QuattroZampeRubriche

Una giornata al Centro Falconeria di Marco Cavozza

De arte venandi cum avibus (“Sull’arte di cacciare con gli uccelli”) è un trattato dell’imperatore Federico II di Svevia sull’attività venatoria. Il manoscritto conservato alla Biblioteca Vaticana (codice Pal. Lat. 1071) è la redazione più nota per le illustrazioni, ma contiene solo i primi due libri: si tratta di un codice di 111 fogli di pergamena di dimensioni pari approssimativamente a cm. 24,5 x 36, commissionata a Napoli dal figlio di Federico, Manfredi re di Sicilia, intorno al 1260. Un altro manoscritto, redatto a cura di un altro figlio dell’imperatore, re Enzo, durante la sua detenzione a Bologna, si conserva nella Biblioteca Universitaria di Bologna (Lat. 717) e contiene sei libri, quindi un’edizione più estesa, ma non necessariamente completa del trattato.

L’opera consiste in un trattato di falconeria, cioè sui sistemi di allevamento, addestramento e impiego di uccelli rapaci (propriamente falchi) nella caccia (soprattutto ad altri uccelli, tutti accuratamente descritti nell’opera). Nella genesi dell’opera ebbero una notevole importanza precedenti trattati di cui Federico II aveva disponibilità, come il De arte bersandi di Guicennas e il De scientia venandi per aves (il cosiddetto Moamyn latino), traduzione di un testo arabo effettuata dal siriano Teodoro di Antiochia (Maestro Teodoro), su richiesta di Federico. (Wikipedia).

La falconeria è l’arte di addestrare i rapaci affinché questi caccino per l’uomo.

È uno dei più antichi metodi di caccia, le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Probabilmente, si è sviluppata in Cina e in Mesopotamia.

Alla Dinastia Han (206 a.C.) risalgono disegni e dipinti murali che rappresentano scene di caccia con il falco.

La falconeria non rimase prerogativa dell’aristocrazia, venne praticata anche dal Clero, tant’è che i falchi venivano ammessi in Chiesa durante le funzioni. Il Book of Alban (XV secolo) associa ciascun rapace alla persona che aveva diritto di cacciare con esso: l’aquila per l’Imperatore, il girfalco per il re, il falco pellegrino per il conte, lo smeriglio per la dama, l’astore per il nobile proprietario di campagna, lo sparviero per il prete.

La diffusione delle armi da fuoco e la conseguente nascita di un nuovo tipo di cacciatori portò alla progressiva scomparsa della caccia con i rapaci.

Negli ultimi trent’anni, la falconeria è tornata a diffondersi in alcuni Paesi, fra i quali l’Italia.

I rapaci sono raramente usati per la caccia: i loro impieghi sono legati principalmente a manifestazioni sportive e ludiche e alla salvaguardia di aeroporti e industrie dalla presenza di volatili che possono ostacolare le attività umane.

Rievocazione storica

Marco Cavozza è uno dei maestri falconieri che operano nel nostro Paese. Il suo Centro di trova a Vignale di Traversetolo, in provincia di Parma, e conta ben settanta esemplari: falchi, gufi, aquile e poiane.

Si tratta di animali nati in cattività: nessun rapace è stato strappato al suo habitat naturale.

Cavozza ha partecipato come falconiere ai più famosi Palii e rievocazioni storiche medievali d’Italia (Canossa, Ferrara, Carpi, Forte dei Marmi, Faenza, Parma, Prato, Melfi).

Si occupa anche di allontanamento di volatili dagli aeroporti e da alcune industrie alimentari.

Lo confesso: mentre arrivavo al Centro mi chiedevo in continuazione “Vedrò maltrattare gli animali?” Mi sono ricreduta, anche se vedere quei fieri rapaci legati mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Addolcito in parte da una frase detta da Marco Cavozza: “Non li possiamo lasciare liberi. Sono nati vicino all’uomo e non saprebbero cavarsela in natura”.

L’addestramento funziona con un regime di doni alimentari: un bel pezzo di carne convince anche i più riottosi a giocare con l’addestratore. Il premio consiste anche in qualche “grattatina”, ma solo per chi la gradisce (gufi sì, falchi no).

Con Marco Cavozza lavora una squadra appassionata e affiatata:  Mauro Schianchi, Federico Pizzotti, Alice Visioli e Francesca Parrella.

Post precedente

News a casa Triskell Edizioni

Post successivo

L’Artiglio Arcobaleno: Roan Parrish, Skylar M. Cates e Kim Fielding. Un terzetto tutto Dreamspinner Press

Babette Brown

Babette Brown

Babette Brown o meglio... Annamaria Lucchese è nata tanti anni fa in quel di Padova. Strappata in tenera età alle brume del Nord, è stata catapultata dalla vita prima a Roma, poi a Milano. Al momento (ma non promette niente) sembra stabile a Roma, dove vive in una casa piena di libri e, da brava zitella, con tre gatti teppisti e una cagna psicolabile.
Laureata in Filosofia, ha lavorato come docente e dirigente scolastico.
A parte questo, risulta essere una brava persona. Da qualche anno, ha aperto un blog che si occupa di narrativa rosa e un gruppo Facebook, all’interno del quale trovate lettori e scrittori che convivono in pace.

Nessun Commento

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *