Non faccio tante presentazioni perché mi stanco facilmente, ma qualcuna mi tocca. Fra le altre, ero stata ospitata da un’associazione in Vico della Croce Bianca. Mi aveva colpito il contrasto fra il buio del caruggio e il bianco dell’interno. Quella sensazione è rimasta lì, come un seme. Poi alla fine del settembre 2025 ho aperto un file nuovo e ho cominciato a scrivere dando ad Antonio le stesse sensazioni che avevo provato entrando.
Come sempre, non avevo alcuna idea dell’intreccio giallo, ma soltanto lo stato d’animo del mio protagonista, la sua voglia di silenzio, di tregua. Anche un disinteresse iniziale per l’omicidio perché la vittima gli piace poco. Però deve scoprire il colpevole e soprattutto il movente. E cosa fa Antonio quando deve pensare? Si muove. In questo romanzo percorre tanta città, storia perfetta per chi ha l’abitudine di controllare i suoi passi sulla mappa. C’è il Centro Storico con Vico della Croce Bianca, Untoria e il cuore del Ghetto, Piazzetta del Roso e Salita di Santa Brigida. Ci sono il Porto Antico e i Corsi, la balconata ideale per ammirare Genova dall’alto. La zona dei teatri, da Villetta Dinegro con la Chiesa di Padre Santo.
Rileggere la prima stesura, quella che chiamo la grossa, è stato scoprire che tanti percorsi della mia vita l’avevo dati ad Antonio senza rendermene conto. Da Padre Santo c’era stato il funerale della sorella di mio padre; lei abitava a pochi metri e per andare a trovarla seguivo la via descritta nel romanzo. E Sampierdarena! La Fiumara e la stazione ferroviaria. Quando avevo scritto la grossa ero stata da poco a una presentazione alla Libreria Giunti nel centro commerciale. Di solito, mi spostavo in auto, ma quella sera avevo deciso per il treno. Tutti i percorsi che ritroverete nella storia. E la traversa di via Fillak è a quattro passi dal mio vecchio liceo… La mia vita si infiltra nel romanzo, forse è il romanzo a impossessarsi della mia vita. Vi avevo detto del disinteresse iniziale, ma Antonio riceverà un colpo al cuore che cambierà tutto con una rotazione di 180°. E dovrà affrontare le ondate.
Per raggiungere casa me la prendo comoda lungo la strada del mare; accosto in uno slargo subito dopo Capo San Rocco. Il Monte di Portofino è una sagoma nera contro un cielo ugualmente nero, ma lo conosco tanto da scoprirlo nelle poche tracce luminose delle case.
Come un’indagine. È che in questa ho poco o forse troppo.
Quando non passano auto ci sono brevi pause di silenzio e allora posso sentire le onde che si infrangono contro il molo qui sotto. Non mi servono gli occhi per sapere che è grosso, grosso davvero. Arrivano una dopo l’altra e nuotando non sarebbe facile prendere fiato.
Come in questa indagine.
Improvviso, ecco il ricordo di Pietro Gambaro, con una decina d’anni più di mio padre. Al mare, verso Arenzano. Grosso, grosso da paura. E lui, che era un forte nuotatore, non si butta. “Capisci che diventi vecchio, Nino, quando senti che fra una e l’altra ondata non riusciresti a prender fiato.”
Forse sono diventato vecchio perché non riesco a prender fiato fra un’ondata e l’altra di questo caso.
Ritorno in auto dopo aver fatto il pieno di salino e umidità, avvio e all’insenatura successiva svolto verso l’interno.
N.B. Se cercate su una mappa di Genova Capo San Rocco potete scoprire dove abita la famiglia Mariani Lucas. Non ho scritto Antonio per ricordarvi che Anto tiene moglie che spara.(vedi Ostinato silenzio)
Rileggendolo dopo la grossa, per le innumerevoli revisioni, ho capito finalmente cosa volevo scrivere. Un noir in cui l’essenziale fosse il MOVENTE. Penso che ognuno di noi abbia alcune convinzioni profondamente radicate; la mia è che “nessuna persona è un’isola”, ma le azioni (e le non-azioni) di una si riflettono nelle altre vite. Ci sono connessioni e legami spesso invisibili ma reali. Questo volevo mostrare: come parole in sé inoffensive possono dare origine a una valanga di sofferenza.
E ora dettagli meno seri con altre anteprime.
Posso continuare a piedi. Qui siamo proprio sopra la parte del Centro Storico fra via Balbi e il porto. Da anni non cammino su queste pietre. Da ragazzo mi facevano sognare: Balaclava, Montebello, Zucchero. Ho sempre avuto questa gran passione per le vie, penso di aver imparato la storia per scoprire cosa si celava dietro quei nomi misteriosi. Forse per questa passione da adolescente sono una specie di mappa della mia città.
Volete sapere in quale ruolo Antonio adolescente giocava a pallone?
– È di quando ero ragazzo e giugâva a-o ballon, giocavo a pallone.
– Ne avevo uno uguale. (Antonio)
– Io ero ala.
– Centrocampista. Uno di quelli di una volta. (Antonio)
Mi misura con un’occhiata: – Alto, robusto, sì, centrocampista. Scelta naturale.
A tutte e a tutti che il domani sia migliore dell’oggi.
Dopo aver bussato a molte porte il commissario capo Antonio Mariani è riuscito a ottenere un colloquio fra Luigi Mannini e Anna Traverso che lo conosce da quando era ragazzo. È stato consentito perché il detenuto è in fin di vita. Mariani sta tornando a Genova dopo aver accompagnato la Traverso alla Casa Circondariale di Cuneo quando riceve una chiamata dall’ispettore Lorenza Petri. C’è stato un omicidio in vico della Croce Bianca, il cuore del Ghetto. La vittima è Clara Deneri, una volontaria di Arcobaleno, un’associazione che offre ai bambini e agli adolescenti della zona un posto sicuro in cui giocare e studiare. La donna è stata accoltellata alle reni e le pareti sono state decorate con graffiti osceni, croci celtiche e fasci littori. Mariani indaga ma quasi controvoglia, fatica a capire quella donna: tutti la dicono capace ma fredda, aveva una domestica fissa eppure aiutava a tener puliti i locali dell’associazione. Presto sospetta che l’omicidio non sia stato opera di vandali o di ladri sorpresi a rubare ma che si volesse uccidere proprio lei. Altri omicidi che presentano analogie o elementi in comune con quello della Deneri aumentano la pressione su Mariani. Quando gli comunicano la morte di Mannini, Antonio prova dolore, irragionevole e imprevisto. Quell’uomo non era stato soltanto condannato per terrorismo ma gli aveva puntato una pistola contro. Eppure, ha fatto parte della sua vita. Come effetto collaterale al commissario viene richiesto dai suoi superiori di mantenere i contatti con la Traverso perché Mannini non ha rivelato tutto e forse quella donna sa qualcosa di utile. Anche la sua casa non è un rifugio sereno perché entrambe le sue figlie sono in crisi e per motivi diversi. Se Mariani si impegna nelle indagini sull’omicidio di Clara Deneri e su quelli successivi è perché una delle vittime è un bambino che diceva di chiamarsi Bobo. La sua morte è per Antonio un colpo al cuore. Quale era il legame fra la gelida e impeccabile Clara e quel bimbo di origine africana che frequentava vico della Croce Bianca?
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