa grandi ali nere e poco altro. Ed è scandalo. Gli haters si scatenano contro il pessimo esempio di un uomo bello come una donna che “travia” gli adolescenti convincendoli a truccarsi, a mettere lo smalto, a sperimentare la propria sessualità, quale che sia. E arrivano le minacce di morte. Una strategia di marketing? Fake creati ad arte? Ma l’odio si rivela reale e KL si trova nel mirino di chi vuole punirlo nel modo più definitivo. Al suo fianco il chitarrista Stan Van Hold, imponente e affascinante come un re degli Elfi, e il fotografo Robert Stuart Moncliff, l’amore mai dichiarato e vissuto.
Una storia ispirata ai personaggi della serie “Diario vittoriano” (goWare), al vampiro Raistan Van Hoeck creato da Lucia Guglielminetti e ai commenti carichi di odio e omofobia che sono stati scagliati contro la band dei Måneskin per il loro look fluid-gender e per essere stati scoperti con un talent show.
Disclaimer: m/m threesome, linguaggio esplicito, erotismo, ferimenti.

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«I don’t care if I die è un grido di libertà e di rivolta. Tutti quelli che hanno deciso di lottare per un’idea, per difendere un diritto, per opporsi all’ipocrisia della gente che conta, l’hanno pronunciata almeno una volta. E hanno creduto a quelle parole, anche se amavano la vita più di qualsiasi altra cosa. Perché se riesci a fregartene del rischio che corri, sei più forte di chiunque altro.»

Sono trascorsi due anni dagli attentati che hanno messo a rischio la vita di KL e di Robert Stuart Moncliff. Due anni di successi per la band, di premi, riconoscimenti, ma anche di odio via social e di attacchi frontali da chi non accetta che dei musicisti vogliano usare canzonette per dar voce alla comunità queer. La vita di tutti coloro che ruotano intorno a KL and the Victorians si fa sempre più complicata mentre chi si ritiene discriminato dalla lotta per i diritti delle persone LGBTQ+ alza il tiro in difesa della “normalità”.
Warning: Poliamore, omofobia, linguaggio esplicito, termini offensivi.

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