Venerdì 13 marzo
Ho seguito le istruzioni, sono arrivato a Firenze. Da solo. Quando ieri sera ho informato Fran che mi sarei preso un giorno di vacanza, mi ha guardato e riguardato, forse sospettava che le avessero sostituito il marito con uno che gli somigliava ma non era lui.
Poi mi ha tastato la fronte e ha commentato che non avevo la febbre. Ha provato con un “vengo anch’io”.
Ho risposto che andavo da solo.
– E dove andresti?
Taccio.
– Faccenda di lavoro? – continua senza aspettare risposta. – Se non puoi dirmi niente, allora è riservata.
Mi stringo nelle spalle.
– Cerca di essere prudente.
Questa mattina salutandomi ha detto soltanto: – Se è per quello che penso, salutamelo. – Poi, subito: – Non dirmi niente, Anto.

Quando sono entrato in autostrada a Genova Nervi, erano le sette e trentadue, sono uscito dalla A11 alle dieci e ho cominciato a perdermi; a Firenze sono stato molte volte, ma se mi cambiano un senso unico o modificano una rotatoria sbaglio incrocio, come sempre mi capita nelle città piatte o quasi.
Sono abituato a orientarmi con il su e giù e mi basta sapere dove sta il mare.
Comunque, arrivo in via del Giglio con più di due ore di anticipo. Raggiungo il garage che mi è stato indicato, prendo la borsa da viaggio, lascio l’auto e con una camminata di un centinaio di metri sono davanti all’ingresso del Boscolo Hotel.
Controllo l’ora. Non sono ancora le undici, mi è stato detto che l’appuntamento è dalle tredici e trenta in poi, nella hall.
Continuo per una decina di metri. Un bar. Non so cosa dovrò affrontare; quindi, è opportuno prepararmi al peggio. Un caffè. No, è meglio qualcosa di solido, qualcosa di simile a un pasto, la sigaretta tornando e sarò pronto.
Mi è stato ordinato di andare a Firenze.
Non mi è stato comunicato il motivo. Non mi piace ricevere ordini, in verità neppure darne. È per questo che non ho fatto carriera e mai ne farò.
Eppure, ho obbedito senza fiatare a una disposizione in cui mi sono stati forniti tutti i dettagli di quanto avrei dovuto fare, dall’orario al nome dell’albergo e a quello del garage. Perché ieri mattina sono stato convocato dal questore e nel suo ufficio c’era Piero ed è stato lui a comunicarmi le istruzioni.
Piero è lo stesso “funzionario” che ai primi di novembre dello scorso anno aveva organizzato l’incontro con Iachino a Strasburgo. (Mariani e le giuste scelte)
Marco Iachino, ispettore. Ufficialmente deceduto alcuni mesi prima in un incidente d’auto lungo la bretella fra Lucca e Viareggio e, in realtà, impegnato a mettere in sicurezza il figlio di Mannini, un terrorista che aveva accettato di collaborare.
A Strasburgo aveva affidato il ragazzino a mia moglie e a me e noi l’avevamo portato ad altri: eravamo stati responsabili di una tappa del suo percorso.
Cosa mi aspetterà al Boscolo? So che è inutile tentare previsioni perché la vita ci sorprende sempre.
Ho soltanto una speranza. Che Marco stia bene.
Mi riscuoto ed entro. Sembra un’enoteca, dipenderà dai muri che si intuiscono belli spessi e dall’abbondanza di bottiglie ben esposte su scaffalature di legno. Quasi tutti i tavoli sono lunghi, con panche, giusti per amici che si fanno un bicchiere o due in compagnia. Soltanto in un angolo, uno tondo e piccolo, effetto bistrot, sarebbe perfetto per me, ma è occupato da una coppia: lui verso la quarantina, lei parecchio più giovane, direi una ventenne.
Potrei cercare un altro locale, tempo ne ho, ma apprezzo l’atmosfera di questo posto. A uno dei tavoli lunghi tutti sono seduti vicini, forse per chiacchierare meglio, e hanno lasciata libera una delle estremità corte.
Mi avvicino, chiedo se posso, una donna risponde di sì. In realtà sono quasi tutte donne: mangiano, bevono, chiacchierano, sfogliano libri, smanettano su cellulari e tablet. Sembrano molto impegnate. Attive, anche le meno giovani. Imito le loro scelte e chiedo un tagliere di formaggi e salumi, un bicchiere di buon rosso e pane toscano, pane “sciocco”, come dicono qui per indicare che ha poco sale.
Mangio e apprezzo quel po’ di compagnia di riflesso che mi regala la vicinanza di tutte queste donne. Mi aiuta a non pensare, a evitare previsioni su quello che mi aspetta. Guardo i loro gesti, le ascolto: sembrano eccitate per qualcosa, consultano i loro tablet e fogli con brani sottolineati. Una bella bruna che chiamano June ripete che spera di aver azzeccato tutti i dettagli e che lei arrivi come ha promesso perché vogliono farle una sorpresa.
Forse le guardo con troppa attenzione perché ricambiano le mie occhiate come se volessero prendermi le misure.
Lo so, sono un uomo più alto della media, ma non sono una bellezza. Non ho mai capito perché il mio aspetto sempre un po’ stropicciato attiri le donne.
Una volta la Petri, la mia ispettrice, diceva che assomigliavo a Banderas; secondo la mia figlia grande, una diciottenne, sono più il tipo di Favino. Non ho presente nessuno dei due e quindi non posso esprimere un parere.
Sono tutti pensieri sciocchi e infantili per tenere lontano quello vero, importante: perché mi è stato chiesto di venire a Firenze? Riguarda l’ispettore Iachino? Riguarda Marco, che per me è una specie di fratello minore?
Butto giù un sorso di vino, passo una mano sul viso. Inutile fare previsioni, la vita ci sorprende sempre. È uno dei consigli di mia madre Emma.
La donna seduta poco lontana me la ricorda: stessi capelli grigi tagliati cortissimi, stesso abbigliamento comodo e informale. Gesti decisi come lo sguardo. Neppure lei deve aver mai fatto un passo indietro per rifiutare le sfide della vita.
La vedo alzarsi di scatto e dirigersi verso il tavolino da bistrot mentre ordina di smetterla. Mi volto e vedo anch’io quello che sta accadendo: l’uomo spintona la ragazza, poi la afferra per un braccio e con la mano libera la colpisce al viso con uno schiaffo che la fa sussultare.
Sono massiccio ma con gambe lunghe e abituato a reagire in fretta; precedo la donna che era seduta al mio stesso tavolo e con il corpo le faccio da schermo ai due che litigano. Veramente non è più soltanto una lite, ma è un uomo che picchia una persona più debole.
Con voce da questurino gli intimo di lasciarla e di fare un passo indietro con le mani in vista.
– E tu chi saresti? – il tono è sfottente. – Fatti i cazzi tuoi.
Ho già pronto il tesserino da mostrare. – Commissario Antonio Mariani. La lasci.
Non bado al mormorio alle mie spalle, ma solo a chi ho di fronte mentre chiedo alla ragazza se sta bene.
Risponde di sì, ma con voce ancora spaventata commenta che non è la prima volta.
E lui parla su di lei: – E tu non mi lasci, troia. – Ma ha già abbassato il tono, non so se perché sono un questurino o per la mia mole.
Gli ho preso i documenti e alla ragazza consiglio di rivolgersi alla polizia. – Io non posso occuparmene, non è la mia zona, sono soltanto di passaggio.
Poi mi rivolgo al gruppo che era al tavolo e chiedo se qualcuno è disposto a testimoniare se la ragazza decidesse di sporgere denuncia.
– Noi abbiamo visto e siamo disponibili. – È “capelli grigi” la portavoce. – E possiamo darle i nostri dati. – Esita e poi chiede se sono di Genova.
– Sì. Lo so, il mio accento si sente tanto.
– Quindi, sarebbe il commissario Antonio Mariani di Genova?
Sorvolo su quel “sarebbe” e annuisco. È una situazione incomprensibile. Non sono un poliziotto famoso e proprio non capisco perché queste sembrino eccitate e mi si stringano attorno. Ho l’impressione che mi tocchino per assicurarsi che esisto.
È la portavoce a presentarsi mentre, per prima, mostra la patente perché possa annotarmi i suoi dati. – Alcune mi chiamano Babe perché il mio blog si chiama Babette Brown legge per voi.
Stringo la destra che mi ha porto. Bella stretta. E cominciano ad arrivare mani da stringere. È un fiorire di sorrisi. Sembrano ancora più eccitate di prima quando confabulavano attorno al lungo tavolo.
Provo a defilarmi dicendo che ho un impegno. Pago ed esco. Ho assoluto bisogno di una sigaretta. La accendo appena fuori. Fra una cosa e l’altra è trascorsa più di un’ora e non voglio far tardi.
– Antonio! Commissario Mariani…
Mi volto ed è “capelli grigi” che viene verso di me. Nel gesto di alzarsi era stata rapida ma i suoi passi non sono veloci; mi fermo per aspettarla.
– Devo dirle, devo spiegarle… – Prende fiato e io faccio un passo verso di lei. – Ecco, ci prenderà per pazze, ma noi la conoscevamo già… In un certo senso…
– Mi dica.
– Noi siamo tutte innamorate di lei, commissario.
Se voleva spiazzarmi c’è riuscita. Non so come replicare, ma lei è una che non perde la parola: – Una scrittrice genovese… No, lei legge gialli, noir o thriller?
– I delitti li vedo ogni giorno, leggerne? Lo facevo da ragazzo. Simenon, soprattutto.
– Il personaggio principale di una serie noir inventata da una genovese, una serie bella lunga, è un commissario e si chiama Antonio Mariani come lei.
– Capisco. Le assicuro che è una coincidenza.
– Domani sarà ancora qui?
– Ne dubito, sono di passaggio. – È il suo tono a spingermi a chiederle perché vuole saperlo.
– Domani premiamo la scrittrice e sarebbe stato divertente farle consegnare il premio da un commissario così simile a quello che aveva inventato.
– Capisco. Ma partirò in serata.
– Se cambia programmi, saremo qui vicino, al Boscolo.
– È difficile, dovrò essere a Genova, al lavoro. Però non è male l’idea di farla premiare dal suo personaggio, potreste cercare un attore.
Lei fa segno di sì. – Davvero una buona idea. – Si protende verso di me e mi scocca un bacio sulla guancia.

Quasi correndo raggiungo il Boscolo e, come da istruzioni, mi siedo nel salotto attiguo alla hall, un tempo doveva essere uno spazio per fumatori ma è esposto in evidenza un cartello che ricorda il divieto di fumo. Quindi, niente sigaretta per ingannare l’attesa. L’arredo è in stile inglese: comode poltrone in pelle, abbondanza di specchiere e porte con inserti di vetro che garantiscono privacy ma consentono di vedere chi è nell’ampia hall.
Cerco di ingannare il tempo, guardandomi attorno. Vedo le donne del gruppo entrare in hotel. Parlano fra loro, concitate.
Sono di razza curiosa e non devo pensare al motivo per cui mi è stato ordinato di venire qui. Socchiudo la porta per sentire.
“Capelli grigi” racconta, con molti dettagli, l’incontro di poco prima e quello che le ho detto. La bella bruna mediterranea che sembra la capobanda commenta che trovare un attore per la consegna sarebbe una figata. È la bionda, “Ale” a continuare: – Possiamo trovarlo. Chiediamo alle ragazze di qui. – Ha già in mano il cellulare. – I miei contatti locali, quelle che arriveranno al Boscolo soltanto domani per la manifestazione uno me lo trovano.
– Ma dobbiamo impedire che lei esca a fumare. – È la bruna. – Lo sappiamo, viene alle manifestazioni ed è sempre fuori. È difficile tenerla ferma anche per le foto di gruppo.
Ed è un coro: – Ce ne occupiamo noi. La blocchiamo, le impediamo di andare via… Voi cercate l’attore giusto. Maglione, Levis cinque-tasche, soprattutto la camicia a quadretti con collo button down.
Un’altra ricorda le sigarette e aggiunge: – Toglie il pacchetto dalla tasca quando si alza.
– Gli facciamo dire che ringrazia le sue due madri, Emma e la nostra amica…
È tanto strano, mia madre si chiama Emma, sembra che sappiano tutto di me. Voglio uscire, bloccarle, chiedere di più, sapere della loro amica che ha inventato un altro “me”, ma una mano si posa sul mio braccio.
Mi volto.
Si è fatto crescere una barba ben curata, indossa gli occhiali. È vestito da manager. Ma è Iachino. Mi alzo. – Ho ottenuto l’autorizzazione a incontrarti, Antonio. Per farti sapere che sto bene e dirti altro. Ma non dovrai parlarne con nessuno. Neppure con tua moglie.

Ho lasciato il Boscolo tre ore dopo senza rivedere le “ragazze”. Spero che il loro evento vada bene.
Marco sta bene, non ha rimpianti e forse “tornerà”. Ma non posso dire altro.
Domani sarà sabato 14 marzo. Sul Golfo Ligure è prevista una forte mareggiata. Spero di trovare abbastanza tempo per andarmela a vedere da vicino.

(Sabato 14 marzo è il primo giorno di “Tempesta su Mariani”, c’è una mareggiata da paura e Antonio è su una pilotina per raggiungere un corpo avvistato sulla diga foranea del porto di Genova).

Il racconto è ispirato alla serie edita da Fratelli Frilli Editori: la trovate QUI, assieme a tutta la produzione di Maria Masella.

Immagine in evidenza: rielaborazione grafica della copertina del romanzo “Tempesta su Mariani” (Maria Masella, Fratelli Frilli Editori) e della foto dell’autrice (inviata dalla stessa).