Il 5 ottobre è la Giornata mondiale degli insegnanti.
Per molti anni sono stata una di loro. Poi sono passata dall’altra parte della cattedra — che poi tanto “altra” non era — e sono diventata preside.
La scuola, insomma, ha occupato una parte enorme della mia vita.
E forse proprio per questo faccio un po’ fatica con le celebrazioni.
Perché quando si parla degli insegnanti si oscilla spesso fra due rappresentazioni che conosco poco: l’eroe che si sacrifica per una missione e il privilegiato che lavora diciotto ore alla settimana, ha tre mesi di vacanza e non dovrebbe mai lamentarsi.
In mezzo, per fortuna, c’è la realtà.
Insegnare è un mestiere.
Un mestiere difficile, bellissimo quando funziona, frustrante quando non funziona. Un mestiere che richiede competenza, preparazione, pazienza e una discreta capacità di sopravvivere alla convinzione, molto diffusa, che chiunque sia stato seduto per qualche anno dietro un banco sappia perfettamente come dovrebbe funzionare una scuola.
Una volta, però, una cosa era diversa.
L’insegnante godeva di un’autorità che oggi in buona parte ha perduto.
Non voglio mitizzare il passato. Quell’autorità era talvolta eccessiva. Ho conosciuto una scuola nella quale la parola dell’insegnante poteva diventare indiscutibile e nella quale un adulto poteva umiliare un ragazzo senza che nessuno gli chiedesse conto del proprio comportamento.
Quella scuola non la rimpiango.
Abbiamo fatto bene a metterla in discussione.
Il problema è che, insieme all’autoritarismo, qualche volta sembra essere finita fuori dalla finestra anche l’autorevolezza.
Oggi un insegnante può essere contestato per un voto, aggredito verbalmente, minacciato. Le cronache degli ultimi anni hanno raccontato anche episodi di violenza fisica da parte di studenti e familiari. Sono casi estremi e non rappresentano la quotidianità della scuola italiana; proprio per questo, però, non possono diventare qualcosa a cui ci abituiamo.
Ma esistono forme molto meno clamorose di delegittimazione.
Il voto che deve essere spiegato non allo studente, ma al genitore furibondo.
La regola che diventa immediatamente negoziabile.
Il richiamo disciplinare interpretato come un attacco personale.
La richiesta, esplicita o implicita, che la scuola elimini dal percorso di crescita dei ragazzi qualsiasi frustrazione.
Eppure crescere significa anche incontrare dei limiti.
Scoprire che non tutto ci è dovuto. Che possiamo sbagliare. Che possiamo prendere un brutto voto senza che questo significhi essere stupidi. Che qualcuno può dirci no. Che le nostre azioni hanno conseguenze.
Anche questo è educare.
Nel frattempo, all’insegnante abbiamo chiesto sempre di più.
Deve insegnare la propria materia, naturalmente. Ma deve anche educare alla cittadinanza, riconoscere il disagio, prevenire il bullismo, contrastare le discriminazioni, accorgersi dei disturbi dell’apprendimento, favorire l’inclusione, gestire le tecnologie, affrontare il rapporto con i social, intercettare situazioni familiari difficili, dialogare con i genitori.
E compilare moduli.
Tanti moduli.
Su questo, temo, alcune cose non cambieranno mai.
Il punto però è un altro: non possiamo chiedere alla scuola di diventare il luogo nel quale la società deposita tutti i propri problemi e poi lasciare soli gli insegnanti a risolverli.
La scuola può fare moltissimo.
Ma non può sostituire la famiglia. Non può sostituire i servizi sociali. Non può sostituire la sanità. E soprattutto non può sostituire una comunità adulta che dovrebbe condividere almeno alcune regole fondamentali.
Una di queste è semplicissima: chi insegna ai nostri ragazzi non è un avversario.
Può sbagliare, naturalmente.
Gli insegnanti sbagliano.
Ne ho conosciuti di bravissimi e di mediocri, di appassionati e di stanchi, di straordinariamente capaci e di decisamente poco adatti al mestiere. Come accade in qualunque professione.
Per questo l’autorevolezza non significa immunità dalla critica.
Significa poter esercitare il proprio ruolo senza essere continuamente costretti a difenderne la legittimità.
C’è poi qualcosa che nessuna riforma scolastica è mai riuscita a mettere dentro una tabella.
Un insegnante entra in classe per spiegare una materia, ma lascia molto più di quella materia.
A volte senza saperlo.
Ricordiamo una frase detta quasi per caso. Un libro consigliato. Una correzione che ci ha fatto arrabbiare. Qualcuno che ha visto una capacità che noi ancora non vedevamo. Oppure un insegnante che ci è stato antipatico per cinque anni e al quale, trent’anni dopo, dobbiamo riconoscere che su quella cosa aveva ragione.
È questo il privilegio — e anche la responsabilità — dell’insegnamento.
Si entra per qualche ora nella vita di persone che stanno diventando ciò che saranno.
Non servono santi.
Non servono eroi.
Servono professionisti preparati, rispettati, pagati adeguatamente, messi nelle condizioni di lavorare. E servono famiglie e istituzioni disposte a stare dalla stessa parte quando quella parte è l’educazione dei ragazzi.
Il 5 ottobre celebriamo gli insegnanti.
Io preferisco fare loro un augurio meno solenne.
Che possano tornare a fare bene il proprio mestiere senza dover essere, contemporaneamente, educatori universali, psicologi, assistenti sociali, burocrati, mediatori familiari e, qualche volta, perfino persone che devono preoccuparsi della propria incolumità.
Essere insegnanti è già abbastanza.
E, credetemi, non è poco.
Copertina creata con ChatGPT.
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