Devo confessare una cosa. Una cosa grave, almeno secondo il codice penale della mia famiglia, in cui i libri venivano considerati beni di prima necessità, appena dopo il pane e subito prima delle scarpe.
Per due anni ho mentito a mio padre.
Lui mi aveva regalato per il 13° compleanno i quattro volumi delle opere di Rudyard Kipling. Quattro. Non un libriccino sottile da leggere in autobus o da far sparire con discrezione dietro gli altri libri: quattro volumi importanti, solidi, inequivocabili. Un regalo fatto con affetto e con la certezza che sua figlia li avrebbe divorati.
E sua figlia, naturalmente, li lesse.
Tutti.
Tranne un romanzo.
A precisa domanda, dichiarò di aver letto Kim.
Non era vero.
Avevo cominciato Kim molte volte. Aprivo il volume animata dalle migliori intenzioni, arrivavo più o meno a pagina dieci e lì mi fermavo. Sempre.
Quel ragazzino a cavallo di un cannone e quel vecchio mendicante proprio non riuscivano a piacermi. Li guardavo con sospetto dalla mia pagina. Loro probabilmente guardavano con sospetto me, e il nostro rapporto finiva così: nessuna simpatia reciproca e volume richiuso.
Poi mio padre domandava: «Vero che Kim è il romanzo migliore?»
E io rispondevo: «Sì.»
Non ricordo se aggiungessi anche un commento entusiasta. Spero di no. Mentire è già abbastanza grave; improvvisare la recensione di un libro abbandonato a pagina dieci sarebbe stata un’aggravante.
La bugia andò avanti per due anni. Ogni tanto tentavo di nuovo. Riprendevo il volume, ritrovavo il ragazzino, il cannone e il vecchio mendicante. Arrivavo alla solita pagina dieci e pensavo che, in fondo, nella vita non si può andare d’accordo con tutti. Neppure con tutti i capolavori della letteratura.
Poi venne un pomeriggio festivo di pioggia torrenziale.
Non una pioggerellina romantica, di quelle che invitano a guardare fuori dalla finestra stringendo fra le mani una tazza di cioccolata. Pioveva sul serio. Pioveva in modo ostinato, definitivo. Non si poteva uscire, non si poteva fare niente e, soprattutto, io non avevo niente da leggere.
Sì, capitava spesso.
Il dramma del «non ho niente da leggere» esisteva anche quando in casa c’erano decine di libri non letti. Non erano libri adatti, non erano libri per quel momento, non erano libri che mi chiamavano. Insomma, non avevo niente da leggere e basta. Chi legge molto conosce perfettamente questa forma di disperazione selettiva.
Fu allora che il mio sguardo cadde sui volumi di Kipling.
E lui era lì.
Tutti i romanzi, edizione Mursia, copertina telata verde, edizione 1961.
Kim.
Il mio vecchio nemico.
Lo presi obtorto collo, con lo spirito di chi accetta una medicina sgradevole perché non esistono alternative. Mi sistemai e ricominciai da capo. Ritrovai il ragazzino a cavallo del cannone. Ritrovai il vecchio mendicante.
Superai pagina dieci.
Poi pagina venti.
Poi pagina cinquanta.
E non mi fermai più.
A un certo punto qualcuno dovette ricordarmi che esisteva la cena. Feci una piccola pausa, probabilmente con l’aria contrariata di chi viene strappato a questioni molto più importanti del cibo, e subito dopo ripresi a leggere.
Andai avanti fino alle dieci di sera, quando arrivò l’ordine che regolava la nostra vita familiare: «Andate a letto, bambine, è tardi.»
Bisognava obbedire. Anche se mi trovavo in India. Anche se avevo aspettato anni per capire che quel ragazzino, quel cannone e quel vecchio mendicante non erano affatto noiosi. Erano l’ingresso di un mondo nel quale ormai ero precipitata senza alcuna intenzione di uscirne.
Il giorno dopo c’erano i compiti.
Li feci. Non so con quanta attenzione, ma li feci. Poi tornai immediatamente al romanzo.
Lessi tutto. Amai tutto. Arrivai all’ultima pagina con quella soddisfazione piena e malinconica che regalano soltanto i libri nei quali abbiamo abitato davvero.
E poi lo rilessi.
E lo rilessi ancora.
Non so spiegare che cosa fosse cambiato. Il libro era sempre lo stesso. Kim era sempre sul suo cannone e il vecchio mendicante era sempre lì. Ero cambiata io, forse. Oppure era arrivato semplicemente il momento giusto: quello strano istante in cui un libro che fino al giorno prima ci respingeva apre improvvisamente una porta e ci lascia entrare.
Il mio fu un amore tardivo, nato dopo anni di tentativi falliti e sostenuto, bisogna ammetterlo, da una lunga bugia paterna.
Ma dura ancora.
E se oggi mio padre potesse domandarmi: «Hai letto Kim?», potrei finalmente rispondere senza abbassare gli occhi: «Sì. L’ho letto. E poi l’ho riletto. E avevi ragione tu.»
Forse non è mai troppo tardi per innamorarsi di un libro.
E neppure per confessare una bugia.
Copertina creata con ChatGPT.
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