Quando apriamo un romanzo, ci concentriamo quasi sempre su amori, misteri, avventure, drammi familiari. Raramente ci fermiamo a pensare a una domanda molto concreta: di che cosa vivono i personaggi?
Eppure il lavoro – o la sua totale assenza – dice moltissimo su di loro. Gli scrittori lo sanno bene e lo usano come uno strumento narrativo potente, a volte con grande realismo, altre con una certa… elasticità.
Vediamo qualche caso curioso.
I disoccupati più eleganti della letteratura
In molti romanzi classici il lavoro sembra un dettaglio trascurabile. I personaggi hanno tempo per balli, visite, passeggiate e conversazioni infinite, ma raramente si capisce quando e quanto lavorino.
Nei romanzi di Jane Austen, ad esempio, la questione economica è centrale, ma il lavoro in senso moderno quasi non esiste. I gentiluomini vivono di rendite, proprietà e investimenti: Mr Darcy possiede Pemberley; Mr Bingley ha un patrimonio; Mr Bennet vive delle entrate della sua tenuta.
Il risultato è un mondo dove si può passare la giornata tra tè, visite e lettere senza che nessuno debba timbrare il cartellino.
Investigatori: il mestiere più letterario
Se esiste una professione che domina i romanzi, è quella dell’investigatore.
Da Sherlock Holmes a Hercule Poirot, fino agli investigatori dei gialli contemporanei, questo lavoro è perfetto per la narrativa: permette di viaggiare, interrogare persone, scoprire segreti e trovarsi sempre al centro dell’azione.
Curiosamente, nella vita reale l’investigazione è fatta soprattutto di burocrazia, rapporti e lunghe attese. Nei romanzi, invece, è un continuo susseguirsi di colpi di scena.
Molto più interessante, bisogna ammetterlo.
Gli scrittori che scrivono di scrittori
Un’altra professione amatissima dai romanzieri è… lo scrittore.
Non è difficile capire perché: permette di raccontare il mondo dell’editoria, le difficoltà creative, le rivalità letterarie e le strane abitudini di chi passa metà della vita davanti a una tastiera.
In molti romanzi il protagonista è un autore in crisi, un giornalista, un insegnante di letteratura, un traduttore. Tutte professioni che consentono di parlare di libri… dentro altri libri.
Un gioco di specchi molto letterario.
Professioni misteriosamente flessibili
Esiste poi una categoria di lavori che nei romanzi sembrano avere orari incredibilmente elastici. Pensiamo a medici che trovano sempre il tempo per indagare su un delitto; avvocati che passano più tempo a inseguire misteri che in tribunale; professori universitari che partono improvvisamente per spedizioni archeologiche.
Nella realtà probabilmente verrebbero licenziati dopo due settimane, ma nei romanzi funziona benissimo.
I lavori che creano personaggi
A volte il mestiere diventa parte integrante dell’identità del personaggio: un marinaio vede il mondo in un certo modo; un libraio in un altro; un poliziotto in un altro ancora.
Il lavoro influenza il linguaggio, il modo di pensare e le relazioni con gli altri.
Per questo gli scrittori lo scelgono con attenzione: è un modo rapido per farci capire chi abbiamo davanti.
E poi ci sono i mestieri che non esistono più (la letteratura è anche una piccola macchina del tempo).
Nei romanzi incontriamo professioni ormai scomparse o quasi: governanti vittoriane, istitutrici, cocchieri, telegrafisti, amanuensi.
Leggere questi personaggi significa entrare in un mondo diverso, dove il lavoro quotidiano aveva ritmi e regole completamente differenti.
C’è però un dettaglio curioso.
In molti romanzi il lavoro serve soprattutto a far partire la storia, ma poi scompare sullo sfondo. Il detective indaga, il medico corre da un paziente all’altro, l’archeologo trova un tempio perduto… e nessuno si chiede più quando facciano davvero il loro mestiere.
E forse va bene così, perché nei romanzi non cerchiamo una giornata d’ufficio perfettamente realistica. Cerchiamo personaggi che vivano qualcosa di straordinario.
E voi, lettori? Vi è mai capitato di chiedervi che lavoro fanno davvero i personaggi dei romanzi che amate?
Copertina creata con ChatGPT.
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