Clotilde non leggeva le quarte di copertina.
Non leggeva le recensioni, le fascette promozionali, le interviste agli autori e nemmeno i titoli dei capitoli, perché un capitolo intitolato La scoperta era già, secondo lei, un’inaccettabile anticipazione.
Quando comprava un libro, lo sceglieva in base a criteri rigorosamente privi di informazioni: il colore della copertina, il peso, il carattere usato per il nome dell’autore e, nei casi più disperati, l’odore della carta.
Il libraio aveva imparato a servirla in silenzio. Le consegnava il volume dentro una busta opaca, con la copertina rivolta verso il basso. Una volta aveva commesso l’errore di aggiungere: «Questo finale è davvero…»
Clotilde era uscita dal negozio lasciando il libro, la borsa e una scarpa.
Anche la sua vita sociale era diventata complicata.
Prima di incontrare un’amica, pretendeva una dichiarazione scritta: Io sottoscritta mi impegno a non rivelare morti, matrimoni, assassini, resurrezioni, identità segrete, gravidanze, naufragi, parentele inattese e presenze di gemelli malvagi.
L’amica Teresa era stata bandita per aver pronunciato la frase: «Aspetta di arrivare a pagina 243».
«Non ti ho detto che cosa succede» aveva protestato Teresa.
«Mi hai detto che succede qualcosa.»
«In tutti i libri succede qualcosa.»
«Non necessariamente. Ho letto certi romanzi contemporanei.»
Il problema più grave erano le serie televisive. Clotilde le guardava soltanto dopo che tutti avevano smesso di parlarne, generalmente quindici anni dopo la messa in onda. Tuttavia, prima di accendere il televisore, chiudeva le finestre per non sentire i vicini, scollegava il telefono e copriva con un asciugamano il modem, che considerava «un noto complice degli algoritmi».
Una sera suo marito entrò in salotto mentre lei guardava un giallo.
«Ah, questo è quello in cui l’assassino…»
Clotilde gli lanciò il telecomando.
Lui riuscì a schivarlo, ma da allora annunciava la propria presenza nel corridoio gridando:
«Non so niente! Non ho visto niente! Sto solo andando in bagno!»
Con il tempo, la fobia si estese ad altri campi.
Clotilde smise di ascoltare le previsioni meteorologiche perché sapere che il giorno dopo avrebbe piovuto le rovinava il finale della giornata. Non apriva i biscotti della fortuna. Rifiutava gli esami medici, sostenendo che il referto fosse uno spoiler sul proprio organismo. Al ristorante ordinava «qualcosa a sorpresa», ma poi accusava il cameriere di averle anticipato troppo dicendo: «Arriva subito».
Il culmine fu raggiunto al matrimonio della nipote.
Quando il sacerdote domandò alla sposa se volesse prendere in marito il giovane che le stava accanto, Clotilde si alzò in piedi.
«Non rispondere!»
Tutti si voltarono.
«Zia, è il mio matrimonio.»
«Appunto. Perché rovinare la tensione narrativa?»
La sposa disse ugualmente di sì.
Clotilde abbandonò la chiesa indignata.
Testo e copertina creati con l’assistenza di ChatGPT.
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