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Gli occhi del desiderio, Fan-Fiction di Sarah Bernardinello, decima puntata

Capitolo 9

Nabir non ebbe modo di incontrare Gyllahesh, o stare anche solo qualche istante con lui, per quasi sette giorni. Il libero amante era stato impegnato. Non che lui avesse avuto il tempo di cercarlo per parlargli: Myrrin aveva fatto in modo che le sue giornate fossero piene. Lo trattava con gentilezza e gli aveva mostrato la villa e il giardino, dandogli il tempo di adattarsi agli spazi e  imparare come muoversi. Nabir apprendeva in fretta, così come ebbe modo di dimostrare. La disposizione dei mobili, la lunghezza dei corridoi, le scale che portavano al piano superiore, il giardino con le sue aiuole e i sentieri che vi giravano attorno.
Sivar si occupava del giardino e gli aveva insegnato dove prendere gli attrezzi più piccoli per curarlo. Le mani di Nabir avevano sostituito i suoi occhi, nel riconoscere le erbacce e strapparle al posto dei fiori. Le foglie vellutate gli accarezzavano i polpastrelli, facendogli desiderare di vedere quel tripudio di colori: chissà se nella stagione del risveglio sarebbe stato ancora lì. Da un lato lo sperava. Dall’altro…
Sapeva quando arrivava un’ospite, Myrrin correva ad aprire il pesante portone all’ingresso, e lui, dalla cucina, udiva la voce femminile che chiedeva di Gyllahesh. Forse era una fortuna che l’uomo prendesse gli appuntamenti durante il giorno, e non di sera. Nabir non sapeva se avrebbe potuto resistere nell’udire i gemiti e i sospiri provenienti dalla stanza di Gyllahesh. A volte, di notte, lo udiva muoversi, e restava a fissare con gli occhi spalancati il soffitto avvolto nell’oscurità, finché il silenzio non era totale. Anche così, impiegava molto tempo per addormentarsi. Non avrebbe dovuto, ma si sentiva comunque abbandonato dall’uomo che lo aveva portato via da Charka. Un sentimento stupido e ingrato, ma non poteva evitare al suo cuore di stringersi ogni volta che sentiva annunciare una visita o rientrava in casa e Myrrin gli diceva di parlare a bassa voce.
Non erano solo i suoi occhi a essere sbagliati, era tutto il suo essere.

***

Gyllahesh era stanco. La passeggiata nel grande parco della città lo aveva lasciato spossato, dopo aver chiacchierato con altri liberi amanti ed essersi mostrato alle donne che scivolavano leggere tra le aiuole ben curate. Il freddo avanzava, ma questo non impediva a nobili e militari di dare un’occhiata ai maschi che comparivano davanti a loro. Molte avevano fermato Gyllahesh, salutandolo e guardandolo come se fosse una cosa rara e bellissima. Lo aveva letto nei loro occhi, il desiderio di averlo almeno per qualche tempo.
Entrando in casa, si chiese se avrebbe potuto dimenticare quella stessa, strana luce che aveva acceso gli occhi verdi di Nabir, il giorno del loro arrivo, quando era entrato per sbaglio nella sua stanza. Rivedendola nello sguardo delle donne incontrate, si era reso conto che era la stessa, sebbene inconsapevole, per quanto riguardava il ragazzo. Sperò che fosse inconsapevole.

Myrrin comparve da un corridoio laterale e gli venne incontro, prendendo dalle sue mani il pesante mantello che si era appena tolto.
«Avremo ospiti?» gli chiese l’uomo più anziano, ripiegando il mantello con cura.
«Oggi no.» Gyllahesh si sistemò i lunghi capelli, rimasti schiacciati sotto il collo del mantello. «Come va?»
«Come al solito.» Myrrin alzò gli occhi azzurri e acquosi su di lui. «Nabir sarà contento di poterti vedere almeno una volta. E io ho bisogno di parlarti.»
Gyllahesh aggrottò la fronte. «Di lui?» Il cenno di assenso dell’altro lo turbò. «Ci sono stati dei problemi?» Uscire presto e rientrare senza vedere il ragazzo sembrava diventata un’abitudine. Ringraziò gli dei che il ragazzo non avesse dovuto ascoltare il risultato degli incontri che avvenivano nella sua camera da letto, tutti i giorni, mattina o pomeriggio che fosse.
«Nessuno. Il ragazzo sarebbe l’orgoglio di chiunque. Sivar non fa che lodarlo per la sua bravura in giardino, e in cucina si dà da fare. Impara molto velocemente, e compensa i suoi occhi con le mani. Nabir è da ammirare, davvero.»
«Ne sono felice. Allora qual è il problema?»
Myrrin gli fece cenno di spostarsi verso la cucina, e lui lo seguì. Sembrava dovessero davvero parlare in privato, senza altre orecchie ad ascoltarli.
Chiusa la porta, Myrrin lo guardò.
«Nabir ha bisogno di vestiti. Si prende cura di se stesso, si tiene pulito e in ordine, ma ha un cambio soltanto, e con il freddo gli abiti fanno fatica ad asciugare.»
Gyllahesh fece un gesto con la mano. «Quindi vorresti che facessi qualcosa in merito.»
«Basterebbe della stoffa pesante, al resto penserei io. Il ragazzo è piccolo e magro, confezionargli delle brache e delle casacche sarebbe una cosa semplice e veloce. Niente di elaborato, ma almeno starebbe al caldo. Ora indossa i suoi vestiti ancora umidi, pur di mantenere il decoro.»
Il decoro…
Gyllahesh chiuse gli occhi per un istante. Non si era preoccupato di questo. Aveva dato un tetto e un lavoro al ragazzo, scordando che proveniva comunque da una famiglia povera.
«Hai ragione, Myrrin,» mormorò, aprendo gli occhi e incontrando lo sguardo del suo più fedele amico. «Domani c’è il mercato, lo porterò con me. Sono libero fino al pomeriggio.» Era sollievo quello che vedeva sul volto dell’uomo? Doveva esserci dell’altro. «Cosa c’è, Myrrin? Vedo che non è finita.»
L’altro prese un respiro, prima di rispondere. «Nabir ha chiesto se c’è un’altra stanza da occupare.»
«Un’altra stanza? Che cos’ha che non va la sua?»
L’imbarazzo colorì le guance pallide di Myrrin. Perché era imbarazzo, non poteva sbagliarsi.
«Credo che tema degli incontri… serali.» La voce si spense sull’ultima parola, ma lui capì.
«I miei incontri, vuoi dire? Sai benissimo che le notti sono solo mie.» Gyllahesh sentì un fremito di collera scaldargli lo stomaco. Cos’altro doveva presumere il ragazzino?
«Questo lo so, ma non sta a me decidere, Gyllahesh. Da quando è arrivato, te ne sei rimasto distante, e lui conosce soltanto te.»
«E tu? E gli altri?» ribatté lui, piccato.
«Non è la stessa cosa. E comunque, Sivar non fa che lodarlo, e così Rashin, ma sei tu quello a cui fa riferimento, e non ti ha visto né parlato per sette giorni. Cosa credi che possa pensare?»
«Non che l’abbia abbandonato, spero,» sbottò lui, irritato. Non era stato davvero così, gli impegni si erano susseguiti. Era pur vero, però, che la casa si svegliava presto, e che avrebbe avuto tutto il tempo di vederlo e scambiare due parole con Nabir, anche solo per chiedergli come stava, e non lo aveva fatto. Non lo aveva abbandonato. Lo aveva… ignorato. Il che forse era anche peggio, ma ricordava anche troppo bene l’espressione sul suo viso quando lo aveva visto nudo nella sua camera da letto. Intravisto era più corretto, ma non avrebbe potuto dimenticare il rossore sul suo viso e lo sbattere di quelle lunghe ciglia biondo scuro.
Myrrin scosse la testa. «Non credo lo pensi, ma-»
«Hai ragione,» lo interruppe. «Quando rientra gli parlerò, gli chiederò come sta. E domani lo porterò al mercato. È bene che veda dell’altra gente oltre a noi.»
L’altro annuì. «Mi sembra giusto.»
Gyllahesh si chiese se lo fosse davvero. Evitarlo per tutti quei giorni era servito a poco, ma il ragazzo aveva il diritto di sapere che non era meno importante degli altri uomini che vivevano nella villa. Che non era meno importante per lui. Anzi, forse lo era di più, ma questo non lo avrebbe mai saputo, né lui né altri.

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Sono quelli che scrivono a Babette Brown: "Senti, avrei una cosetta da mandarti. Posso?"
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