Se frequentate gruppi di scrittura, forum, social network o semplicemente chiacchierate tra autori, prima o poi vi imbatterete in una frase del genere: “Mi serve un editor che mi scriva meglio il romanzo.” Oppure: “Ho già corretto le bozze, quindi l’editing non mi serve.” O ancora: “L’editor mi ha cambiato una scena. Quindi è diventato coautore?”
A questo punto l’editor, da qualche parte, sente un lieve bruciore di stomaco.
Il problema è che attorno a questa professione circolano parecchi equivoci. Alcuni innocui, altri decisamente creativi.
Cominciamo da uno degli equivoci più diffusi.
L’editor non scrive il libro al posto dell’autore.
Quello è il lavoro del ghost writer.
Se un autore consegna un manoscritto e si aspetta che qualcuno lo trasformi magicamente in un bestseller riscrivendolo da cima a fondo, probabilmente sta cercando la persona sbagliata.
L’editor lavora sul testo esistente. Può suggerire modifiche, evidenziare problemi, proporre soluzioni. Può indicare punti deboli e incoerenze, ma la storia rimane dell’autore.
Le scelte finali rimangono dell’autore.
Le parole, salvo interventi limitati e concordati, rimangono dell’autore.
L’editor non entra in casa di notte per sostituire i capitoli mentre dormite.
L’editor non è nemmeno un correttore di bozze.
Il correttore di bozze cerca errori, refusi, doppie mancanti, virgole fuori posto, accenti dispersi lungo il cammino.
L’editor guarda molto più in profondità.
Si pone domande:
La trama funziona?
I personaggi sono credibili?
Il ritmo regge?
Ci sono parti inutilmente lente?
Alcune scene sono poco chiare?
Esistono contraddizioni?
Il finale è coerente con quanto raccontato prima?
Un correttore di bozze potrebbe sistemare una frase grammaticalmente corretta ma noiosa; un editor si chiederà perché quella scena esista e se abbia davvero senso mantenerla.
Sono due professioni diverse. Entrambe utili. Necessarie.
Ma non sono la stessa cosa.
C’è anche chi teme che l’editor arrivi armato di forbici, pronto a eliminare tutto ciò che rende unico il romanzo.
In realtà un buon editor dovrebbe fare esattamente il contrario.
Il suo compito non è trasformare tutti i libri in copie identiche.
Non deve cancellare la voce dell’autore; deve aiutarla a emergere.
Se un personaggio funziona, l’editor cerca di renderlo ancora più efficace.
Se una scena emoziona, cerca di valorizzarla.
Se un dialogo è brillante, non ha alcun interesse a rovinarlo.
L’editor è il primo lettore professionale: questa è la definizione più semplice.
L’editor legge il testo con occhi esperti; non è coinvolto emotivamente come l’autore.
Non conosce la storia perché l’ha scritta; conosce soltanto ciò che trova sulla pagina.
E proprio per questo riesce a individuare problemi che l’autore spesso non vede.
Quando si lavora per mesi, o anni, sullo stesso manoscritto, si finisce inevitabilmente per dare alcune cose per scontate.
L’editor arriva con uno sguardo fresco e spesso nota dettagli che sono diventati invisibili a chi ha scritto il libro.
Che cosa fa concretamente?
Dipende dal tipo di intervento richiesto.
Può analizzare:
struttura generale del romanzo;
costruzione dei personaggi;
intreccio;
gestione del punto di vista;
dialoghi;
ambientazione;
ritmo narrativo;
stile.
Alla fine del lavoro l’autore riceve osservazioni, suggerimenti e proposte di miglioramento.
A volte poche. A volte molte. Moltissime.
Dipende dal testo.
E no, il numero di commenti non misura il talento dell’autore. Anzi. Spesso i manoscritti migliori sono quelli che permettono di lavorare sui dettagli più raffinati.
L’editing non serve solo agli esordienti!
Altro mito duro a morire.
Molti pensano che l’editing sia utile soltanto a chi pubblica il primo libro.
In realtà anche autori molto esperti lavorano con editor professionisti.
Per un motivo semplice.
Chiunque scriva sviluppa inevitabilmente punti ciechi.
L’esperienza riduce alcuni problemi, ma non elimina la necessità di uno sguardo esterno.
La parola finale spetta sempre all’autore.
Questo è forse l’aspetto più importante.
Un editor consiglia, suggerisce, argomenta, spiega.
Non impone.
Il manoscritto appartiene all’autore.
Un buon rapporto di editing è una collaborazione, non una guerra di trincea.
Quando funziona, entrambe le persone stanno lavorando per lo stesso obiettivo: rendere il libro la migliore versione possibile di sé stesso.
In conclusione…
L’editor non è un ghost writer.
Non è un correttore di bozze.
Non è un censore.
Non è un mago.
È un professionista che legge il testo con competenza, individua ciò che funziona e ciò che può essere migliorato, e accompagna l’autore durante una parte delicata del percorso editoriale.
In altre parole, non scrive il libro al posto vostro.
Vi aiuta a scrivere un libro migliore.
E, credetemi, sono due cose molto diverse.
Copertina creata con ChatGPT.
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