C’è una lettera che custodisco da quarant’anni. La carta è un po’ ingiallita, ma le parole hanno conservato intatta la loro magia: «Nina del Tricolore ci è piaciuto molto e lo pubblicheremo. L’aspetto a Segrate per formalizzare il contratto.»
La firma era quella di Laura Grimaldi.

Per chi conosce gli scrittori di razza, e in particolare chi ha avuto a che fare con le case editrici di quegli anni, non è un nome qualsiasi. Lei era una delle grandi figure della narrativa italiana. Oltre ad aver creato la prestigiosa, amata, collana I Romanzi Mondadori, ha indubbiamente contribuito a far innamorare della lettura romantica intere generazioni di lettrici.

Le parole a volte hanno lo strano potere di rivoluzionare un mondo, e il mio cambiò. Non perché pensassi di essere arrivata, ma per il fatto che dopo più di due anni di manoscritti restituiti, rifiuti e attese, qualcuno aveva detto una parola semplice e meravigliosa: “”.
Chi scrive e spera di pubblicare ne comprende il valore e sa che dietro un “sì” ci sono tutti i “no” che l’hanno preceduto. I dubbi, le riscritture, la tentazione di arrendersi, ma anche la volontà ostinata che persevera a ripeterti di provarci ancora una volta, di non mollare nonostante i risultati poco incoraggianti. Non potevo sapere che sarei diventata la prima autrice italiana a esordire tra tante autrici straniere nella collana, senza immaginare di aprire la porta ad altre autrici italiane, le quali hanno dimostrato la loro bravura nel romance nazionale e non solo, dando un’impronta sempre più incisiva e inconfondibile alle nostre storie con ambientazioni tutt’altro che banali e scontate.
Alla lettera di Laura Grimaldi che dava una svolta alla mia vita, quella sera io e mio marito decidemmo di trattenerci a Milano. Volevamo prolungare quella gioia che ci pareva irreale. Al Teatro Nazionale debuttava il nuovo spettacolo di Gianni Morandi, tornato sulle scene dopo un periodo difficile. Ricordo una platea gremita di pubblico e personaggi noti quali Bearzot, Gianni Bella, Enrico Ruggeri e altri artisti. A un certo punto, Morandi inizia a cantare un brano inedito: Uno su mille ce la fa…  Ammetto che a coronamento della firma del primo contratto editoriale, non avrei potuto scegliere una colonna sonora più perfetta. Provai la sensazione che la canzone stesse parlando proprio a me. Mi commossi e pensai ai rifiuti ricevuti, ai manoscritti restituiti… e alla voglia di farcela che mi aveva stimolato a perseverare.

Quarant’anni dopo, quella lettera è ancora nel cassetto e la rileggo ogni tanto, non per incensarmi con un promemoria, ma per ricordare all’esordiente di allora che aveva avuto ragione a non gettare la spugna. Quella lettera rappresenta il momento esatto in cui un sogno ha smesso di essere tale per trasformarsi in una realtà che ha cambiato il mio destino.

Quarant’anni di sogni miei e di chi ha sognato con me” non intende essere uno slogan, ma il senso di ciò che significa tagliare questo traguardo, e mi fa un certo effetto scriverlo. Quando pubblicai  Nina del Tricolore, non esistevano internet, i social, gli ebook, Amazon, l’AI e quant’altro. I manoscritti viaggiavano per posta; le lettere impiegavano giorni, se non settimane, a giungere; il telefono era quello con il filo; si usavano carta Fabriano e la macchina da scrivere. Se solo mi avessero detto che quarant’anni dopo avrei ancora scritto romanzi, manuali, saggi, e mi sarei rapportata con i lettori attraverso un video, probabilmente avrei sorriso con indulgenza. E invece eccomi qui…

Ho visto mutare il pianeta editoria in modo radicale. Sono mutate le modalità per arrivare ai lettori dopo l’avvento del self publishing, le copertine, i modi di promuovere un libro. Sono nate nuove opportunità, e anche nuove difficoltà. Alcune case editrici sono scomparse, altre si sono fatte avanti; il mestiere dello scrittore è diventato semmai più complesso. Ho avuto la fortuna di collaborare con importanti case editrici e di incontrare tante lettrici che, con il loro affetto, hanno dato un significato a tutto quel tempo trascorso davanti alla tastiera. Ma sapete qual è la soddisfazione più gratificante? Non è vedere il proprio nome stampato su una copertina, è ricevere un messaggio che dice: “Quel personaggio mi ha fatto compagnia in un momento difficile.” Oppure: “Ho pianto insieme a Brunella.” O ancora: “Mi sembrava di vivere dentro quella storia”.
Quello è il momento esatto in cui mi rendo conto che il romanzo ha smesso di essere mio, diventando vostro.

Mi è stato chiesto spesso qual è il segreto per continuare a scrivere. La verità è che non esiste alcun segreto, credo che un autore debba conservare una qualità che appartiene ai bimbi: la capacità di meravigliarsi, di non stancarsi a osservare le persone, di ascoltare ciò che non viene detto, di cogliere uno sguardo, un silenzio esplicito, un messaggio inespresso… Le storie sbocciano proprio da simili fondamentali dettagli.

Oggi, voltandomi indietro, provo gratitudine. Per gli editori che hanno creduto in me, per i colleghi incontrati durante il cammino, la famiglia, che ha condiviso con pazienza le assenze di chi, pur essendo presente, in realtà vagava in un altro secolo, in un’altra dimensione, in un’altra storia. E specialmente per le lettrici, per coloro che mi seguono da allora, per quelli arrivati da poco, per chi magari scoprirà i miei romanzi domani. Sono loro il motivo per cui ogni mattina mi piazzo al computer con la stessa emozione di tanti anni fa. In fondo, ne siamo tutti consapevoli, i libri sono sogni condivisi, e non contano i due milioni e mezzo di copie vendute tra i vari titoli, non una pila di romanzi, ma una Olivetti Lettera 22, una vecchia lettera firmata da Laura Grimaldi, un computer acceso, le belle storie d’amore e un’autrice diversamente giovane che, incurante di tutto quel futuro che si è lasciata alle spalle, sorride davanti a una pagina bianca aperta sullo schermo e pensa: “Vediamo dove mi porterà quest’altra storia.”

GRAZIE A TUTTI, CON TUTTO IL CUORE!
Mariangela Camocardi

Copertina creata con ChatGPT.

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