Nei romanzi il medico è una figura quasi leggendaria.
Arriva sempre al momento giusto, il camice impeccabile (Versace?) che svolazza, con l’aria concentrata di chi ha già capito tutto.
Il paziente è pallido, respira male, qualcuno (di solito un’avvenente fanciulla, che risulterà la figlia del poveretto in pericolo di morte e con la quale il nostro dr. Kildare avrà un breve flirt) grida: «Dottore, lo salvi!»
Il medico posa due dita sul polso, ascolta il cuore per cinque secondi e pronuncia la diagnosi con assoluta sicurezza: «Polmonite atipica complicata da infezione batterica secondaria.»
Non ha fatto analisi, non ha chiesto esami. Non ha nemmeno aperto una cartella clinica.
Ma ha ragione.
Segue intervento eroico, tra strumenti chirurgici usati con gesto teatrale e infermiere belanti. Naturalmente, il paziente si salva all’ultimo secondo e tutti sospirano di sollievo.
Fine della scena.
Applausi. Lacrime di gioia. Flirt di cui sopra.

P.S. Nei romanzi, il medico è anche un figo da paura. O un tipo affascinante dall’oscuro passato. Insomma, come che sia, noi ragazze gli si sbava un po’ dietro, diciamo.

Nella realtà il mestiere del medico è molto meno cinematografico.
Prima di arrivare alla diagnosi ci sono:
-cartelle cliniche da compilare,
-esami da richiedere,
-referti da interpretare,
-turni di notte,
-computer che decidono di bloccarsi proprio mentre la sala d’attesa è piena.
E poi ci sono i pazienti. Non quelli dei romanzi, che ascoltano con devozione. Quelli veri, che arrivano spesso con la diagnosi già pronta: «Dottore, ho cercato su internet.»
Questa frase, nella vita reale, ha lo stesso effetto di una sirena d’allarme.
Perché dopo internet arrivano:
-la cura alternativa letta su un blog famosissimo,
-il parere del vicino di casa, che ha l’enciclopedia medica comprata a rate nel 1998.
-la compressa miracolosa consigliata da una zia, o dal cugino “so-tutto-io“.
Il medico ascolta, annuisce con pazienza e ricomincia da capo, mentre un altro capello gli diventa bianco.

E poi c’è un dettaglio che i romanzi dimenticano quasi sempre.
Il medico salva il mondo… ma raramente salva il proprio tempo libero.
Turni festivi, notti in ospedale, telefonate improvvise.
Non a caso Nonna Rita aveva un proverbio molto concreto: «Nelle famiglie dei medici sono tutti raffreddati.»
Perché il medico cura tutti gli altri, mentre la famiglia… aspetta.
E quando finalmente il dottore rientra a casa, spesso trova qualcuno che lo accoglie con una frase perfettamente logica: «Già che ci sei, potresti dare un’occhiata a questa tosse?»

Mi viene in mente un compagno di classe di mia sorella, medico brillante, che univa al lavoro in ospedale la professione privata. Lo incontravo al mattino, alle 6:30. Lui comprava il giornale all’edicola, prima di prendere servizio; io stavo uscendo con la cagna (lo so, orari di mer*a per entrambi). Lo rivedevo alle 22:00, quando io ero fuori con gli amici “canari” e lui tornava dal lavoro in clinica.

Domanda per i lettori: nei romanzi il medico è quasi sempre un eroe. Nella vita vera è soprattutto una persona che lavora moltissimo. Voi che esperienza avete avuto con i medici della vita reale? Somigliano più a quelli dei romanzi… oppure no?

Copertina creata con ChatGPT.