L’11 ottobre è la Giornata internazionale delle bambine.
Io bambina lo sono stata parecchio tempo fa. Sono nata nel 1948 e quindi la mia infanzia appartiene agli anni Cinquanta, a un’Italia che, vista da oggi, sembra qualche volta più lontana di quanto dicano gli anni.
Mi sono chiesta: che cosa poteva rispondere allora una bambina alla domanda «Che cosa vuoi fare da grande?»

Maestra, probabilmente.
Forse infermiera.
Qualcuna avrebbe detto attrice, ballerina, cantante, provocando magari qualche sorriso degli adulti.
E poi, naturalmente, c’era la risposta che non aveva neppure bisogno di essere pronunciata: moglie e madre.
Non perché tutte le bambine desiderassero la stessa vita. Le bambine hanno sempre desiderato tutto.
Il problema era ciò che il mondo permetteva loro di immaginare.
Io appartengo a una generazione particolare. Siamo nate dentro un modello e siamo diventate adulte mentre quel modello cominciava a rompersi.

Quando ero bambina, intorno a me c’erano ancora donne la cui identità coincideva quasi completamente con la famiglia. Donne intelligenti, capaci, fortissime, che amministravano case, crescevano figli, affrontavano difficoltà enormi e tuttavia, molto spesso, non disponevano neppure di un’indipendenza economica.
Il loro lavoro non si chiamava lavoro.
Era semplicemente quello che una donna doveva fare.
Noi siamo cresciute guardando quel mondo.
Poi qualcosa è successo.
Abbiamo studiato.
Abbiamo lavorato.
Abbiamo cominciato a guadagnare il nostro denaro.
Abbiamo scoperto che sposarsi poteva essere una scelta e non un destino. Che avere figli poteva essere una scelta. Che perfino andarsene da un matrimonio sbagliato poteva essere possibile.
Sembrano affermazioni banali, oggi.
Non lo erano affatto.
E forse è proprio questo che rischiamo di dimenticare.

Le conquiste, quando diventano quotidiane, smettono di sembrarci conquiste.
Una bambina che oggi dice di voler diventare medico, magistrato, ingegnere, astronauta, imprenditrice o Presidente della Repubblica non provoca stupore.
Ed è magnifico che sia così.
Non perché certamente potrà diventarlo. La vita non garantisce a nessuno la realizzazione dei propri desideri.
Ma perché nessuno dovrebbe più dirle che non può desiderarlo in quanto femmina.
Quel dovrebbe, però, è importante.
Perché sarebbe molto comodo raccontare questa storia come una favola a lieto fine: c’erano una volta le bambine alle quali era proibito fare certe cose, poi arrivò l’emancipazione femminile e vissero tutte libere e contente.
Non è andata esattamente così.
Abbiamo abbattuto molti divieti espliciti. Sono rimaste aspettative molto più sottili.
Alle bambine continuiamo a insegnare, spesso senza rendercene conto, come dovrebbero essere.
Belle, possibilmente.
Gradevoli.
Non troppo aggressive.
Sicure di sé, ma non arroganti.
Ambiziose, ma non troppo.
Indipendenti, ma attente a non mettere a disagio gli altri.
E oggi c’è qualcosa che durante la mia infanzia non esisteva.
Lo sguardo continuo.
Noi potevamo essere bambine senza essere continuamente fotografate, filmate, confrontate, giudicate.
Una ragazzina di oggi può avere davanti possibilità che io non avrei neppure saputo immaginare e, contemporaneamente, vivere dentro un mondo che le mostra senza sosta come dovrebbero essere il suo corpo, il suo viso, la sua vita.
È una libertà accompagnata da nuove gabbie.
Alcune hanno le sbarre così trasparenti che facciamo fatica persino a vederle.
E poi c’è un’altra cosa che una giornata come questa dovrebbe ricordarci.
Noi occidentali abbiamo il brutto vizio di confondere ciò che accade intorno a noi con ciò che accade nel mondo.
Non tutte le bambine hanno fatto il viaggio che abbiamo fatto noi.
Esistono ancora bambine alle quali viene negata l’istruzione. Bambine costrette a sposarsi. Bambine il cui corpo viene deciso da altri. Bambine alle quali il futuro viene sottratto prima ancora che possano immaginarlo.
Per loro la domanda «Che cosa vuoi fare da grande?» ha un significato molto diverso.
Per questo l’11 ottobre non dovrebbe essere una giornata di fiocchi rosa e belle frasi.
Dovrebbe essere una giornata dedicata a una parola molto semplice:
possibilità.
La possibilità di studiare.
Di scegliere.
Di sbagliare.
Di cambiare idea.
Di non sposarsi.
Di sposarsi.
Di avere figli.
Di non averne.
Di occuparsi di una famiglia oppure di un’azienda, di entrambe le cose o di nessuna delle due.
Persino la possibilità di scegliere una vita che noi adulti non avremmo scelto per lei.
Perché c’è una tentazione dalla quale neppure le generazioni che hanno combattuto per la libertà sono immuni: conquistare una strada nuova e poi pretendere che chi viene dopo percorra proprio quella.
Non funziona così.
La libertà che abbiamo conquistato non consiste nel dire alle bambine quale deve essere il loro futuro.
Consiste nel fare in modo che possano costruirselo.
Quando ero bambina io, il mondo aveva già preparato per una femmina un certo numero di risposte accettabili.
Oggi vorrei che una bambina, alla domanda «Che cosa vuoi fare da grande?», potesse rispondere: «Non lo so ancora.»
E che nessuno avesse fretta di decidere al posto suo.
Forse è questa una delle più grandi conquiste.
Avere davanti abbastanza strade da potersi permettere, per un po’, di non sapere ancora quale prendere.

Alle bambine di oggi e alla bambina che sono stata io ieri: auguri!

Copertina creata con ChatGPT.