Maya lo sapeva.
Lo sapeva da quando Babette aveva preso il trasportino e aveva detto, con quella voce dolce che non ammette repliche:
— Andiamo dal veterinario, amore. Solo un controllo.
“Solo un controllo” è una frase che, nel linguaggio umano, significa: ti faranno cose misteriose, ti toccheranno dove non vuoi essere toccata e poi, come minimo, cambierà la tua vita.
Maya entrò nel trasportino con l’eleganza di una regina costretta all’esilio. Guardò Babette con aria tragica, come se stesse per partire per un viaggio di tre anni in Siberia (la vera Siberia, non quella che lei impersonava).
In ambulatorio, il dottor Vitellozzi sorrise.
— Ciao, Maya! Vediamo un po’…
La prese in braccio.
Maya si irrigidì come una statua. Non si divincolò. Non fece scenate. Lei era una signora.
Poi arrivò la bilancia.
Il veterinario la posò sopra e la bilancia fece quel bip crudele che somiglia sempre a un giudizio morale.
— Sei chili e mezzo… — disse lui, con tono professionale.
Maya sentì il colpo al cuore. Non per il peso. Per il tono.
Babette cercò di sorridere, come se stessero parlando di un dettaglio irrilevante.
— Eh… è una gatta grande…
Il veterinario annuì. Poi pronunciò la parola che nessun felino vuole sentire:
— Dieta.
Maya sgranò gli occhi.
Dieta?
Come se una creatura nata per essere venerata potesse essere messa a dieta.
— Solo crocchette ipocaloriche — continuò il veterinario. — E niente extra. Niente premietti. Niente bocconcini. Niente “assaggini”.
Babette deglutì, già pensando alle proteste.
Maya invece rimase immobile. Silenziosa. Perfetta.
Era in fase “accumulo rancore”.
— Ah, e per il pelo… — aggiunse il veterinario. — Le darei anche una crema edibile. Aiuta: se si lecca, non ingoia troppo pelo e riduciamo i rischi.
Maya fissò il veterinario come se avesse appena suggerito di metterle il cappotto a luglio.
Crema.
Per il pelo.
Che lei doveva mangiare.
La sua dignità stava scivolando via come un tappeto mal posato.
Quando finalmente tornarono a casa, Maya uscì dal trasportino con un passo lento e teatrale. Guardò Babette, poi guardò la casa, come se fosse tornata da una guerra.
E lì, sul tappeto, trovò Baguette.
La cagnolina la fissò con le orecchie dritte, quelle grandi “pale eoliche” che captano ogni cosa: parole, sospiri, colpe.
— Sei viva? — sembrava chiedere.
Maya si sedette e sospirò.
Un sospirone.
Uno di quelli che dicono: ho visto l’abisso e l’abisso aveva un camice bianco.
— Mi hanno… pesata — annunciò con voce grave.
Baguette inclinò la testa.
— E?
Maya fece una pausa, come se dovesse scegliere le parole più dolorose.
— Mi hanno… messa… a dieta.
Baguette rimase immobile.
Poi, con la calma di chi ha visto tante tragedie ma non si scompone, le fece capire una cosa fondamentale: problema tuo.
Maya lo ignorò. Lei aveva bisogno di sostegno emotivo.
— Solo crocchette con poche calorie… — continuò, già con gli occhi lucidi. — E poi… una crema per il pelo. Edibile.
Baguette sbuffò.
— Io ho un piano migliore: non leccarti.
Maya la fulminò con lo sguardo.
— Tu non capisci. Io sono una creatura raffinata. Io mi occupo della mia immagine.
Baguette alzò una zampa, come per dire: sì sì, e intanto sei stata pesata.
Maya si avvicinò alla cucina con passo felpato e tragico. Babette, intenerita, le accarezzò la testa.
— Dai, vedrai che ti farà bene…
Maya guardò Babette.
Tradimento.
Poi, mentre Babette si girava un secondo, Maya vide la ciotola di Baguette.
E lì, nel fondo, brillavano.
I bocconcini.
Quei bocconcini che profumavano di felicità e libertà.
Maya fece un calcolo rapidissimo:
nessuno mi guarda
io sono una gatta agile
un bocconcino non è un pasto
la dieta è un concetto astratto
… E zac.
Maya allungò la zampa, rapida come un ladro gentiluomo, e tentò di pescare un bocconcino dalla ciotola di Baguette.
Solo uno.
Uno piccolissimo.
Un micro-bocconcino.
Baguette però non era nata ieri.
Si voltò di scatto e fece un suono secco, da cane con autorità:
— EH EH.
Maya congelò, zampa a mezz’aria.
Baguette si avvicinò lentamente, con lo sguardo di chi sta per fare un discorso educativo.
— Ascolta, gatta. Quella è la mia ciotola. E io non rubo dalle tue crocchette tristi.
Maya fece finta di nulla.
— Non stavo rubando. Stavo… controllando la qualità.
Baguette socchiuse gli occhi.
— Certo. E io sono un barboncino.
In quel momento arrivò anche Babette.
— Maya! Ma cosa fai?
Maya ritirò la zampa con eleganza e si sedette composta, come se fosse stata lì tutto il tempo a meditare sulla vita.
— Io… stavo solo… passando.
Babette incrociò le braccia.
— Passando sopra la ciotola di Baguette?
Maya abbassò lo sguardo. Poi provò l’ultima carta: la drammaticità.
— Ma io ho fame…
Baguette sbuffò.
— Non hai fame. Hai nostalgia del vizio.
Babette annuì, severa ma con gli occhi che ridevano.
— Dieta vuol dire dieta, signorina.
Maya sospirò di nuovo. Un sospiro lunghissimo, come una poesia russa.
Poi, con la dignità ferita di una gatta che si sente perseguitata dal destino, andò verso la sua ciotola nuova.
Le crocchette ipocaloriche erano lì.
Poche.
Piccole.
Tristi.
Le annusò.
Fece una faccia che diceva: questa roba non ha mai visto la felicità.
Poi le mangiò.
Perché Maya, oltre a essere teatrale, era anche intelligente.
E mentre Babette e Baguette la osservavano, Maya pensò una cosa importantissima:
Va bene la dieta. Va bene la crema per il pelo. Va bene tutto.
Ma domani… io studio un piano.
E Baguette, come se l’avesse sentita, alzò le orecchie.
Perché in quella casa, quando Maya “studia un piano”… qualcuno finisce sempre per perdere un bocconcino.
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