Scrittrice, grafica, illustratrice, fumettara. Questa è Simona Diodovich. Non è stato facile mettere un freno alla cascata di parole che mi ha riversato addosso. Sono uscita stremata da questa intervista, ma ne è valsa la pena.

Benvenuta. Raccontaci di te.
Ciao Babette, grazie per avermi invitato. Come si comincia a parlare di
se stessi? Direi che sono svitata come un
tappo di bottiglia
. Ho la mente che viaggia costantemente su quattro binari
differenti: la grafica, l’illustrazione,
il fumetto e la scrittura
. Ci sono volte che mi perdo pezzi di una giornata
senza un motivo valido, solo perché mi sto divertendo a fare uno dei miei
quattro lavori.
Se disegno, sono felicissima di farlo perché mi mancava. Se scrivo, sono
contenta di scrivere perché prima stavo disegnando per cui non avevo tempo per
fare questo. Se non si è capito mi diverto tantissimo a fare il mio lavoro.
Dopo ventisette anni di editoria, io sono una delle poche persone che ha ancora
la gioia e l’entusiasmo per realizzare un progetto. Diventa difficile quando
fai tutti questi lavori rendere ogni nuovo progetto innovativo e frizzante. Ma
sono fortunata, io non amo la noia, per cui mi riscopro sempre felice e pronta
a nuove idee. Uh, be’, da qui di vede anche che sono un tipo positivo. Sempre.
Sono tenace, mai abbassato la testa per dire
non ce la faccio
. Se rallenti, arriva qualcuno che ti supera. Il mondo
dell’editoria è duro e bisogna essere in gamba e competitivi. Io ho lavorato
per anni a Canale 5 con A. Valeri Manera; lei mi ha insegnato ad essere quella
che sono oggi sul piano professionale. Se avessi incontrato una persona solo di
poco diversa, sarei differente. Forse.
Che tipo di scrittrice sei e qual
è il genere che più ti rappresenta?
Che tipo di scrittrice sono… versatile. Dato che vengo dal disegno, ho
due o tre regole che applico anche alla scrittura. Le tengo custodite come se
fossero oro. La prima è “Se hai fatto un bel disegno non vuol dire che sei una
disegnatrice” e l’ho applicata alla lettera quando pubblicai il primo libro.
Per me ero solo un colpo di fortuna. La seconda è “Se fai sempre bellissimi
disegni, ma sono sempre gli stessi, non sei una brava disegnatrice”; perciò
tendo a non scrivere nulla che abbia contenuti simili due volte di seguito. Mi
annoierei io, figuriamoci chi legge. La terza è la migliore “Ho lavorato in
molti posti come disegnatrice, in ognuno cambiavo stile di disegno per esigenze
di lavoro. Se all’inizio è faticoso, dopo tutti questi anni la tua mano è
allenata per disegnare almeno sette stili differenti. Per cui ovunque tu vada, tenti
di realizzare qualcosa di nuovo. Non è da tutti. Alcuni, forti del loro stile,
non si cimentano in altro per paura di fare flop.” Lo stesso nella scrittura,
ovviamente non cambio stile, cambio genere. Per non annoiarmi. Se scrivo un
fantasy, poi scrivo un horror, poi un romance… mi diverto, insomma.
Che genere mi rappresenta? Ti
direi che il filo conduttore di ogni mio libro è l’emozione, per cui il genere
è emozionale. Ho studiato psicologia per parecchi anni a scuola e per diletto
fuori. Amo l’idea di far arrivare al lettore ogni emozione contenuta nel libro,
dalla più delicata alla più forte e scioccante. Non importa se scrivo un horror
o un romanzo leggero. Un susseguirsi di emozioni dalla prima all’ultima pagina.
Per lo meno è quello che tento di fare, sempre.
Hai un autore (o un’autrice) al quale (alla quale) ti ispiri?
Io ho amato da sempre Stephen
King e Anne Rice. Amo la Roth. Jeffery Deaver. Non mi sono ispirata a nessuno
in particolare, ma ringrazio King per avermi prima fatto essere un’accanita
lettrice, e poi una che scribacchia. E sono una disegnatrice grazie al 90% dei
disegnatori giapponesi.
Da Araki, Miyazaki, Leiji
Matzumoto, a Ryoko Ikeda.
Qual è il primo romanzo che hai pubblicato? E il primo disegno?
Il primo romanzo che ho
pubblicato è stato “Carlie”, con una
casa editrice così piccola che non fece nemmeno l’editing. Ora è fuori con il
nome di  “Il mio nome è Carlie”. Il primo disegno pubblicato invece era per
la casa editrice Universo, per l’Intrepido Sport. Era l’anno in cui uscii dalle
superiori. L’inizio di tutto.
Quale sarà il prossimo romanzo?
Il prossimo libro sarà il seguito
di un romanzo sportivo scritto l’anno scorso. Data d’uscita aprile, titolo HUP,
che è la sigla di una città della Virginia. Il mio ottavo libro per
l’esattezza.
Da dove arriva l’ispirazione?
Ho sempre avuto una fervida
immaginazione e sono strana anche come disegnatrice. Dico così perché per le
mie amiche scrittrici io creo troppo, e così do la colpa al fatto che vengo dal
disegno, solo che anche i disegnatori mi guardano strano. Per cui ritengo di
essere strana e basta. Io creo sempre. Passeggio e creo un libro, pulisco la
cucina, ecco un’altra idea. Sto disegnando? Perfetto prendo appunti. Creo disegni
da realizzare a uncinetto? Altra idea. Guardo la gente in mezzo alla strada?
Nasce una storia. Sento una canzone? Idea in arrivo. Realizzo storie da quando
andavo a scuola, anche se all’epoca erano per cartoni animati. Sceneggiature a
campi lunghi e primi piani… per realizzare la stessa storia a fumetti ci
vogliono dai tre ai quattro anni, se la scrivo molto meno. Ecco svelato il mio
mistero. Il mio cervello sa che così ne posso creare di più e me le butta fuori
ciclicamente. Scartavetrano il mio cervello e io devo scriverle.
Di solito è peggio se sono sotto
pressione con le scadenze. Sembra che il cervello corra ancora più veloce.
Hai un luogo speciale nel quale ti rifugi per scrivere?
Ho un ufficio tutto mio che
considero il mio regno. È il mio mondo, pieno di scatoloni di fumetti, cartoni
animati etc. Pareti tappezzate di disegni fatti a mano. Lì mi siedo e creo. Ma
va bene anche in casa mia. Tranquilla. L’importante è che io sia sola, senza
che nessuno mi disturbi. Non ascolto nemmeno la radio se devo scrivere, mi
distrae. Al limite dei cd ma di musica bassissima. Per farti un esempio,
andrebbero bene le musiche strumentali del film Titanic, perché non hanno
parole e non mi distraggono. Il mio cervello deve sentirla ma non troppo.
Perché se una canzone attira la mia attenzione e mi crea un’emozione per un
libro, lo fa prima che io inizi a scriverlo. Dopo mi disturberebbe.
Qual è il tuo metodo di scrittura?
Cammino, creo una storia, per
giorni vado al lavoro e io divento
quei personaggi del libro, vivo la loro esistenza e prendo appunti. Mi siedo a
un tavolo e creo la scaletta del libro. I personaggi si formano come carattere
già nella mia mente da subito, ed escono spontaneamente loro, dicendomi come
vogliono essere (sembro pazza qui, vero?). Ho una tabella da seguire, ma da un
punto all’altro del libro ci creo il mondo, a seconda di come si muovono i
personaggi, a seconda di cosa mi succede nella giornata. Per esempio: due miei
personaggi finiscono nelle sabbie mobili perché quel giorno era stata una giornata
impegnativa. Un demone essiccò una povera donna squartandole la pancia per fare
uscire un piccolo demone che si nutrì della madre, perché quel giorno avevo
caldo ed ero a dieta. Quindi, seguo la tabella ma poi vado dove vogliono i
personaggi.
Come tieni separate (se ci riesci) la vita di tutti i giorni con
l’attività di scrittrice/disegnatrice… eccetera?
Perché le altre ci riescono? Non
so come fanno le altre scrittrici, ma con quattro mestieri differenti mi devo
sforzare per non immergermi completamente nel lavoro. Il mio cervello va anche
di notte per elaborare dati e mi sveglio con un’idea che devo assolutamente
mettere su carta. Viaggio tutti i giorni con quaderni per appunti, blocco per
schizzi e un astuccio che farebbe invidia a una cartoleria. Sempre. E non mi
stanco mai oltretutto.
Volete fare due chiacchiere con
Simona? Ecco dove potete trovarla.