Qualcuno, tempo fa, mi ha definita «curiosa come una biscia».
Non so se la biscia in questione gradirebbe il paragone, ma devo ammettere che la definizione mi calza a pennello.
La curiosità è una delle poche cose che non diminuiscono con l’età. Anzi, nel mio caso sembra peggiorare. O migliorare, dipende dai punti di vista.
E così continuo a lanciarmi in nuove letture con l’entusiasmo di chi sta per scoprire un tesoro nascosto. Esco dalla mia comfort zone con tuffo carpiato, lasciandomi alle spalle i territori che frequento abitualmente: romance, gialli, noir, thriller e saggistica.
Qualche volta va benissimo.
Campane a festa, cori angelici, applausi del pubblico.
Scopro autori che non avrei mai incontrato restando nelle mie rassicuranti abitudini e mi ritrovo a pensare: «Meno male che ci ho provato».
Altre volte, invece, le cose prendono una piega diversa.
Non parlo necessariamente di brutti libri. Anzi.
Molto spesso mi trovo davanti a romanzi scritti benissimo, con una trama solida, personaggi credibili e una costruzione impeccabile. Eppure, qualcosa non scatta.
O, peggio ancora, scatta fin troppo.
Mi è successo con un romanzo dark.
Attenzione: non un dark romance. Un romanzo dark e basta. Niente lieto fine, niente spiragli di luce, niente salvagenti emotivi lanciati al lettore.
Una storia intensa, cupa, dolorosa.
Ho sudato sangue per arrivare all’ultima pagina.
Non perché fosse scritto male. Al contrario.
Era scritto benissimo.
Il problema ero io.
A un certo punto ho dovuto arrendermi all’evidenza: il romanzo dark non fa per me.
Fine dell’esperimento.
O almeno così credevo.
Perché la curiosità, si sa, è una bestiaccia difficile da tenere al guinzaglio.
E così mi sono detta:
«Forse il problema non era il dark. Forse era l’assenza del lieto fine.»
Detto fatto.
Sono passata a un dark romance.
Questa volta, almeno in teoria, la ricompensa finale c’era.
Dopo le sofferenze, gli ostacoli, i traumi e le tenebre, mi aspettava il tanto agognato lieto fine.
E invece no.
Nemmeno quello è bastato.
Anche in questo caso il libro aveva qualità da vendere. La scrittura funzionava, la storia era ben costruita e i lettori del genere probabilmente l’avrebbero adorato.
Io, invece, continuavo a sentirmi come una turista capitata per errore nel posto sbagliato.
A quel punto ho smesso di interrogare il libro e ho interrogato me stessa.
La conclusione è stata semplice: non tutti i generi sono fatti per tutti i lettori.
E non c’è nulla di male.
Per anni ho pensato che, con sufficiente buona volontà, si potesse imparare ad apprezzare qualunque cosa.
Oggi credo che la questione sia più complessa.
La lettura è un incontro.
Da una parte c’è chi scrive. Dall’altra c’è chi legge.
E ogni lettore porta con sé sensibilità, esperienze, aspettative e perfino fragilità diverse.
Per questo un libro capace di conquistare qualcuno può lasciare freddo qualcun altro.
Non sempre esistono colpevoli.
Esistono soltanto incompatibilità.
Come certi appuntamenti al buio: persone splendide, ma non scatta la scintilla.
I miei tuffi carpiati fuori dalla comfort zone, insomma, mi hanno lasciato qualche livido.
Qualche volta anche un bernoccolo.
Ma non ho alcuna intenzione di smettere.
Perché le scoperte più belle arrivano spesso proprio quando ci allontaniamo dai sentieri abituali.
E quindi eccomi qui.
Pronta per il prossimo salto.
Con la cuffietta ben calcata in testa e il costume da bagno.
Castigato, naturalmente.
Ormai sono una vecchia signora.
Ma una vecchia signora curiosa come una biscia.

Copertina creata con ChatGPT.