Puoi scegliere di leggere e godere del nostro lavoro. E basta. Il Blog è nato per questo.
Puoi anche scegliere di ripagare questo dono con un gesto di solidarietà.
Alla fine del racconto, decidi, ma che ti sia piaciuto oppure no, rifletti.

Una casa disabitata. Dicono che ci viva una colonia di gatti, da tempo immemorabile. Un assassino che nasconde la refurtiva, credendosi al sicuro.

Il gatto era là, e lo guardava. L’uomo sentiva i suoi occhi gialli su di sé.
Quando però si girò per fissarlo a sua volta, vide solo il buio, di felini neppure l’ombra. Forse si era immaginato tutto. Dicevano che quella costruzione in rovina fosse abitata da una colonia di gatti neri e che il capo branco fosse vecchissimo, perché si trovava lì fin da quando la casa era florida e abitata. E questo avveniva più di quarant’anni prima. Scosse le spalle. Tutte balle. I gatti non vivono in branchi e nemmeno campano decine di anni, al massimo si avvicinano ai venti. Certo, fra quei ruderi qualche mangia-topo c’era di sicuro, ma niente più. Nessun essere speciale. Nessun giustiziere. Il fatto che la famiglia fosse stata sterminata da un feroce ladro non giustificava la credenza che si era diffusa, secondo la quale il loro micio ferito aveva acquisito chissà quali poteri per vendicare i suoi amici umani.
Era solo una coincidenza beffarda che l’omicida fosse stato investito davanti alla casa esattamente un mese dopo la sanguinosa rapina e proprio dall’auto della polizia; ed era pura follia da parte sua l’affermazione di essersi gettato in mezzo alla strada perché inseguito da un gatto nero inferocito. Un caso curioso, sufficiente però ad alimentare la leggenda metropolitana che aveva bollato l’edificio come maledetto e nominato il gatto nero suo custode.
Lui quella famiglia non l’aveva nemmeno conosciuta, era un bambino quando era stata trucidata. Negli anni c’erano stati altri episodi apparentemente illogici: due coniugi che avevano abitato nella casa si erano ammalati gravemente e alcuni passanti un po’ ficcanaso si erano feriti intrufolandosi fra le mura già cadenti. Stando alle voci che circolavano, si trattava nel primo caso di una coppia di strozzini e nel secondo di delinquenti in fuga. Ma, lui ne era sicuro, erano solo invenzioni: si sa, le storie maledette affascinano.
Riprese a scavare. Il fatto che la gente considerasse quel luogo nefasto era un vantaggio per lui: nessuno sarebbe andato lì a frugare e la refurtiva sarebbe rimasta al sicuro fino a che le acque non si fossero calmate; allora l’avrebbe recuperata e avrebbe potuto portarla a qualche ricettatore, ricavandone una bella cifra. Il colpo era stato davvero buono, aveva fruttato più gioielli e contanti di quanto avesse immaginato. Sospirò di soddisfazione.

Uno strano suono gli fece eco, una specie di frrr. Si guardò intorno: oltre il raggio della luce proiettata dalla torcia c’era solo buio. Il silenzio tornò ad avvolgerlo. Finì di ricoprire il suo tesoro e lo considerò compiaciuto. Se anche qualcuno si fosse avventurato da quelle parti, non avrebbe notato nulla. E poi, sorrise fra sé, c’era il gatto nero con il suo branco a fare la guardia…
Si alzò e scosse le gambe, i muscoli erano un poco indolenziti per il tempo trascorso piegato a scavare. A parte quello si sentiva bene, poteva tornare a casa tranquillo. Era tutto a posto. Nessuno avrebbe potuto sospettare di lui. Un colpo perfetto.
O quasi.
Se solo quello stupido commesso non avesse tentato di fermarlo. Se solo l’idiota non si fosse messo in mezzo strillando. Non gli aveva lasciato scelta. Aveva dovuto metterlo a tacere. Lo aveva lasciato silenzioso e immobile. Per sempre.
Tastò il pugnale che teneva in tasca. Compagno fedele delle sue avventure, lo aveva tirato fuori dagli impicci anche quell’ultima volta.
Fece per girarsi e andarsene quando udì di nuovo quel frrr.
Alzò le spalle e fece un passo in direzione della strada ma, subito, si bloccò. Prima doveva risolvere una questione: capire chi fosse quel qualcuno o qualcosa che si stava burlando di lui. Non intendeva permettergli di prenderlo in giro. Brandì il coltello e diresse la luce della torcia verso il punto da cui gli era sembrato che provenisse il rumore.

Nulla. Nessun quadrupede né altro in vista.
Udì un nuovo frrr dietro le spalle. Si voltò di scatto e gli parve di scorgere un’ombra saltare giù da un muretto e dirigersi verso i resti di quella che era stata la cantina. La seguì, attento a dove metteva i piedi, il terreno era ingombro di detriti.
Frrr.
Gli sembrò che le voci fossero diventate più di una ma, si disse, forse in quel punto c’era una sorta di eco.
Ecco un altro frrr davanti a lui e un guizzo nero.
Era un gatto, dunque. Non poteva essere che un gatto… Ne intuiva la presenza, più che vederlo, su un cumulo di assi spezzate e di calcinacci a portata del suo pugnale.
Frrr fece ancora l’ombra, puntandogli in faccia i suoi grandi occhi gialli.
“Ora ti farò tacere per sempre” pensò lui e si lanciò con il coltello alzato, lo sguardo fisso nelle pupille che sembravano schernirlo.
Così non vide che sotto i suoi piedi il gradino della scala di legno era marcito, e non si accorse che cedeva sotto il suo peso. Inciampò. La caduta non fu rovinosa: avrebbe potuto cavarsela con qualche livido e basta, se solo non avesse battuto la testa contro lo spigolo di una lastra di marmo, un tempo il piano di un tavolo.
Prima che le sue palpebre calassero per l’ultima volta, ebbe appena il tempo di pensare che quel luogo era davvero maledetto.
Sopra di lui innumerevoli coppie di occhi gialli, come stelle gemelle in un cielo nero, mentre una sorta di vento mortifero soffiava il suo frrr.

Il giorno successivo qualcuno avvisò la polizia, che rimosse il cadavere e svolse brevi indagini, catalogando la morte come accidentale.
Fu solo dopo oltre un mese che la donna che si occupava della colonia, incuriosita dall’insistente rovistare dei mici nel terreno, si mise a scavare e portò alla luce la refurtiva sepolta. Non ne fu troppo stupita: era già successo altre volte che dei ladri nascondessero lì il loro bottino, pensandolo un luogo sicuro per via della maledizione.. .
Osservò i gioielli e il denaro: non c’era modo di rintracciare a chi appartenessero. Quel piccolo tesoro adesso spettava di diritto ai gatti. Avrebbero avuto di che sfamarsi per un bel po’.

Tentativo banner spam

Antonella Sacco è nata a Firenze, dove vive e lavora. Laureata in Matematica ha sempre amato leggere e scrivere. Ha pubblicato alcuni libri per bambini e ragazzi in cartaceo con editori nazionali (fra cui uno con Piemme) e diversi romanzi e raccolte di racconti in ebook come autrice self.
Sia come lettrice che come autrice spazia in vari generi e stili letterari. Tiene anche un piccolo blog.