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Recensione: Un cielo pieno di stelle (I-II), di Vera Demes

Per la Rubrica “Il Mondo Self”, Elle Eloise vi presenta la recensione di due romanzi di Vera Demes.

Un cielo pieno di stelle (I)

Giulia è una ragazza fortunata. È ricca, ha molti amici e sa come divertirsi. Eppure non ha mai provato emozioni sincere e non sa cosa significhi amare davvero.
Tutto cambia, tuttavia, quando conosce Axel.
Ed è un vero colpo di fulmine.
Lui è bello, libero, non convenzionale, lavora duramente ma sa volare sulla sua tavola da surf, incurante degli obblighi, delle ipocrisie e della cattiveria della gente.
La loro storia, sbocciata sulle differenze reciproche, è proprio come una magia e la notte di San Lorenzo, sotto un cielo pieno di stelle, entrambi si giureranno amore eterno.
Vagheggiando un sogno di vita insieme e un mondo ideale, che non conosce differenze sociali e va oltre le apparenze, Axel e Giulia si muoveranno su una sottile linea di confine, incoscienti e spavaldi, sfidando il destino.
La realtà però ha ben altro in serbo per loro.
Una famiglia che diventa una prigione, la voglia di fuggire, le parole non dette.
Axel si allontanerà per sempre e Giulia non potrà fermarlo…

Un cielo pieno di stelle (II)

Dieci anni.
Dieci anni sono passati da quando Axel e Giulia si sono visti per l’ultima volta.
Lui ha raggiunto molti traguardi, lei è rimasta ferma al palo, schiacciata da un senso di inadeguatezza e disistima, vivendo una vita che altri hanno scelto per lei.
Il ritorno di Axel, rapido e inaspettato, riattiva le emozioni del passato, riaprendo vecchie ferite.
Axel è cambiato, sa quello che vuole, non si fida più. E Giulia non conosce la rabbia, non sa reagire alle sfide che la vita le offre.
In un rincorrersi di sentimenti contrastanti, di malinconia e struggente desiderio, le loro vite si riavvicineranno percorrendo un sentiero stratificato di ricordi e la traccia d’amore che ha resistito alla tempesta, li condurrà verso scelte difficili e profonde, li costringerà a guardarsi dentro e a cercare un cambiamento.
Ma, per cambiare, sarà necessario saper dire addio al passato e a tutto quello che rappresenta.
Un epilogo annunciato, nel bene e nel male.

A partire dalla letteratura antica, l’amore osteggiato dalla famiglia o da una società incapace di comprendere e accettare, è diventato nei secoli uno stimolante quanto intramontabile canovaccio. E, come tutti i canovacci, in questa società di riproduzioni, riscritture, remake, citazioni, revival, serialità (e chi vuole aggiungere aggiunga!) questo tipo di plot narrativo può essere molto rischioso, perché il pericolo del déjà vu è sempre dietro l’angolo. Vera Demes, prolifica (ben dodici romanzi pubblicati dal 2006!) eppure non molto conosciuta autrice, con “Un cielo pieno di stelle” è stata in grado di dare nuova linfa, forma e spessore al plot più semplice e abusato di tutti i tempi, adornando la trama e i personaggi con elementi che ne impreziosiscono la tessitura narrativa e donano un fascino molto personale.  Ciò che ne viene fuori è una dualogia profonda e di classe, quanto di più bello si può trovare nel ricco panorama del Self Published. “Un cielo pieno di stelle I e II” sono due bellissimi romanzi che mettono in scena l’amore puro e fresco di due anime giovani e belle, ma appartenenti ai poli opposti della società (il reietto e la figlia di un famoso imprenditore) costrette ad amarsi in segreto.

Già il titolo e le ricercatissime cover mi hanno subito riportato alla mente una carrellata di immagini ed emozioni: quelle estati di spensierata giovinezza, i piedi nella sabbia bollente, le sere sulle sdraio a osservare il tramonto, i baci rubati e le prime esperienze amorose sotto cieli che, oltre le stelle, custodivano speranze per un futuro che forse non si sarebbe mai realizzato. Qualcosa di spensierato, ma anche di più profondo, chiaroscurale, a tratti drammatico, che quel bianco e nero e quegli sguardi malinconici della copertina del primo libro trasmettono con tutta la loro intensità. Queste immagini defraudate del colore che una storia estiva dovrebbe avere, restituiscono quasi un gusto retrò, ricollocabile forse agli anni Quaranta o Cinquanta, prima cioè di quella che è stata poi ribattezzata la Modernità degli anni Sessanta con la sua ribellione giovanile.

Questo bacino iconografico è perfettamente in linea con lo stile classico della sua prosa e con la storia che Vera Demes ci racconta: mentre leggevo, mi sono resa conto che la poca invadenza degli attuali mezzi di comunicazione (cellulari e internet), le vedute bigotte e anacronistiche di alcuni personaggi, le prese di posizione, il classismo, mi hanno fatto pensare quasi che la storia fosse ambientata in quell’epoca. Il fascino di questi libri sta proprio nel gusto un po’ retrò di presentare situazioni e personaggi, pur rimanendo nel campo del verosimile e dell’attuale.

Vera Demes costruisce personaggi discreti, privi di quei melodrammi e di quelle chiassose emozioni che vanno di moda soprattutto nei best sellers americani dello stesso genere e, proprio per questo, i suoi ritratti ci appaiono così tremendamente veritieri. I due protagonisti filtrano pagina dopo pagina in modo sempre più nitido, acquistano forma ed energia con un andamento graduale, in punta di piedi, diventano forti e vividi. Questo comporta che, anche quando stentiamo a capire le loro scelte o “non-scelte”, non possiamo che provare una profonda empatia nei loro confronti.

Axel appare da subito più maturo e consapevole di Giulia. Nonostante nel primo libro sia un surfista che vive alla giornata, riesce a districarsi con onestà tra le difficoltà che la vita gli ha imposto, risalendo la china con piccoli lavoretti senza futuro. È un ragazzo responsabile e allo stesso tempo determinato a realizzare il suo sogno di diventare surfista professionista. Nel secondo romanzo, lo ritroviamo dieci anni dopo, ormai surfista affermato a livello mondiale. In questi anni è diventato un uomo con un’impresa giovane ma di successo, una perla che riluce in un mondo di squali: se nel primo libro lo vediamo forte, ma allo stesso tempo vittima della povertà e dell’affetto morboso di una madre volubile e psicologicamente malata, nel secondo ha finalmente avuto la sua rivincita sulla vita. Il successo però non basta, sa che gli manca qualcosa, l’ultimo tassello che ha perduto anni prima, l’unico rimpianto, la ragazza che ha fatto sì che il suo cuore rimanesse intrappolato in una lastra di ghiaccio per tutti quegli anni, non permettendogli di raggiungere quella piena maturità che allude alla completezza.

E poi c’è lei, Giulia, che nel primo capitolo è ancora una ragazza di appena diciott’anni, profondamente plagiata da una famiglia che la reputa debole, l’ha resa debole e la vuole debole per meglio plasmarla ai propri anacronistici principi. Il contesto in cui vive, o sopravvive, è una prigione dorata, in cui viene vessata psicologicamente tutti i giorni e che non le permette di compiere il normale ciclo di crescita e diventare donna. Giulia, in entrambi i romanzi, è un personaggio struggente,  la sua fragilità e la sua forza ancora nascosta la rendono unica, una sagoma che riluce e che vaga in una famiglia arrogante e arrivista che la circuisce, che plagia la sua mente con l’intento di abbattere quei pochi spiragli di luce rimasti in lei. Si fa in fretta ad accusarla di passività, ma si deve comprendere a fondo il contesto in cui è cresciuta e che l’ha resa quella che è. Ogni giorno le è stato insegnato a piegarsi al volere dei suoi genitori, che la trattano alla stregua di una merce di scambio, l’ultimo tassello di una trattativa. Ho amato profondamente questo personaggio, proprio perché sbaglia, commette molti errori. Ma è anche un personaggio che, anche se lentamente, si rialza, riesce a capire chi è e cosa vuole, riesce a trovare la forza di crescere nonostante tutto. Lo fa in modo molto graduale e a piccoli passi: se Axel è un fiume in piena che si gonfia di ora in ora e abbatte argini, lei è un rivolo d’acqua che ha bisogno di superare molti ostacoli, di nutrirsi di terra e radici, di assaporare il gusto amaro della pioggia, prima di diventare torrente, fiume, e liberarsi nel mare delle possibilità della vita. Deve imparare che nella vita, oltre a subire, si ha anche la possibilità di scegliere, di rischiare, di fallire, di non accontentarsi, di dire “no”. La possibilità di non aver paura di vivere, di amare, di respirare il vento caldo della libertà.

La storia di Axel e Giulia è una storia di crescita, di redenzione, di seconde occasioni. Ti assorbe fino all’ultima pagina, vuoi superare l’amarezza del primo libro per raggiungere un lieto fine per queste anime sperdute che, nel secondo, si ritrovano dopo dieci  anni di lontananza e silenzi, di recriminazioni, di rabbia e di dolore.

Infine, lo stile impeccabile, fiore all’occhiello dei romanzi di quest’autrice. La prosa di Vera Demes si muove fluida con eleganza e raffinatezza, esattamente come i personaggi che descrive e il contesto luccicante ma denso di realtà e di zone d’ombra in cui essi agiscono. Anche lo stile “classico” si adatta bene alla storia che narra, una storia che sembra appunto una cartolina in bianco e nero, il ritratto di una società che non esiste più, ma a cui la classe più benestante e privilegiata rimane aggrappata per mantenere lo status quo e la tradizione in cui ha ancora radici: i club, la solitudine delle grandi ville sulle colline, la malinconia di chi vorrebbe qualcosa di diverso, ma che non ha il coraggio di prendere, le feste che mettono in scena quella traslucida vanità e vacuità e che poco hanno a che fare con la celata sofferenza dei personaggi che ospitano.

Tracce di cinema:

Lo stile di Vera si muove sul filo di due correnti, il cinema classico americano e la modernità degli anni Sessanta. Bellissimo il momento in cui, durante la festa per “l’affare” tra il padre di Giulia e Axel, i due ragazzi si guardano da lontano, riallacciando per un rapido istante l’energia che scorreva tra loro in passato, un meraviglioso gioco di sguardi e di silenzi, una scena molto “visiva”, una vera sequenza da cinema classico. Un momento che mi ha fatto pensare agli sguardi tra Humphrey Bogart e Ingrid Bergman nel locale di Rick sulle note di “As time goes by” suonata da Louis Armstrong nel film “Casablanca”, un dialogo di primi piani che cela mille emozioni sopite, mille segreti e risentimenti.

Oppure, anche se in modo diverso, la mente mi ha riportata al primo incontro tra Tony e Maria in “West Side Story”, altra rivisitazione di Romeo e Giulietta in chiave moderna, quando tutto intorno a loro diventa sfocato e il mambo scoppiettante del “Dance at the Gym” cede il passo all’indimenticabile leit motiv romantico dei due protagonisti. Ma mentre in quella scena Tony e Maria si incontrano per la prima volta e si innamorano, Axel e Giulia si guardano da lontano, sanno di amarsi, ma il rancore che è maturato in dieci anni di assenza e  l’orgoglio li portano di nuovo lontani, di nuovo ciechi di fronte ai sentimenti, spezzandosi il cuore un’altra volta.

Perché leggerlo?

Perché “Un cielo pieno di stelle I e II” sono due romanzi che ti entrano nel cuore, nei polmoni, nella mente, in modo lento, con discrezione, per poi erodere ogni cellula e trasportarti con sé nella sua onda. Perché le parole di Vera hanno il sapore del buon vino d’annata. Perché finalmente, nell’ampio ventaglio dell’offerta nel genere rosa, si finisce di leggere senza quella sensazione di essere sazi, ma anche nauseati come dopo un pasto in un fast food: al contrario, ci si alza da tavola con il palato stuzzicato dall’inestimabile sapore di un piatto cucinato da un vero chef. Non mi rimane quindi che proseguire la scoperta di questa autrice, leggere tutti i suoi libri e invitarvi a fare altrettanto.

Un cielo pieno di stelle – Parte Prima – Come aria e fuoco.

Un cielo pieno di stelle – Parte Seconda – Come neve e pioggia.

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