Tra l’Ohio e la Virginia, l’amicizia di Lisbeth e Mattie negli anni della guerra civile, al di là del colore della loro pelle.

Lisbeth Johnson è “bianca”. È nata da una famiglia agiata del Sud, prima dello scoppio della guerra civile americana. Ha tradito la sua famiglia sposando un abolizionista e recandosi a vivere a Oberlin, in Ohio. La sua adorata balia, Mattie Freedman, è “negra”. È madre di Jordan, insegnante in una scuola della stessa città, dove la segregazione razziale è solo un lontano ricordo. La ragazza è un’aspirante suffragetta. Tra Lisbeth e Mattie c’è un rapporto profondo, superiore all’amicizia.

Tre anni dopo la fine della guerra, nel 1868, Lisbeth deve tornare nella piantagione della sua famiglia in Virginia, per dare l’ultimo addio al padre morente. Anche Jordan e Mattie sono partite per Fair Oaks: vogliono salvare una loro parente, che vive ancora in condizioni di sfruttamento.

Lisbeth affronta quei giorni come una riconciliazione. Jordan e Mattie li percepiscono come un momento di liberazione. Un’imprevista ingiustizia razziale riavvicinerà i Johnson e i Freedman. Le donne troveranno il coraggio di liberare le proprie famiglie dal pesante passato?


Titolo: Come granelli di senape.
Autrice: Laila Ibrahim.
Genere: Romanzo storico.
Editore: Amazon Publishing.
Prezzo: euro 4,99 (eBook); euro 9,99 (copertina flessibile).
Copia fornita dall’Editore.

Questa autrice che non conoscevo, malgrado avesse già pubblicato in Italia, mi ha colpita per la grande capacità di ambientare la storia e mostrarci i profondi cambiamenti che gli eventi provocano nella psicologia dei personaggi.
La Guerra Civile è stato il momento più doloroso e divisivo della storia degli Stati Uniti e ha lasciato strascichi non ancora superati, nonostante sia passato molto più di un secolo; quindi è logico aspettarsi che, dopo soli tre anni dalla fine del conflitto, gli stati del Sud fossero in preda a fermenti tutt’altro che sopiti dalla recente sconfitta ed esacerbati dalla consapevolezza di essere divenuti terra di conquista da parte di profittatori di ogni tipo. Detto questo, si può tranquillamente affermare che gli ex-confederati lo schiavismo e il razzismo ce l’avevano nel sangue.

Protagoniste del romanzo sono Lisbeth, figlia di ricchi proprietari terrieri che è fuggita al Nord, rifiutando la famiglia e le sue idee, e Jordan, figlia di Mattie, l’ex-schiava che ha cresciuto Lisbeth.
Conosciamo solo i punti di vista di queste due donne, ma sono sufficienti per immergerci, attraverso i loro occhi, nel putridume di un’ideologia marcia che si ostina a nutrirsi di rancore e stupido orgoglio. Dimenticate i tanto celebrati gentiluomini del Sud, dimenticate “Via col vento”, le crinoline e le schiave tanto buffe e simpatiche. In questo libro troviamo uomini indegni e deliranti, e gentildonne dedite a recitare il ruolo del soprammobile, o della “signora del Sud” che lascia parlare il marito e sopporta qualunque cosa perché tanto è l’uomo che pensa a tutto (e magari si diletta pure nel picchiare la moglie se questa non interpreta abbastanza bene il suo suolo di grazioso ornamento). E, soprattutto, uomini e donne si crogiolano nel loro vittimismo, lamentandosi di continuo dei brutti e cattivi nordisti che hanno voluto interferire nel loro… stile di vita. Sì, avete capito bene. Per queste persone, trattare degli esseri umani come bestie, violentare le loro donne, massacrare di botte chi gli pare e piace, vendere i loro figli come capi di bestiame, ebbene, tutto questo è uno “stile di vita”.

Nauseati nell’assistere alla pervicacia con cui i bianchi sudisti portano avanti la loro opera di oppressione, malgrado la schiavitù sia stata abolita, assistiamo e partecipiamo al dolore di Lisbeth nel vedere la sua famiglia, incapace di qualunque forma d’amore verso di lei, marcire nel proprio odio. Il suo desiderio di riconciliazione si scontra di continuo con il rancore di chi non sa fare altro che rivendicare il proprio diritto alla disumanità.
E poi c’è Jordan, giovane donna di colore, portata via dal Sud ancora neonata e cresciuta al Nord. Si è laureata, insegna in una scuola mista, non hai mai conosciuto la schiavitù né la segregazione razziale; sa soltanto che la schiavitù è stata abolita quindi, ormai, al Sud va tutto bene. Quando la madre le propone di andare a prendere la cugina rimasta alla piantagione, Jordan lo considera un fastidio. Lei ha ben altro a cui pensare. Siamo nell’epoca in cui si comincia a  parlare di diritti femminili, soprattutto quello di poter votare, e una giovane donna con idee moderne desidera dare il proprio contributo a questa causa, non perdere tempo rincorrendo una madre convinta che la schiavitù esista ancora. Quanta ingenuità in questa ragazza, persuasa che basti una legge imposta dai vincitori per correggere i comportamenti criminali degli sconfitti!
Ed eccoli, gli sconfitti e il loro “stile di vita”. Un’accozzaglia di bianchi che non ha mai lavorato un solo giorno, tranne il tempo passato appollaiati sopra un cavallo con una frusta in mano, e che pretende di dare dei fannulloni ai neri che vorrebbero essere pagati per il loro lavoro. L’impatto di Jordan con le condizioni di vita degli ex-schiavi è devastante, ma è l’unico modo per farle capire quanto si sbagliasse nel minimizzare i timori di sua madre.

La vicenda è un continuo crescendo di pathos, poiché a mano a mano che le illusioni delle due protagoniste crollano miseramente, il lettore percepisce che al peggio non c’è mai fine. E così Lisbeth e Jordan si ritroveranno alleate, nel fronteggiare la vendetta feroce di chi arriva perfino a invocare Dio, come protettore della propria oscena mancanza di umanità.

Una narrazione limpida, evocativa, intima e sofferta, che mette in luce la superiorità morale di chi educa i propri figli in maniera civile, trasmettendo loro veri valori umani e facendone persone capaci di fare scelte che le onorano.
Un romanzo da leggere con il fiato sospeso e il sangue che ribolle, dove appare evidente che i valori della famiglia sono per le famiglie che li meritano, non per chi ha il cuore avvelenato e il cervello invaso dai vermi.
Cinque stelline.

Copia fornita dalla casa editrice.