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Recensione: “La regola dell’eccesso”, di Renato Tormenta e Susanna De Ciechi

Il lavoro, i soldi, i viaggi, il sesso, la coca.
Queste erano le cose che contavano.
Non necessariamente in quest’ordine.
A quindici anni Renato contrabbanda sigarette sul mare di Napoli, a diciotto percorre l’Atlantico sulle navi cargo, a venticinque precipita con un ultraleggero in un’afosa domenica di luglio. Sopravvive, ma l’anima è incrinata. Fa una montagna di quattrini e si cura con cocaina, eroina e rhum. Quando le medicine non funzionano, scappa.

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Quando scaricai La regola dell’eccesso sapevo già (complice la sinossi) che avrei avuto a che fare con il racconto di una vita difficile e dei lati più oscuri dell’animo umano, quelli che sfuggono al controllo. Quello che non potevo sapere era che non sarei riuscito a smettere di leggerlo finché non l’avessi finito.

Sarà stato perché conosco purtroppo molto bene certe tematiche, o perché la storia (una storia vera) era affascinante e sorprendente; sta di fatto che mi è rimasto impresso il nome di Renato Tormenta, pseudonimo del vero protagonista di tutte le avventure narrate, e della sua incredibile vicenda.

Susanna De Ciechi, colei che ha raccolto e scritto la storia di Renato, parte dalla sua lontana infanzia, in una Napoli in cui un bambino di undici anni era già troppo sveglio per non sporgersi subito pericolosamente verso le esperienze che la strada, da sempre, ti mette sotto il naso in modo falsamente invitante. Da lì, dalla scelta del padre di imbarcarlo sulle navi cargo per tenerlo lontano da una prematura perdizione, inizia l’odissea di ‘o principino. Viaggi, amori uno dietro l’altro, occasioni perse e occasioni colte in maniera magistrale, denaro a fiumi: una vita di eccessi per un giovane troppo intelligente perché un traguardo gli possa mai bastare così com’è, qualsiasi esso sia. Da lì, le rovinose cadute in più di una dipendenza, eroina prima, alcol poi, che hanno scavato solchi profondi nella vita sua e di chi gli stava vicino.

Scritto in maniera semplice ma non banale, più che scorrevole, appassiona fin dalle prime righe. Bisogna dar merito all’autrice, soprattutto, di essere entrata talmente in simbiosi con i ricordi di Renato, che riesce a cogliere e a raccontare la sua anima rendendo automatico al lettore l’identificarsi con lui, fino ad immedesimarsi al punto da soffrire in prima persona le sue pene, fisiche ed emotive.

Altro grosso merito, ci tengo a sottolinearlo, è la credibilità della narrazione. Quante volte, anche in libri che raccontano storie vissute, molti autori sono scivolati nel pietismo, nella retorica, nel vittimismo o, più semplicemente, nella banalità, quando si trattava di esporre storie di droga, disagio sociale e quant’altro? Tante, troppe. Ecco, qui la De Ciechi invece ha messo insieme i pezzi di una vita di eccessi di ogni tipo con partecipazione, ma mai in modo tanto accorato da risultare stucchevole o ipocrita. La considerazione che traggo da quanto ho letto, è che anche Renato Tormenta ha tirato fuori gli attributi per essere capace di confessare le fasi più basse e umilianti della sua malattia, non è facile né scontato e gli va reso onore per questo. Brava però anche l’autrice a captare le note umane che, alla fine di tutta la vicenda, sono quelle che rimangono impresse e fanno sì che questo libro, dal ritmo serrato e senza tempi morti, risulti gradevole alla lettura e di forte impatto emotivo.

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1 Commento

  1. 27 dicembre 2015 at 11:43 — Rispondi

    Una bellissima recensione. Dario Villasanta è entrato nello spirito della narrazione di una storia vera, quella di Renato Tormenta e ha perfino intuito un po’ dell’alchimia stroardinaria che si crea tra chi scrive e chi racconta all’interno del rapporto tra il ghost writer, così come io lo interpreto, e il narratore. Tutto ciò è segno di una lettura particolarmente partecipata. Grazie!

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