Ho 78 anni.
Questo significa, tra le altre cose, che ricordo un’Italia nella quale molte cose che oggi consideriamo normali normali non erano affatto.
Ricordo anche le battaglie per cambiarle.
Ero giovane e, diciamolo, abbastanza barricadiera. Oggi forse non si direbbe. Ma appartengo a una generazione che ha discusso, manifestato, litigato, votato e qualche volta urlato per ottenere diritti che le generazioni successive hanno trovato già lì.
Il divorzio, per esempio.
Oggi una ragazza può crescere sapendo che, se un giorno si sposerà e quel matrimonio finirà, esiste una via legale per uscirne.
Sembra ovvio.
Non lo era.
Il divorzio entrò nell’ordinamento italiano soltanto nel 1970. Quattro anni dopo, un referendum tentò di cancellarlo. Andò a votare quasi l’88 per cento degli aventi diritto e il 59,3 per cento votò contro l’abrogazione.
Io c’ero.
E ricordo quanto se ne parlava.
Non era una discussione astratta sui principi. Dietro quelle parole c’erano persone vere, soprattutto donne, intrappolate in matrimoni finiti senza la possibilità di scioglierli.
Poi arrivò la riforma del diritto di famiglia del 1975.
Anche questa oggi appartiene a quel genere di cose che sembrano provenire dalla preistoria. E invece io avevo ventisette anni. Ed ero appena sposata.
Ventisette.
La mia generazione era già adulta mentre cambiavano le regole giuridiche della famiglia italiana e veniva affermato un diverso rapporto tra marito e moglie. La riforma fu il risultato di un lungo percorso parlamentare, iniziato negli anni precedenti e concluso nel 1975.
E poi l’aborto.
Su questo la memoria si fa ancora più forte, perché poche questioni hanno attraversato con tanta violenza la società italiana di quegli anni.
La legge 194 arrivò nel 1978. E nel 1981 gli italiani tornarono alle urne: tra i referendum di quell’anno ce n’erano due sull’interruzione volontaria di gravidanza, con proposte di segno opposto. La legge rimase. Oggi la 194 continua a disciplinare l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia.
Anche qui, per chi è nato dopo, può essere difficile capire.
Non stavamo discutendo se l’aborto fosse una cosa bella.
Nessuno ha mai manifestato perché desiderava più aborti.
Si discuteva di chi dovesse decidere, di salute, di clandestinità, di autodeterminazione, del diritto di una donna a non consegnare ad altri la decisione ultima sul proprio corpo.
Erano battaglie durissime.
E naturalmente non eravamo tutti d’accordo. Nemmeno le donne lo erano. Non esisteva — e per fortuna non esiste — un pensiero femminile unico.
Ma si discuteva di libertà.
Ecco perché, a 78 anni, ogni tanto mi prende una certa inquietudine.
Perché io ricordo il prima.
Chi ha vent’anni oggi no.
Una ragazza nata nel XXI secolo ha sempre vissuto in un Paese nel quale esiste il divorzio. Ha sempre saputo che marito e moglie hanno pari dignità giuridica. Ha sempre vissuto sotto una legislazione che consente, entro determinate condizioni, l’interruzione volontaria della gravidanza.
Ed è meraviglioso che tutto questo le sembri normale.
Era esattamente ciò che volevamo.
Non abbiamo combattuto perché le generazioni successive dovessero ringraziarci ogni mattina appena alzate. Abbiamo combattuto perché un giorno non fosse più necessario combattere per quelle stesse cose.
Ma qui nasce un paradosso.
Quando un diritto viene conquistato, la prima generazione ricorda quanto è costato.
La seconda ha ancora ascoltato i racconti.
La terza lo trova scritto nelle leggi e pensa, comprensibilmente, che sia sempre stato lì.
Il rischio più grande comincia quando una conquista smette di sembrarci una conquista e comincia a sembrarci una cosa che è sempre esistita.
Perché i diritti non sono fenomeni naturali.
Non crescono sugli alberi.
Sono decisioni che una società prende su sé stessa. Diventano leggi perché qualcuno le propone, qualcun altro le approva e, molto spesso, prima ancora migliaia o milioni di persone hanno chiesto che qualcosa cambiasse.
E proprio perché sono costruzioni umane possono essere discussi, modificati, limitati. La storia, anche fuori dall’Italia, dovrebbe averci insegnato almeno questo.
Non significa vivere nel terrore che domani mattina ci sveglieremo nel 1960.
E non significa neppure che chi mette in discussione una legge non abbia il diritto di farlo. In una democrazia si discute anche delle leggi che per altri rappresentano conquiste fondamentali.
Significa un’altra cosa: non dare mai la libertà per scontata.
E qui sento tutta la distanza fra i miei 78 anni e i vent’anni di una ragazza di oggi.
Non perché io sappia più di lei.
Lei conosce un mondo che io, alla sua età, non avrei saputo neppure immaginare. Affronta problemi che la mia generazione non ha conosciuto e probabilmente combatterà battaglie che io non capirò fino in fondo.
Non voglio dirle che cosa deve pensare.
Non voglio neppure dirle che deve difendere tutte le scelte politiche della mia generazione. Sarebbe una contraddizione: non si lotta per la libertà delle donne per poi pretendere che le donne più giovani pensino esattamente come noi.
Vorrei soltanto raccontarle che cosa c’era prima.
Vorrei che sapesse che una donna italiana della mia generazione è nata in un Paese senza divorzio, è cresciuta dentro un modello familiare profondamente diverso ed è diventata adulta mentre si combatteva perché fosse riconosciuta alle donne una maggiore possibilità di decidere della propria vita.
Poi lei deciderà che cosa pensare.
È questo, in fondo, il bello della libertà.
A volte guardo le ragazze di oggi e penso alle ragazze che eravamo noi.
Eravamo rumorose.
Eravamo arrabbiate.
Eravamo anche ingenue, qualche volta. Credevamo di poter cambiare il mondo e, come succede a tutte le generazioni giovani, eravamo convinte di aver capito cose che i nostri genitori non avrebbero capito mai.
Su alcune ci sbagliavamo.
Su altre, però, il mondo lo abbiamo cambiato davvero.
Non vi chiediamo di esserci grate.
Non vi chiediamo di pensarla come noi.
E certamente non vi chiediamo di combattere le nostre battaglie soltanto perché sono state le nostre.
Vi chiediamo una cosa molto più semplice.
Sappiate che sono state battaglie.
Sappiate che prima esisteva un prima.
E sappiate quanto è costato arrivare al punto in cui una ragazza può guardare molte delle libertà che noi chiedevamo e considerarle assolutamente normali.
Poi usatele come volete.
Anche per scegliere diversamente da come avremmo scelto noi.
Perché era proprio questo, alla fine, che volevamo ottenere: il diritto di scegliere.
D’accordo, oggi è la festa internazionale delle persone anziane, ma voi mi conoscete: la butto sempre sulla politica! Cosa pensavate, che avrei parlato della gioia dell’età? Della pensione? Dai, su…

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