Terence Steven McQueen (Beech Grove, 24 marzo 1930 – Ciudad Juárez, 7 novembre 1980) è stato un attore, pilota automobilistico e stuntman statunitense.

Allievo dell’Actor’s Studio di New York, è stato uno dei più celebri attori tra gli anni sessanta e gli anni settanta. Famoso per il suo atteggiamento spericolato e da anti-eroe, nonostante sia sempre stato un attore piuttosto problematico per registi e produttori, riuscì sempre a ottenere ruoli di grande rilievo e ingenti compensi. Soprannominato “King of cool”, rappresenta un punto riferimento nel mondo della moda maschile, per i capi e gli accessori indossati sul set e in vita, poi diventati iconici. (Wikipedia).

Una vita spericolata, un duro, un tenero (negli sguardi), un simbolo dei suoi anni arrivato sino a noi. Anche lui nasconde nel sorriso una fragilità che si scontra con pistole e macchine veloci. Allievo di Bruce Lee, spericolato in auto, per me è sempre McCoy che si strugge per Ali McGraw e si rappacifica con lei nella discarica di Getaway, ma quello era Pechinpah mescolato a Thompson scritto da Walter Hill, il film perfetto tra noir, melodramma e western.

Ma lo ricordo ovviamente in La grande fuga, pistolero nei Magnifici Sette, in cima all’Inferno di cristallo. Memorabile la scena di inseguimento in auto di Bullit, forse anche più emozionante di Le Mans. Insomma un uomo per tutte le stagioni, una immagine di virilità che stava a metà tra il ribelle senza causa e il frontierman. Tra le altre cose lo ricordo alla fine della pista nei panni dello scout Tom Horn.

Perché ho scritto un libro su Steven Seagal? Prima di tutto perché con una carriera trentennale nel cinema d’azione è un’icona.
Certo non è più quello di Nico, ma ha creato un brand inconfondibile. Piaccia o meno, fu una alternativa sia agli eroi marziali classici che ai “vigoroni” anni 80, riuscendo a prendere qualcosa da entrambe le categorie per inventare un suo stile.
Il libro, che è un volume agile, ben illustrato pubblicato in questi giorni da Shatter edizioni, parla dei suoi film con un particolare riguardo a quelli degli inizi che, rivisti oggi, in alcuni casi sono rimasti delle pietre miliari e sono lo specchio di come si faceva il BMovie action americano che, rispetto a molte produzioni odierne, aveva parecchio da insegnare. Attraverso la carriera dell’Omaccione, e il suo mutare nel tempo tra tv e dtv, ho voluto trarre qualche considerazione sul cinema d’azione, quel sano divertimento senza troppe “menate” che morto non è, ma neppure sta troppo bene. un piccolo tassello al mio studio sull’intrattenimento popolare.

Se volete acquistarlo, andate QUI.