Ci sono lettori che trattano i libri come antiche reliquie.
Si lavano le mani prima di sfiorarli.
Voltano le pagine con una delicatezza che nemmeno un restauratore di manoscritti medievali.
Se un granello di polvere si posa sulla copertina, intervengono con un pennellino da archeologo.
Poi ci sono io.
Io appartengo alla categoria che i libri… li vive.
E, a quanto pare, li maltratta.
Immagino spesso un’aula di tribunale.
Sul banco degli imputati siedo io.
Davanti a me, una pila di romanzi.
Il giudice apre il fascicolo: «L’imputata è accusata di aver piegato quarantasette angoli di pagina.»
«Obiezione! Erano solo quelli importanti.»
«Ha inoltre sottolineato ventitré frasi.»
«Perché erano bellissime.»
«Con la matita.»
«Sono una persona civile.»
«Ha scritto annotazioni ai margini.»
«Dialogavo con l’autore.»
L’aula mormora scandalizzata.
Le orecchie
Lo so.
Esistono i segnalibri.
Ne possiedo una quantità imbarazzante.
Segnalibri di stoffa.
Di metallo (anche d’argento, regali di amici ignari delle mie nefandezze).
Magnetici.
Con i gatti.
Con i fiori.
Con le citazioni.
Eppure… Quando trovo una frase che mi emoziona davvero, la mano parte da sola.
Piego l’angolino.
È un riflesso condizionato.
Non lo comando.
Potrei quasi chiedere il riconoscimento dell’infermità temporanea.
Le sottolineature
Non sottolineo tutto.
Solo quello che mi colpisce.
Che, a pensarci bene, quando ero giovane, coincideva con metà del romanzo. In certi libri le sottolineature erano talmente numerose che, se le guardavi da lontano, sembravano la mappa della metropolitana di Londra.
Adesso, mi contengo: sono selettiva.
Le note
Ah, le note.
Quelle sono il momento in cui perdo definitivamente ogni dignità.
Accanto a una frase posso scrivere:
“Magnifico.”
Oppure:
“Ma davvero?”
O ancora:
“Qui l’autore mi ha fregata.”
In pratica, il romanzo diventa una conversazione.
L’autore parla.
Io rispondo.
Lui, educatamente, continua a ignorarmi.
L’eBook mi ha cambiata… o almeno ci ha provato.
Lì non posso fare le orecchie.
Non posso spiegazzare le pagine.
Non posso infilare il biglietto del parcheggio della Coop come segnalibro d’emergenza.
Posso soltanto evidenziare.
E aggiungere una nota.
Che, detta così, sembra una limitazione.
In realtà è semplicemente la versione digitale della mia personalità.
Anche il povero eBook finisce tempestato di evidenziatori gialli.
E di commenti che nessun altro leggerà mai.
Ogni tanto immagino che il romanzo, una volta chiuso, sospiri: «È andata.»
Quello accanto domanda: «Com’è stata?»
«Terribile.»
«Ti ha piegato le pagine?»
«Sì.»
«Ti ha sottolineato?»
«Anche.»
«Annotazioni?»
«A decine.»
Silenzio.
Poi un vecchio classico, con la costa un po’ consumata, sorride: «Coraggio, ragazzo. Significa che ti ha letto davvero.»
La mia difesa
Capisco perfettamente chi considera il libro un oggetto da conservare intatto.
Lo rispetto.
Ma, per quanto mi riguarda, un libro completamente immacolato mi lascia un piccolo dubbio.
Mi chiedo se sia stato davvero vissuto.
I miei, invece, raccontano una storia.
Le pagine con le orecchie ricordano un passaggio importante.
Le sottolineature mi riportano a un’emozione.
Le annotazioni mi fanno ritrovare la persona che ero quando lessi quel romanzo.
Sono, in fondo, il diario segreto di una lettrice.
E sì.
Continuo a essere una torturatrice di libri.
Per fortuna, almeno gli eBook possono denunciarmi soltanto… con una nota a margine.
Testo e copertina creati con l’assistenza di ChatGPT.
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